Giu 25, 2020
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Perry Mason: da avvocato a detective, con un grande Matthew Rhys

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Perry Mason è uno degli avvocati più famosi della storia della letteratura e della tv. Nacque dalla penna di Erle Stanley Gardner nel 1933, divenne protagonista di un’ottantina fra romanzi e racconti, fece presto il salto al cinema con alcuni film degli anni Trenta, e poi trovò consacrazione definitiva con la fortunatissima serie tv di fine anni Cinquanta, che creò l’identificazione totale del personaggio con il volto di Raymond Burr, che l’avrebbe interpretato nella serie vera e propria e poi in un gran quantità di tv movie degli anni Ottanta. Una figura così legata al mondo legal, che lo stesso nome “Perry Mason” sarebbe diventato negli anni quasi sinonimo di “avvocato”.
Sarà per questo che nella miniserie di HBO debuttata pochi giorni fa (da noi arriverà su Sky in autunno), e che si chiama proprio “Perry Mason”, il protagonista è un detective privato.
Ma come????

Allora, diciamo che la miniserie vuole essere un prequel, ambientato a cavallo fra il 1931 e 1932, delle avventure del famoso principe del foro, e diciamo anche che al momento non sappiamo se da qui alla fine degli otto episodi assisteremo alla trasformazione del personaggio da investigatore ad avvocato. Ma è anche facile che a HBO qualcuno abbia semplicemente detto “dai facciamo una cosa un po’ True Detective, ma usiamo un nome già conosciuto che spiazza un po’”, sentendosi rispondere con un bel “GENIO!”
La miniserie è prodotta fra gli altri da Nic Pizzolatto (padre proprio di True Detective), che doveva anche scriverla salvo lasciare poi la mano a Rolin Jones e Ron Fitzgerald, e da Robert Downey Jr., che in teoria doveva vestire i panni del buon Perry, salvo rinunciare a causa di un’agenda troppo ingolfata. E così si è ripiegato su Matthew Rhys, nome meno altisonante a livello cinematografico, ma che noi serialminder apprezziamo da anni dopo Brothers & Sisters e, soprattutto, The Americans.
E la scelta, così a occhio, è stata azzeccata.

Dopo un po’ di spaesamento iniziale dovuto alle novità professionali di questo Perry Mason, infatti, ci si rende conto che il pilot non è mica brutto, anzi. E buona parte della freschezza viene proprio da Rhys.
Ambientata in una Los Angeles di inizio anni Trenta, che prospera e gozzoviglia grazie al petrolio e all’industria del cinema, mentre il resto degli Stati Uniti attraversa la Depressione seguita al crack della Borsa del ‘29, Perry Mason fa debito sfoggio dei consueti mezzi produttivi di HBO, e presenta un personaggio che per certi aspetti sarebbe molto tradizionale: parliamo del classico detective ombroso e malmostoso, veterano di guerra, segnato da costanti problemi economici, talentuoso ma disordinato, proprietario di una fattoria di famiglia che non funziona e che dovrebbe vendere (ma non vuole), padre di un figlio che non vede mai, legato con un rapporto un po’ troppo stretto alla bottiglia. Insomma, il protagonista (non troppo) bello e (parecchio) dannato che si cala perfettamente in un’atmosfera da noir-mystery in cui non mancano le botte piuttosto forti, legate soprattutto al principale caso che Mason si trova ad affrontare: il rapimento e assassinio di un bambino ancora in fasce, il cui cadavere viene trovato con le palpebre cucite e inquietanti simboli che riportano a una matrice fanatico-religiosa del gesto.
Un’atmosfera su cui HBO sembra tornata quella di una volta, la rete che non risparmia le scene di nudo, il sesso acrobatico, il turpiloquio, e un amore molto preciso per la ricostruzione storica di ambienti e costumi, a volte davvero impressionante.

A dare una piccola scossa a questo quadro potenzialmente troppo tradizionale è proprio Matthew Rhys, che sceglie di staccarsi completamente sia dall’eredità di Burr, sia da certi cliché del genere noir: la sua ineliminabile faccia da bravo ragazzo, unita a una recitazione che lavora moltissimo sul modo di stare in scena e di creare il contrasto più forte possibile fra la fisicità sciatta e quasi faticosa del protagonista, e il mondo pieno di eleganza e lustrini che gli sta intorno, ci restituisce un detective che è sì ombroso e problematico, ma anche curiosamente buffo e triste, uno sfigatone che fa quasi tenerezza per tanto che fatica a trovare un suo posto nel mondo. Non è tanto il genio scontroso e intrattabile alla Dottor House, bensì un uomo con alcuni talenti specifici, che fatica però a tenere insieme la sua vita. Non tanto un “antieroe”, quanto un eroe che, poverino, non ce la fa proprio.
In questo senso, la sceneggiatura supporta questa interpretazione con dialoghi ricchi di battute di spirito più o meno velate, botte e risposte di gran ritmo che alleggeriscono la potenziale tensione data dall’atrocità dei delitti, che di per sé avrebbero effettivamente tutte le caratteristiche per fare da base a una nuova True Detective.
Ma qui al momento non c’è spazio per grandi discussioni filosofiche e lattine schiacciate, perché Perry è talmente sfigato da dover pagare un amico coroner per farsi vendere a poco prezzo cravatte appartenute ai morti ammazzati. Quindi insomma, prima le bollette, poi la filosofia.

Se la serie non si chiamasse “Perry Mason” sembrerebbe avere un destino dichiarato in termini di sviluppo narrativo e di genere. Resta da capire se a un certo punto il legal tornerà a essere importante, o se rimarrà uno specchietto per le allodole. Ma questa, se vogliamo, è una curiosità che poco c’entra con quello che si vede sullo schermo, cioè una detection messa in scena con ricchezza di mezzi e un preciso gusto vintage (fa pensare spesso ai romanzi di James Ellroy), scritta con insospettabile simpatia (poi vedremo se la componente strettamente poliziesca funzionerà a dovere), e interpretata da un attore che, se mai ce ne fosse ancora bisogno, si conferma proprio bravo (e a cui si aggiungono o si aggiungeranno nomi del calibro di John Lithgow, Robert Patrick e, udite udite, Tatiana Maslany)
Vediamo se tiene.

Perché seguire Perry Mason: perché è una detective-story con tutte le sue cosine a posto e un protagonista di grande talento.
Perché mollare Perry Mason: perché Perry Mason è il più famoso avvocato della tv, e qui non è un avvocato.

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