Giu 30, 2020
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Migranti, un gruppo Facebook per rintracciare le persone scomparse sulla rotta balcanica. Ong: “2000 morti dal 2015”

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Migranti, un gruppo Facebook per rintracciare le persone scomparse sulla rotta balcanica. Ong: “2000 morti dal 2015”Migranti, un gruppo Facebook per rintracciare le persone scomparse sulla rotta balcanica. Ong: “2000 morti dal 2015”

C’è la fotografia di un ragazzo dagli occhi scuri, in testa un cappellino a visiera, nelle orecchie un paio di auricolari. Nel post successivo, compare sorridente un altro giovane. Sullo sfondo si intravede un prato, dal suo zaino appoggiato a terra esce qualche oggetto personale. Sono Junus e Omar, volti come tanti, sguardi che sono noti sul gruppo Facebook Dead and missing in the Balkans, morti e scomparsi nei Balcani. Una piattaforma nata nella primavera del 2019 e diventata lo spazio digitale dove migranti, famiglie e cooperanti si incontrano per scambiarsi informazioni utili a ricostruire le sorti di chi, in viaggio lungo la rotta balcanica, non ha più dato notizie di sé.

“È una pagina drammaticamente attiva. Ogni giorno si pubblicano appelli per cercare gente sparita nel nulla – racconta Silvia Maraone, project manager di Ipsia, ong delle Acli – A volte si scopre che chi era scomparso aveva semplicemente perso il telefono e non era più riuscito a contattare amici e parenti. Ma se, nella peggiore delle ipotesi, si conferma la morte di qualcuno, ci si muove per capire la data e la causa del decesso. E si cerca di avvisare i parenti. Così almeno possono mettersi il cuore in pace”. Segnalazioni, fotografie, contatti delle ambasciate: è attraverso questi binari che si tenta di riavvolgere il nastro e recuperare gli ultimi passi di ogni esistenza in viaggio. L’ambizione è strapparle dall’oblio, dal rischio che si riducano a corpi senza nome e senza storia.

“Forse c’è qualche speranza che mio fratello Ahmad sia stato avvistato in un campo profughi. Se Dio vuole, lo rivedremo prima o poi”. Naveed risponde alle domande in chat privata, scrive dalla sua casa a Jalalabad, città in Afghanistan orientale. Non ancora ventenne, Naveed è solo uno dei molti famigliari che si sono iscritti al gruppo Dead and missing in the Balkans per mettersi alla ricerca di un caro perduto ricorrendo all’aiuto della rete. Il suo appello, pubblicato lo scorso febbraio, riporta dati e fotografia del fratello, oltre all’ultimo momento in cui è stato avvistato ancora in vita. “Due mesi fa Ahmad ha attraversato il confine della Croazia, passando dalla Serbia – si legge nel post. – Se qualcuno sa qualcosa, per favore, mi contatti a questo numero”.

Chi tenta di raggiungere l’Unione europea sulle proprie gambe familiarizza presto con un paradosso: se nel mondo reale è consigliabile nascondersi per evitare animali, poliziotti, nemici vari ed eventuali, il mondo della rete resta l’unico in cui sia lecito, se non necessario, ribadire la propria esistenza. Il solo spazio valido a mantenere integro il legame con i propri amati e dove combattere la sensazione di solitudine. “Se ti succede qualcosa sulla rotta balcanica nessuno può aiutarti. È triste, ingiusto, ma chi viaggia, viaggia solo, anche se con lui ci sono decine di persone. E pensa per prima cosa a mettere in salvo se stesso – spiega Jassir, un uomo di trent’anni che adesso vive a Trieste ed è scappato dal Pakistan dopo le minacce di morte subite a causa della sua dissidenza politica – Durante il nostro percorso vediamo spesso cadaveri ricoperti di terra e fango. Persone morte di cui nessuno sa nulla. Io stesso ho condiviso buona parte del cammino con altri due ragazzi. Uno di loro veniva dal Kashmir. Un giorno è caduto da un dirupo. Lo sentivamo urlare, piangere perché non riusciva più a rialzarsi, si era spezzato una gamba. Chiedeva aiuto. Ma i poliziotti stavano arrivando, dovevamo andarcene. Non ho mai saputo che cosa gli sia successo”.

Secondo l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2019 le persone che attraverso le coste turche hanno raggiunto la Grecia per poi risalire la regione balcanica sono state 71.386. Un numero in leggero aumento dopo il calo seguito all’accordo del 2016 tra Unione europea e Ankara, che impegnava il governo turco a bloccare i migranti entro i propri confini in cambio di 6 miliardi di euro. Questa operazione ha portato a una forte contrazione di ingressi negli anni successivi (nel 2016 erano stati 176.906, scesi a 35.052 nel 2017). Tuttavia, una soluzione alla crisi migratoria è ancora impossibile da scorgere all’orizzonte. A confermarlo, oltre ai numeri degli ingressi, sono anche quelli dei morti e degli scomparsi, gli stessi che i cooperanti tentano di tracciare giorno per giorno. Dal 2015 i migranti che ufficialmente hanno perso la vita lungo la rotta balcanica sono stati poco più di 2000. L’80% di loro è annegato nel breve stretto di mare che collega Turchia e Grecia o nei fiumi dei Balcani. Ma l’acqua non è l’unica trappola fatale: quasi 150 hanno perso la vita per incidenti stradali o investiti da macchine o treni, 73 sono rimasti soffocati nei tir in cui viaggiavano, 36 sono morti di ipotermia nei boschi, 19 sono stati uccisi, una decina di loro si è tolta la vita dopo l’ennesima richiesta d’asilo rifiutata.

Questi dati sono tratti dalla lista messa a disposizione da United for intercultural action. Una rete che coinvolge il lavoro di diverse organizzazioni europee e che dal 1993 registra la morte di ogni migrante nel mondo, con tutte le informazioni a disposizione (nome, sesso, età, provenienza, causa e data del decesso). Tra i 36.570 casi annotati, circa 2mila fanno riferimento a persone morte nell’area balcanica in questi ultimi anni. Ma il numero reale di coloro che soccombono agli ostacoli lungo la rotta è difficile da ottenere. Alcuni corpi non vengono più recuperati, restano nascosti negli anfratti scavati dai fiumi e delle rocce dell’Europa orientale. “Qualche anno fa ho conosciuto una famiglia afgana. Tra i figli c’era Madina, una bimba di soli sei anni – ricorda Maraone.- Durante un respingimento della polizia croata, Madina è stata costretta a tornare indietro insieme alla sua famiglia, verso la Serbia, camminando accanto a dei binari. Il passaggio di un treno nella notte l’ha travolta, mentre i suoi parenti sono riusciti a salvarsi. È stata seppellita lì dove ha perso la vita, ma almeno la lapide riporta il suo nome. Un privilegio che non è così scontato quando si muore lungo la rotta balcanica”.

di Linda Caglioni e Filippo Campo Antico

L’articolo Migranti, un gruppo Facebook per rintracciare le persone scomparse sulla rotta balcanica. Ong: “2000 morti dal 2015” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Si chiama Dead and missing in the Balkans ed è un gruppo Facebook usato da parenti, amici e cooperanti per rintracciare i migranti scomparsi lungo la rotta balcanica. Ipsia (Acli) “Una pagina drammaticamente attiva. Ogni giorno si pubblicano appelli per cercare gente sparita nel nulla”

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F. Q.

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Il fatto quotidiano

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