Lug 13, 2020
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Linux proibisce alcuni termini nei linguaggi di programmazione dei computer: niente più ‘master’, ‘slave’ e ‘blacklist’ nei codici

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Linux proibisce alcuni termini nei linguaggi di programmazione dei computer: niente più ‘master’, ‘slave’ e ‘blacklist’ nei codiciLinux proibisce alcuni termini nei linguaggi di programmazione dei computer: niente più ‘master’, ‘slave’ e ‘blacklist’ nei codici

Vietato dire ‘schiavo‘. Non solo nel linguaggio comune usato al bar, o per strada, ma nemmeno nel linguaggio di programmazione informatica dei pc. La lingua si evolve seguendo le nuove spinte della società: e sull’onda delle proteste del movimento ‘Black Lives Matter’ e della nuova attenzione all’inclusione, anche l’informatica si adegua. Linus Torvalds, l’ideatore della famiglia di sistemi operativi Linux, ha suggerito di non usare più termini come ‘master’ o ‘slave’ o ‘blacklist’ o ‘whitelist’ nello scrivere i programmi o le relazioni, perché intrinsecamente ‘razzisti’.

In quel caso i termini non fanno riferimento a persone fisiche, ovviamente, ma ad hardware principali e dipendenti: poco importa, nei laboratori di Linux da oggi in poi si userà un lessico ‘politicamente corretto’ anche di fronte ai codici sorgente. Nelle linee guida stilate dal fondatore – spiega il sito ZdNet – si suggeriscono una serie di alternative, da ‘primary‘ e ‘secondary‘ a ‘leader’ e ‘follower’ (che fa molto Instagram). Stesso destino per i termini ‘whitelist‘ e ‘blacklist‘, cioé le liste di chi può (o non può) accedere a una certa risorsa. Anche in questo caso, Linux suggerisce accantonare la vecchia associazione ‘nero = cattivo’ e ‘bianco = buono’ e propone alternative come ‘denylist‘ e ‘allowlist‘ o ‘blocklist’ e ‘passlist’.

Prima di Linux molte altre aziende informatiche e progetti di programmatori hanno deciso di eliminare i riferimenti che possono far pensare al razzismo, compresi Google e Microsoft. La lotta al razzismo – specialmente quello delle parole – passa sempre di più per i software, dunque: il prestigioso Mit di Boston che ha messo offline un enorme database usato per ‘addestrare’ le intelligenze artificiali proprio perché conteneva parole razziste e misogine. Artificiale, ma comunque politicamente corretta.

L’articolo Linux proibisce alcuni termini nei linguaggi di programmazione dei computer: niente più ‘master’, ‘slave’ e ‘blacklist’ nei codici proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il fondatore Linus Torvalds ha stilato alcune linee guida con termini più ‘inclusivi’. Prima di lui, molte altre aziende informatiche hanno deciso di eliminare i riferimenti che possono far pensare al razzismo, compresi Google e Microsoft

L’articolo Linux proibisce alcuni termini nei linguaggi di programmazione dei computer: niente più ‘master’, ‘slave’ e ‘blacklist’ nei codici proviene da Il Fatto Quotidiano.

F. Q.

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