Ago 2, 2020
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 Germania-Cina, cosa c’è dietro la lite su Hong Kong

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AGI – “La Cina non è solo vicina: è ovunque”, è una delle battute più gettonate di questi tempi a Berlino. E’ che le relazioni con Pechino hanno sempre di più tutte le caratteristiche del paradosso per il governo federale. Da una parte il grande dragone continua ad essere un “partner strategico”, come poco meno di un mese fa ha solennemente ripetuto Angela Merkel davanti agli eurodeputati riuniti a Bruxelles, dall’altra la relazione con Pechino è disseminata di macigni che è sempre più complicato rimuovere. 

Uno di questi macigni si chiama Hong Kong. La Cina ha reagito infatti con grande durezza alla decisione della Germania di sospendere l’accordo di estradizione, presa dopo il rinvio delle elezioni decisa dalla leadership dell’ex colonia. Pechino ha infatti affidato alla sua ambasciata a Berlino una nota in cui si definisce la sospensione “una seria violazione del diritto internazionale” nonché una forma di ingerenza negli “affari interni” della Cina. “Respingiamo con forza” il provvedimento tedesco “e ci riserviamo il diritto di procedere a ulteriori reazioni”, è il messaggio consegnato con sdegno al governo tedesco.

Erratiche esternazioni

Pechino mostra anche di non aver gradito quelle che definisce le “erratiche esternazioni” del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, che in seguito al rinvio del voto a Hong Kong aveva ribadito che la Germania si aspetta “che Pechino rispetti i propri doveri in quanto a diritto internazionale”, dei quali fa parte anche la concessione di elezioni “libere ed eque” a Hong Kong.

Rimproveri rispediti al mittente: nella dichiarazione dell’ambasciata si definisce, al contrario, “ragionevole” la decisione di rinviare il voto nell’ex colonia britannica a causa del coronavirus, dato che sarebbe volta a “proteggere la vita e la salute” degli abitanti di Hong Kong. ra che continua a ribadire di non voler escludere nessuno “a priori” dalla competizione, ufficialmente per il timore di possibili ritorsioni verso le aziende tedesche. Per di più, appena due settimane fa Merkel ha insistito con il premier cinese Li Keqiang, collegato in videoconferenza, per un mutuo accordo di investimenti da concludere entro l’anno, chiedendo nel contempo che siano offerte “pari opportunità” al Made in Germany.     

“Aumentare le pressioni sulla Cina”

E allora non sembrano proprio arrivare nel momento più opportuno le reciproche irritazioni sul dossier hongkonghese. La presidente della Commissione per diritti umani del Bundestag, la liberale Gyde Jensen, ha chiesto alla Grosse Koalition “di aumentare la pressione sulla Cina”, non escludendo di cogliere l’occasione del semestre tedesco di presidenza Ue per esigere sanzioni nei confronti dei leader cinesi. Non solo: Jensen chiede anche di annullare del tutto il vertice tra Unione europea e Cina, già rinviato a causa della pandemia.      

Da una parte i diritti, dall’altra parte le dure leggi del mercato: se per Merkel la questione è anche geopolitica, per cui l’appoggio alla Cina è anche un esplicito tema polemico nei confronti dell’America di Donald Trump, a nessuno sfugge che la Germania rimane il primo partner commerciale europeo della Cina. Oltre il 44% delle esportazioni totali europee verso il ‘Paese del dragone’ sono tedesche, arrivando ad un  valore complessivo che supera i 95 miliardi di euro. Peraltro, più o meno il 70% delle importazioni cinesi dalla Germania appartengono a quattro macrosettori: automotive, meccanica strumentale, elettrotecnica e elettronica e farmaceutica.    

Un equilibrio difficile

Dunque certo non sorprende l’insistenza, parlando con il premier cinese, sui “progressi da fare nell’accesso al mercato” in nome del multilateralismo. Un equilibrio difficile: era stata la stessa Merkel a ribadire, davanti all’Europarlamento, che i rapporti con la Cina certamente “sono caratterizzate dalle strette relazioni commerciali”, ma anche da “visioni molto diverse” dal punto di vista del “rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto”.

Nondimeno, ripeteva la cancelliera, “intendiamo proseguire un dialogo aperto con la Cina”. E questo mentre il tema dei diritti ha rappresentato uno dei punti più difficili nelle trattative sul Recovery fund, nel senso di uno strumento di pressione nei confronti di Paesi come l’Ungheria e la Polonia. E allora è apparso un ulteriore fulmine il varo della nuova legge sulla sicurezza da parte della Cina, norma che a detta di Berlino “svuota il principio ‘un Paese, due sistemi” che ha finora retto il difficile equilibrio tra Pechino e Hong Kong, dato che permette infiniti giri di vite sull’opposizione nell’ex colonia.

Fulmini che inevitabilmente si ripercuotono nel dibattito interno tedesco, con i Verdi e i liberali che non perdono occasione per accusare la cancelliera di “subordinare il tema dei diritti ad altri interessi”. Lei sembra pensarla diversamente: come scrive la Zeit, Merkel è convinta della strategia del “Wandel durch Handel”, ossia del “cambiamento attraverso il commercio”, che uno dei suoi predecessori, Willy Brandt, applicava con convinzione nei confronti dell’Urss, ai tempi della “Ostpolitik”.

Le accuse di verdi e liberali

Il problema è che non sono d’accordo neanche gli alleati dell’Spd: “L’idea merkeliana che la Cina attraverso l’intreccio commerciale si avvicini anche politicamente all’Occidente purtroppo non sembra realizzarsi”, afferma il responsabile dei socialdemocratici per la politica estera, Nils Schmid, “e dunque è giunto il momento che la cancelliera si pieghi alla realtà”.

Si esprime in termini non molto diversi Norbert Roettgfen capo della commissione Esteri al Bundestag e candidato alla leadership della Cdu, lo stesso partito della cancelliera: “La risposta del governo su Hong Kong è semplicemente insufficiente”. E pure un uomo sempre leale alla cancelliera, come il ministro agli Esteri Maas, non nasconde il suo scetticismo sulla questione Huawei-5G. Per di più, lo scorso settembre aveva ricevuto con grande pompa a Berlino Joshua Wong, l’attivista dell’ex colonia britannica  più inviso a Pechino. Immediatamente Pechino convocò l’ambasciatore tedesco. Niente male, per un “partner strategico”. 

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