Feb 23, 2021
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Da Lo Stato Sociale ad Achille Lauro, le recensioni delle ultime uscite

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AGI – Aspettando Sanremo la discografia da un’ultima accelerata prima di buttarsi in riviera ligure per assistere a questo interessante Amadeus bis. Lo Stato Sociale prosegue nel folle percorso prestabilito in direzione Ariston con la pubblicazione del disco “solista” di Lodo, Achille Lauro a Sanrmeo invece farà “i quadri”, nel frattempo, per ricordarci che fa il musicista pubblica un nuovo singolo.

Una settimana di ritorni, con Mobrici che pubblica il primo singolo solista post Canova e Mondo Marco e Zero Assoluto che invece rimettono la testa fuori dall’acqua dopo tanto tempo. L’album della settimana è sicuramente quello di Venerus, un extraterrestre alla corte della musica italiana, imperdibile. Tra le chicche scovate per voi “Blu”, nuovo singolo dei Tropea.

Lo Stato Sociale

“Lodo”: Prosegue il folle progetto de Lo Stato Sociale: cinque dischi in cinque settimane, ognuno affidato ad uno dei cinque membri della band. Dopo Bebo, Checco e Carota ecco il turno di Lodo, che in qualche modo è anche il motivo per cui si è sentita l’esigenza di mettere in evidenza le cinque anime differenti dei “regàz”, spiegare che si tratta di un collettivo vero, che Lo Stato Sociale può esistere solo grazie al corto circuito che queste cinque anime stimolano una volta messe a contatto, e non certo una semplice band dove Lodo viene fuori perché più portato a ruoli solisti come giudice di un talent o conduttore o attore.

Forse anche per questo Guenzi si fa accompagnare in tutti e cinque i brani del suo disco, perché lui l’idea di condivisione ce l’ha dentro, come se riuscisse a riconoscersi solo negli occhi, le orecchie e le parole degli altri e quegli altri sono sempre amici che rispondono al suo buon cuore.

In cinque brani ci propone un viaggio dentro la sua malinconia, quella sorta di luccicanza che alimenta fino a far esplodere in un romanticismo mai stantio, sempre onesto, sempre vivo, ascolti i brani e te lo immagini pensare quelle parole con la testa accasciata sulla finestra a guardare fuori mentre il vetro si appanna per i respiri troppo profondi.

Ed è per questa disarmante nitidezza che poi ci viene così facile declinare sulla nostra vita quelle immagini, così ascolti il disco, che ti esplode in faccia come un intenso cortometraggio, e ti ritrovi anche tu ad un certo punto con la testa accasciata sulla finestra a guardare fuori mentre il vetro si appanna per i respiri troppo profondi, specie sul geniale finale con la voce di Ninni Bruschetta, “C’è un’unica cosa che ti salverà sempre, ma io col cazzo che te la dico”. Chapeau.

Achille Lauro

 “Solo noi”: “SOLO NOI è il primo singolo che anticipa il nuovo me stesso. Sto rinascendo per l’ultima volta perché voglio lasciare una traccia eterna”…così va a Sanremo, ma non a cantare, a fare “i quadri”, cosa che non vediamo l’ora di capire cosa significhi, anche se siamo abbastanza fiduciosi sulla valenza della partecipazione, specie se invece di cantare farà altro e solitamente quell’altro gli viene sempre abbastanza bene e agli appassionati del genere piace.

E pensare che da noi c’è chi si limita a definirlo il David Bowie italiano, ormai fa pure i quadri, possiamo andare oltre e definirlo Michelangelo, se qualcuno lo becca a portare fuori il cane potremmo anche definirlo Magellano, no? Tanto ormai basta definirsi qualcosa, trovare qualche pollo che ti sta a sentire e poi alla fine vale tutto.

Chi scrive infatti da oggi pretende di essere salutato come nuovo Dante Alighieri, perché scrivo (come Dante) e mi invento ora un girone dell’inferno dove ci metto dentro cantautori cui esistenza e relativo successo sono giustificati esclusivamente dalla propria esistenza, dall’involucro, certamente accattivante, ma che poi resta vuoto, mentre tanti altri artisti, pensa te, si sbattono per scrivere canzoni decenti ma vengono rimbalzati da radio, etichette, classifiche, giornalismo di settore e, quindi, pubblico, perché non hanno il giusto look, perché non sono abbastanza cool, perché sono fuori dal giro dei fighi, come se la discografia valesse quanto una classe di liceo classico anni ‘90.

Una gran tristezza. Spiace tanto, perché Achille Lauro è un ragazzo che ha dimostrato verve e inventiva, non è che lo vorremmo disoccupato, ci mancherebbe, ma alle volte ridimensionarsi alla propria essenza può stimolare a crescere, in musica se fai il musicista, e non con parole che poi evaporano alla velocità della luce, non con trucco e parrucco, ma facendo in modo che ciò che fai abbia un significato reale, tangibile.

Per quanto ci riguarda Achille Lauro resta un bluff che verrà sbugiardato quando qualcuno andrà a vedere, in questa “Solo noi” infatti non ci leggiamo alcuna rinascita, che la rinascita è la celebrazione della vita, è vita al quadrato, qui è tutta invece la solita noiosissima solfa che si tiene in piedi su un filo sottilissimo rock quanto le matitone giganti di Venezia portate a casa come souvenir. In compenso su una cosa possiamo dargli ragione, una traccia l’ha lasciata, nitida, lì per terra, e ora ci tocca pulire. E poi uscimmo a riveder le stelle.

Rocco Hunt feat. Geolier

“Che me chiamme a fa?”: Si tratta forse del primo brano in assoluto in cui il fenomeno Geolier non riesce a far sbrilluccicare ciò che ascoltiamo. Un pezzo che manca di cazzimma, che sembra messo in piedi lì per lì; spiace, alla prossima.

Mobrici

“20 100”: Lo aspettavamo a braccia aperte questo ritorno di Matteo Mobrici da solista dopo la fine dei Canova. Poteva non cambiare nulla, proseguire sulla strada già vincente che aveva intrapreso con la sua band, e invece il desiderio evidentemente è di resettare e ripartire, “20 100” si discosta ancora una volta da quel mondo “indie” morto proprio perché sempre più uguale a se stesso, una spirale di finta sfiga sinistroide buona per le strade del Pigneto ma della quale il pubblico si è già, a ben ragione, stufato.

Mobrici in questo suo nuovo debutto richiama quasi il miglior Battisti, è un brano malinconico e diretto, la poetica che si mescola alla semplicità di una storia andata a male, interrogarsi sul perché è andata a male e poi la parte più complessa, risolversi senza che questo riesca a cambiare la situazione. Mettere in musica l’angoscia che ne deriva è da illuminati. Bravissimo.  

Franco126

“Nessun perché”: L’impressione è che il Franco126 di “Stanza singola” sia finalmente uscito e ci abbia preso gusto ad andarsene in giro a tempo di funk. “Nessun perché” è una ballad romantica ad alta digeribilità.

Venerus

“Magica musica”: è logico che in questa nuova discografia servano fenomeni, abbiamo più o meno tutti la bava alla bocca in attesa di scovare chi sia capace di prendere questa nuova materia prima, queste nuove sonorità, per dire qualcosa di significativo, che in qualche modo resti come tanti sono rimasti prima di lui.

Uno dei primi nomi che vengono in mente è quello di Venerus, nome extraterrestre per musica extraterrestre, che ti piove addosso leggera con una delicatezza del tutto inedita, come se fosse già nell’aria come vapore che respiriamo e servisse solo qualcuno che la sapesse tradurre in musica.

Dentro questo “Magica musica” ci stanno alcune canzoni belle, altre davvero meravigliose, più che un disco è un vero e proprio omaggio alla musica, trasuda amore per la materia, passione ingestibile, irrequieta, sincera. Noi lo aspettavamo e lui è arrivato. Finalmente.

Margherita Vicario

“Orango Tango”: Bello vedere crescere le realtà davanti agli occhi, Margherita Vicario si è finalmente lasciata alle spalle l’universo Levante per trovare una strada tutta propria e ad oggi talmente ben definita che riesce a permettersi con successo anche un giro di giostra come “Orango Tango”, pezzo divertente, in cui la Vicario se la rappa, se la canta, se la balla, si diverte in un pezzo che strizza l’occhio ad un trasformismo spassoso e pungente, senza risparmiare nessuno. Bravissima.

Mondo Marcio

“My Beautiful Bloody Break Up”: Uno dei padri del rap italiano dedica sei brani alla donna che lo ha lasciato, sei brani che puzzano di sfogo, di liberazione da tutto il veleno che una storia d’amore può lasciare dentro. Per questo amiamo questa piccola perla di album, perché è estremamente intimo, vissuto, reale, talmente tanto che ad ascoltarlo quasi ci si sente dei guardoni che spiano di nascosto e una volta portati dentro una storia non riescono più a mollarla. Eccellente.

Zero Assoluto

“Astronave”: Non è che la combinazione Zero Assoluto/Gazzelle non funzioni, è più che altro il fatto che Maffucci e De Gasperi hanno oltre 40 anni a testa e tutto ciò ci sembra troppo leggero, vederli scanzonare come fossero indie che sperano di entrare a X-Factor fa un po’ ridere. Detto ciò il pezzo funzionerebbe pure ma alle fine ci si chiede che senso ha…

CIMINI 

“Domenica mattina”: CIMINI sta affinando sempre di più il proprio stile, ha scelto la direzione, sa cosa vuole raccontare e come farlo. Ed è così che poi vengono fuori gran bei pezzi come “Domenica mattina”, canzone scritta e prodotta benissimo (dietro c’è quel fenomeno di Carota de Lo Stato Sociale), badando a non perdere quella patina graffiata, scoordinata, nel sound, non farlo diventare pop da classifica, farlo rimanere un prodotto artistico, cantautorale. Roba seria insomma, e di questi tempi ne servirebbero tir pieni.

Massimo Pericolo

“Bugie”: Abbiamo sempre definito Massimo Pericolo un rapper autentico, che utilizza la musica per dire qualcosa ed è sempre qualcosa che resta, che spinge alla riflessione, qualcosa di intimo e profondo che in qualche modo colpisce.

Ecco, “Bugie” non fa differenza, sono in molti a dover imparare qualcosa da un rap così abilmente esposto, sono in tanti a poter imparare da questo ragazzo come il rap possa essere utilizzato per raccontare in maniera contemporanea la vita di oggi, come possa e debba colpire duro allo stomaco, qualsiasi genere di storia racconti. Non tutti poi ovviamente hanno questo talento, Massimo Pericolo ne vendesse la metà ne avrebbe comunque il doppio degli altri.

Il Tre

“Ali”: è questa la musica del futuro, l’abbiamo scritto più volte, il pop contaminato dall’urban (e il contrario), può essere fatta bene o fatta male, oppure può essere totalmente innocua, come nel caso de Il Tre, perché se è vero che quelle ostentate manifestazioni machiste ci hanno ampiamente stufato, per cui ben venga qualcuno che ci racconti una cosa diversa, un gesto veramente molto gentile, che poi però si trovi anche il modo giusto per dirlo.

“Ali” è innocuo, liscio, sarà un problema nostro ma pensiamo che fare rap in questo determinato segmento di storia sia molto complesso, ci sia molta concorrenza e ogni settimana qualcuno che si inventa qualcosa di nuovo da tenere a bada in punta di fioretto, sotto questo punto di vista questo disco non sazia le nostre fauci. Nel frattempo salviamo a braccia aperte “Tegole”.

Emanuele Aloia

“Quando Dio ti ha inventata”: Compitino portato a casa, niente di più. È il pop che volete ingurgitare fino al vomito per poi dimenticarvi senza pietà. Questa nuova scena di musica leggera si trasformerà tra pochissimi anni in una carneficina, e presto ci chiederemo “Ma ti ricordi di quello che faceva le canzoni sui quadri?”.

MYDRAMA feat. Dani Faiv 

“Le luci”: Dicono che chi esca da X-Factor poi venga ingoiato dal cestino della discografia italiana e chi lo dice, matematicamente, non ha torto, solo che, nella maggior parte dei casi, si tratta di non artisti senza alcuna scintilla, cosa della quale un orecchio attento si accorge già quando sono in gara e ciò che viene prodotto a riflettori Sky spenti è solo una conferma.

Ci sono dei casi però, e possiamo tranquillamente definirle eccezioni, in cui la strada non si ferma davvero alla trasmissione tv, MYDRAMA per esempio, con Dani Faiv come partner in crime, in questa “Le luci” fa un ottimo lavoro, si dimostra una artista contemporanea, perfettamente in grado di gareggiare a qualsiasi livello di questa urban chart.

Federica Carta

“Mostro”: In un panorama musicale così dannatamente affollato non ci si può più permettere di fare la stessa cosa che fanno altre centinaia di altre potenziali artiste, anche se per un quarto d’ora Maria De Filippi ti ha reso celebre per un nutrito gruppo di casalinghe attempate. La musica, fortunatamente, si sta trasformando in altro.

Rosa Chemical feat. MamboLosco e Radical

“Britney”: Urlare non rende ciò che stai dicendo più forte né più figo. Tre artisti bravini che camminando hanno messo il piede su una mattonella falsa, ci sta, no problem, ma loro lo sanno meglio di chi scrive che ormai serve molto di più.

PLZ feat. Treega

“Presi bene”: Pura avanguardia musicale, con i suoi pregi e i suoi limiti. I testi andrebbero affilati, il ritmo andante dovrebbe essere rispolverato, acceso con una qualche scintilla, ma la strada intrapresa è buona, è quella giusta, serve solo metterci un po’ di personalità. Bravi.

Sem&Stènn

“AGARTHI”: Noi i due ragazzi di X-Factor 2017 non ce li siamo mai dimenticati, avevamo notato che c’era in loro qualcosa di scintillante e questo nuovo lavoro ce lo conferma in maniera totale. Ci si potrebbe fermare al sound, che riesce a riprende gli odiosi anni ’80 per trasformarli in qualcosa di più moderno e complesso, ma qui invece in questi dieci brani si racconta qualcosa di più profondo, che va ascoltato. “Froci normali” per esempio riesce ad essere contemporaneamente elettro ballad futurista e manifesto politico. Sono tanti gli spigoli da smussare per risultare anche più facilmente vendibili come prodotto musicale, ma se riescono ad incanalare in maniera più corretta la loro verve non c’è limite a quello che possono dire e, soprattutto, quello che possono significare.

Tropea

“Blu”: Il talento, quando c’è, sgorga, si impara poi col tempo ad addomesticarlo, ad organizzarlo, a centellinarlo, ma non si può nascondere. I Tropea  sono tra le migliori band del panorama italiano tutto, già lo sapevamo e questa “Blu” ce lo conferma. Un brano delicato e incisivo, raffinato e antico, antico e intenso, intenso e sussurrato. Bravissimi.

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