Ago 1, 2020
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Addio a William English, l’uomo che costruì il primo mouse

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AGI – È morto a 91 anni a San Rafael, in California, William English, l’ingegnere informatico che nel 1963 costruì il primo mouse per computer sulla base del progetto del collega Douglas Engelbart, scomparso nel 2013. Il decesso, dovuto a insufficienza respiratoria, risale allo scorso 26 luglio ma è stato reso noto solo ora dalla moglie. L’incontro con Engelbart risale alla fine degli anni ’50, quando English, figlio di un ingegnere elettrico, rinunciò a una carriera nella marina militare per entrare in un laboratorio di ricerca californiano, lo Stanford Research Institute, attuale SRI International. 

In un’epoca in cui solo gli specialisti utilizzavano computer, fatti di carte punzonate e tastiere da macchina da scrivere, Engelbart progettava di costruire una macchina che chiunque potesse usare semplicemente manipolando un’immagine sullo schermo. L’idea alla base dei personal computer all’epoca appariva però bizzarra nella comunità informatica. English fu uno dei pochi che la comprese, e mise le sue capacità al servizio di un’illuminazione che avrebbe cambiato il mondo.

La Madre di tutte le Presentazioni

Engelbart immaginò un dispositivo che potesse muovere un cursore su uno schermo e svolgere compiti selezionando particolari simboli e immagini (altra idea rivoluzionaria: le icone). English seppe mettere tale intuizione in pratica. Il primo mouse era una scatoletta con involucro in legno e un pulsante rosso in un angolo. Il suo debutto fu la presentazione del computer sperimentale NLS, avvenuta a San Francisco il dicembre 1968 e passata alla storia come “la madre di tutte le dimostrazioni”. Engelbart sul palco mostrava quello che, proiettato su uno schermo, English compiva con quella macchina rivoluzionaria: i primi programmi per l’impaginazione di testi, la prima videoconferenza, i primi “ipertesti”, ovvero i link, altra illuminazione.

Perché il mouse si chiama così

“Si vide come l’interfaccia di un computer avrebbe potuto – e dovuto – apparire”, spiega al New York Times Doug Fairbairn, direttore del Museo di Storia del Computer di Mountain View e collaboratore di English negli anni ’70.

La cassetta di legno di pino manovrata da English conteneva due potenziometri che tracciavano i movimenti delle due piccole ruote alla base del dispositivo. Fu chiamato “mouse”, topo, perche’ il cursore sullo schermo – la cui sigla era CAT, gatto – sembrava dargli la caccia con i suoi movimenti. Un colpo di genio che potrebbe essere stato agevolato dall’assunzione di LSD. Sia English che Engelbart facevano infatti parte di un programma di test governativi che intendevano verificare quanto l’acido lisergico potesse “aprire la mente” e stimolare la creatività in cervelli già brillanti. 

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