Gen 22, 2021
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Come è destinata a cambiare la moda nel dopo-Covid

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AGI – L’industria della moda sembra disposta a cogliere i cambiamenti in atto e a rimodulare le proprie strategie, facendo leva sui propri elementi di unicità e creatività e facendosi portavoce di un necessario “cambio di paradigma”. Il Covid-19 ha infatti messo in luce, ancora una volta, dopo i fatti del “Rana Plaza”,  le molte “crepe” del sistema moda, un sistema che ricorda a tratti il colonialismo con le sue politiche di espansione economica di una nazione su territori e popoli all’esterno dei suoi confini.

Tra gli aspetti più critici del sistema moda si annovera, infatti, la delocalizzazione delle produzioni, la mancanza di tutele e di un salario adeguato per moltissimi lavoratori del settore oltre alle eccessive produzioni di abiti economici ma “poco durevoli”, con il conseguente problema del loro smaltimento.

Fra i tanti aspetti negativi,  la pandemia ha tuttavia accelerato un processo già in corso, soprattutto presso le ultime generazioni, di maggiore consapevolezza della criticità di tali sviluppi e reso possibile il proliferare di molte iniziative e percorsi alternativi,  creando così una fase di transizione ricca di proposte di ogni tipo.

Negli ultimi anni, alcuni dei principali attori del fashion system hanno promosso dei cambiamenti significativi: marchi del lusso come Gucci hanno ridotto il programma delle sfilate di moda e Dries Van Noten con il supporto di Gabriela Hearst,  Erdem, Joseph Altuzarra, Proenza Schouler e altri brand chiave del fashion system, hanno scritto una lettera aperta che rappresenta più di 200 marchi globali per rivoluzionare il fashion system, aderendo al G7 Fashion Pact . In particolare, lo scorso ottobre, 250 brand di rilievo nel panorama fashion internazionale hanno aderito al Fashion Pact, un documento in cui ognuno di loro, tra cui Chanel e Prada, si è impegnato a raggiungere una serie di obbiettivi volti a una trasformazione sostenibile dell’industria.

I tre Manifesti innovativi

Tra le tante iniziative e progetti alcuni appaiono più drastici altri quasi utopici, come per esempio tre “Manifesti”  che provano a ridisegnare con nuovi paradigmi il fashion system. Si tratta di percorsi talvolta volutamente astratti e teorici per promuovere il cambiamento, pronti per essere ulteriormente sviluppati dai brand e dagli operatori del settore tessile ed ecco cosa ci propongono:

L’ Earth Logic Fashion Action Research Plan è un documento condivisibile sviluppato dagli accademici Kate Fletcher e Mathilda Tham, co-fondatori della Union of Concerned Researchers in Fashion , che ha pubblicato il proprio manifesto nel 2019 e conta oltre 400 membri. Il piano sostiene un approccio “Earth-first”, costruito intorno all’idea che “senza un pianeta sano, tutte le attività cesseranno“. Earth Logic propone di scambiare la logica della crescita economica con la logica della terra cioè di prendere decisioni basate sulla sostenibilità ambientale ed ecologica piuttosto che sulla redditività. Produrre meno ma produrre meglio.

La proposta si concentra su sei aree: “meno” (riferito alle eccessive produzioni), “ locale” o “glocal” (riferito alla delocalizzazione), “plurale” (con uno sguardo a tutti, alle persone e il loro benessere), “apprendimento”(riferito alla trasmissione del know how), lingua (riferito alla necessaria  sostenibilità del marketing e della comunicazione) e governance (si riferisce all’insieme di regole, leggi, regolamenti che disciplinano la gestione e la direzione di  società o di  enti, pubblici o privati).

Kate Fletcher ha sdoganato il concetto di “slow fashion”, in contrapposizione al concetto di “fast fashion”, designando la velocità come una “caratteristica distintiva negativa di uno specifico settore dell’industria tessile e dell’abbigliamento. Per la Fletcher, la “moda lenta” va ben oltre l’idea di decelerazione. Il principio di indumenti di qualità superiore, prodotti a condizioni eque e in quantità ridotta, costituisce la base della sua filosofia, non il fine ultimo. Se continuiamo a comprare in vasta quantità indumenti – anche se equi, organici e sostenibili – non risolveremo il vero problema. Per affrontare davvero il punto, dobbiamo ripensare al nostro rapporto con ciò che indossiamo.

The Slow Grind redatto dalla creativa multidisciplinare Georgina Johnson, che ha pubblicato il suo manifesto Slow Fashion to Save Minds, come documento online nel 2018, avvicinando per la prima volta, le tematiche di  sostenibilità e  malattia mentale. Ha pubblicato una versione integrale del suo “manifesto” in un libro, nel maggio 2020 e successivamente,  il clima causato dalla pandemia globale ha contribuito a trasformare le sue riflessioni  in un appello alla presa di coscienza per un nuovo sistema più sostenibile. La Johnson sostiene un approccio più umano alla moda, con un’enfasi sulla salute mentale e il benessere delle persone piuttosto che sulla produttività. Attraverso workshop, conferenze e progetti creativi, spera di mettere in pratica il suo manifesto.

And Beyond, i cui co-fondatori Amy Foster-Taylor e Will Bull descrivono il progetto come un “laboratorio di sistemi partecipativi”, per reinventare diversi modi di fare, più di essere, lavorando in collaborazione con partner, clienti e comunità. Secondo And Beyond, l’industria della moda ha contribuito a dar vita a sistemi oppressivi di stampo colonialista. Ciò risulta ben evidente nel modello di economia lineare di prendere, produrre, utilizzare e smaltire. Inoltre l’idea che i lavoratori del tessile nel sud del mondo siano fortunati ad avere un lavoro nella moda, nonostante le condizioni orribili che spesso devono sopportare, dimostra la mancanza di etica e sostenibilità sociale. And Beyond crede che la moda debba adottare sistemi che rispecchiano la natura. “La natura ha un ciclo di nascita, crescita e decadenza di tipo circolare ed è un modello perfetto” in cui nulla viene sprecato e tutto viene valorizzato.  Il manifesto sostiene l’importanza di un sistema “glocal” con visioni diverse che emergono in località diverse e in un sistema “post-coloniale”.

Quanto siamo disposti a spendere?

Certamente il Covid ha fatto da accelleratore a tutti quei processi di cambiamento ai quali il fashion system del “dopo Covid”, non può sottrarsi in nessun modo, ma di quanto tempo avrà ancora bisogno l’industria della moda per cambiare realmente paradigma? L’Instagram generation, dimostra una particolare attenzione al riciclo e al riutilizzo, scegliendo di acquistare prodotti vintage e intensificando comportamenti etici e sostenibili.

E difatti il cambiamento sebbene necessario ed urgente coinvolge le aziende ma anche e soprattutto il consumatore, il cittadino che deve scegliere di contribuire affinché questi manifesti possano concretizzarsi in realtà e non rimanere pura utopia. Ma il cittadino ne è consapevole? La vera domanda infatti è: quanto siamo disposti a spendere per un prodotto meno impattante e per dare una svolta etica e sostenibile al capitalismo?

Quando ci precipitiamo a comprare durante “gli affari” del black Friday” o quando cerchiamo il prodotto più “conveniente”, ci ricordiamo che nessuno ci regala nulla e che se il prodotto è molto economico inevitabilmente le persone che lo hanno prodotto e che vivono in paesi lontani certamente sono state retribuite pochissimo e sono persone, spesso donne e bambini che non hanno alcun diritto o tutela sociale?

Le ultime generazioni risultano essere sempre più sensibili e attente alla sostenibilità ma, in modo apparentemente contraddittorio e paradossale,, anche decise a “spender poco” e a comprare sempre più volentieri on-line soprattutto in giornate come il black friday (gli acquisti on-line ricordiamo che certo non favoriscono la sostenibilità tra spedizioni, imballaggi, resi e non da ultimo, rendendo la vita impossibile a botteghe e piccoli negozi).

Forse se tutti potessero vedere in che condizioni igienico-sanitarie e non solo, vengono prodotte le merci a basso costo, come spesso è capitato a me, in Cina, in India ed in Perù comprenderebbero che sotto un certo costo non è possibile ipotizzare alcun diritto e rispetto del lavoratore, nessuna sostenibilità ambientale e soprattutto che a certi prezzi dovremmo decidere di non comprare.

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