Nov 25, 2020
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La startup italiana che permette alle pmi di vendere su Amazon

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Il funzionamento è tutto nel nome: Xingu, come un affluente del Rio delle Amazzoni e come una tribù che vive in quelle zone. Ed è proprio questo che fa la startup italiana nata nel 2018: scorrere all’interno di Amazon, aiutando le imprese a farsi vedere e a vendere sull’ecommerce più grande d’occidente. O, come si legge nel sottotitolo del blog aziendale, per orientarsi nella “giungla di Amazon”. Xingu è stata appena acquisita da Labelium, una compagnia internazionale di marketing digitale con uffici in 14 Paesi, che non presidia solo il regno di Jeff Bezos.

Le agenzie della giungla

Xingu è nata da un’idea di Mattia Stuani, che poi ha guidato l’agenzia nel ruolo di ceo, e dai fondi del principale investitore, Andrea Febbraio. Obiettivo: creare la prima agenzia italiana che si definisce “100% Amazon Focused”. Da qualche anno, infatti, il gruppo di Seattle ha deciso di aprire il proprio (gigantesco) serbatoio di dati a società esterne: cosa comprano e cercano gli utenti, quando, come, da dove e con quale strumento. Il principio è chiaro: faccio zampillare questa fonte in modo tale che alcune agenzie possano fare da guida a grandi e piccole imprese. Ci guadagnano tutti: l’agenzia, i clienti. E ovviamente Amazon, che consolida le vendite e (soprattutto) fa lievitare gli incassi pubblicitari. Sta poi alla bravura e alle tecnologie proprietarie delle agenzie trasformare questi dati in informazioni utili per i propri clienti, in modo da convertire l’investimento in fatturato.

Cosa fa Xingu

Xingu traccia e analizza i dati per ottimizza la presenza e la visibilità su Amazon (perché per essere più visibili servono accorgimenti tecnici e la capacità di intercettare le chiavi di ricerca giuste), migliorare la gestione del budget pubblicitario, abbatte le barriere linguistiche che possono limitare il perimetro dell’attività. In breve: prova a fare tutto il necessario per far vendere di più, guidando i clienti disorientati dalla giungla.

Le cifre dell’accordo con Libelium, che rileva il 60% delle quote, non sono note. Ma, stando alle parole di Stuani, per gli investitori della prima ora è stato un affare: “In due anni e mezzo Xingu ha reso oltre il triplo dell’investimento”. L’agenzia, che oggi conta 25 specialisti, ha raggiunto il pareggio dopo sette mesi di attività e quadruplicato il giro d’affari nel 2020, con un’Ebitda pari al 20% del fatturato. I partner operativi restano all’interno della società, con i quali puntano all’internazionalizzazione e a quintuplicare l’Ebitda nel 2022 grazie all’accesso ai mercati già presidiati da Labelium.

Un fiume di pubblicità

L’intuizione di Stuani è stata capire, nel 2018, che Amazon stesse diventando un’enorme piattaforma pubblicitaria, capace di competere con Google e Facebook. Pochi mesi dopo, nel febbraio 2019, la trimestrale di Menlo Park avrebbe citato per la prima Amazon tra i concorrenti (oltre a Google, Youtube, Tencent, Snap, ByteDance e Twitter). Sulla piattaforma, infatti, non solo si compra ma – sempre di più – si cerca. Secondo un sondaggio di CivicSciencem durante la crisi da Covid-19, il 47% degli utenti Usa ha usato Amazon per cercare un prodotto, il 24% ha preferito Google e il 14% altre opzioni online. E quando ci sono ricerche ci sono inserzioni. Nel bilancio della compagnia guidata da Bezos, la pubblicità non ha una voce a sé, ma è la principale componente della categoria “Altro”. Nei primi nove mesi del 2020, ha rappresentato poco più del 5% del fatturato. Una porzioni sì contenuta, ma da osservare in prospettiva. Va infatti commisurata all’enorme flusso dell’e-commerce (che però ha margini più ristretti). Per fare un esempio: una componente molto più reclamizzata come gli abbonamenti (cioè soprattutto Prime) vale il 7%. E, soprattutto, la pubblicità sta sfrecciando: tra gennaio e settembre, ha registrato un incremento del 45% rispetto allo stesso periodo del 2019. Né Prime né Aws (il cloud della casa) hanno tassi simili. E occhio alla voce: con le ricerche online sempre più vocali, la sfida tra Amazon (con Alexa) e Google (con Assistant) è ancora più frontale.    

 
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