Ago 12, 2020
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L’addio ad Alberto Bauli, dal Pandoro alla conquista del panettone di Stato

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AGI – Con Alberto Bauli, uno dei capitani di quell’industria veneta che, in qualche caso, ha saputo far nascere dalle aziende del secondo dopo guerra dei veri giganti, se ne va un pezzo di Verona. Se ne va un pezzo di una storia, quella del Pandoro Bauli, che è parte dell’immaginario comune di tutta Italia e non solo del Nord-Est.

L’avventura del padre: soldato, naufrago, pasticciere 

Se ne va un pezzo di una storia che avrebbe potuto essere un’altra, o non essere del tutto: il padre, che fondò l’azienda, non solo sopravvisse alla rotta di Caporetto, ma, pur non sapendo nuotare, dieci anni dopo sopravvisse anche al naufragio del piroscafo con cui stava raggiungendo l’America del Sud, il principessa Mafalda, affondato trascinando con sé oltre 600 passeggeri.

In Sud America il capostipite, che aveva imparato il mestiere al forno del padre, riuscì a fare successo nonostante avesse perso tutti i macchinari che aveva portato con sé, ma volle poi tornare a Verona, dove fondò l’azienda che è ora guidata dal bisnipote Michele, a capo anche della Confindustria locale.

La conquista di Motta e Alemagna

La storia di Alberto Bauli, 80 anni da compiere il prossimo settembre, un ‘omone’ per l’epoca, considerata l’altezza, è una storia di acquisizioni, di vittorie, ma anche di passi indietro. Ancora decenni dopo ricordava come una sconfitta aver dovuto incentivare, all’inizio degli anni 80, l’uscita di 23 dipendenti. “Ci eravamo sovradimensionati ed era colpa mia”, spiegò. Un’ammissione che mostra i piedi per terra dell’imprenditore che poi, alla guida dell’azienda di Verona, conquistò i marchi storici dei panettoni dell’Iri, Motta e Alemagna, comprandoli da una multinazionale come Nestlè. “Andai a trovare l’allora amministratore delegato di Nestlè in Italia – ricordò nel 2013 – Mi chiese “Ti sei deciso a venderci l’azienda?” Io risposi che volevo comprare”. Ma non è stata quella l’ultima acquisizione chiusa: nel 2013 conquistò anche i krumiri della Bistefani, proiettando la Bauli oltre i 450 milioni di fatturato.

La filosofia dell’azienda familiare

Quando Alberto arrivò a lavorare nell’azienda di famiglia, nel 1960, non era già più la pasticceria alle spalle di piazza Bra, nel centro della città, dove sorge l’Arena che è il simbolo di Verona nel mondo assieme a Giulietta e Romeo. Lì suo padre Ruggero era arrivato a vendere centinaia paste al giorno, e da quel successo fu costruito il primo stabilimento del futuro gigante dei dolci, in quello che oggi è stato ribattezzato largo Ruggero Bauli, lungo la via d’ingresso alla città dal casello autostradale. Da lì lui cominciò l’espansione e la diversificazione, allargando il gruppo ad altri comparti diversi da quelli dei dolci da ricorrenza, a partire dai croissant passando per la Doria, famosa per i biscotti Bucaneve.

“Non siamo stati spinti dalla vanagloria, siamo un’azienda familiare, che deve passare da una generazione all’altra, che non mira all’espansione a tutti i costi, ma alla sua solidità innanzitutto, alla buona gestione e ad un ambiente di lavoro gratificante”, disse in un’intervista dopo l’acquisizione di Motta ed Alemagna da Nestlè, condotta senza l’ausilio di consulenti ma chiamando come avvocato il figlio. “Vogliamo crescere in maniera sensata e solida nel limite delle nostre possibilità. Non siamo attanagliati da ambizioni fuori di luogo, l’unica ambizione che possiamo avere noi è trasferire l’azienda al signor Bauli che verrà dopo, più forte di come l’abbiamo trovata”.

La reclame e la schiettezza comunicativa

E sul fatto che all’azienda – che pure ora ha una forte componente manageriale e un’amministratore delegato che arriva dal gruppo Mars – ci sarebbe stato sempre un Bauli (ha passato il comando dell’azienda al nipote Michele solo nel 2018), si limitò semplicemente a rispondere “no ghé dubio”, dimostrando ancora una volta la schiettezza e la poca voglia di girare attorno ai concetti di tanti imprenditori veneti. Una caratteristica, anche questa, ereditata dal padre, che parlando del dolce che ha reso famosa la famiglia nel mondo era solito dire “chi l’ha inventado no se sa, ma el pandoro Bauli lo go inventà mi”.

E’ forse anche per questa insita capacità comunicativa che la Bauli, anche su input di Alberto, ha sempre investito in pubblicità, con spot diventati iconici e quel famoso “Ba-ba-ba baciamoci con Bauli” che è stato un tormentone di tante delle ‘reclame’ del gruppo veronese, prima di essere semplificato in Ba-ba-ba-ba Bauli. L’ex presidente, che nell’83 si era candidato alla Camera con il Pli, una volta confidò di dovere molto a Silvio Berlusconi, ma al Berlusconi imprenditore più che a quello politico. “Vede – ricorda che disse un attento osservatore dell’economia veneta – industriali come me, come Giovanni Rana, dobbiamo molto a Berlusconi. Le sue tv ci diedero lo spazio di cui avevamo bisogno per crescere”. Pur essendo a lungo impegnato nelle banche, come presidente della Popolare di Verona, non spinse mai sulla finanziarizzazione del gruppo, stando anzi sempre attento a mantenere sotto controllo l’indebitamento e reinvestendo gli utili nell’impresa, per ammodernarla e accompagnarla alla crescita. Una lezione che, anche nel suo Veneto, risulterebbe ancora attuale. 

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