Giu 4, 2020
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Hong Kong e la Marcia, un inno tra vilipendio e Gloria 

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AGI – Per due eroi così distanti un volto solo, quello di Donnie Yen. Stranezze del cinema: l’attore ha offerto il viso, ma soprattutto il corpo, per impersonare il maestro di Bruce Lee, Yip Man, nella saga cinematografica che ha celebrato – con stile, regia, lingua hongkonghesi – un tipico eroe hongkonghese. Però nel 2009 è stato sempre lui, sul grande schermo, a rappresentare Tian Han in The Founding of a Republic, filmone celebrativo sponsorizzato dal Partito Comunista Cinese sulla nascita della Repubblica Popolare. Chi fu Tian Han? Molto meno celebre di Yip Man fuori dei confini, è il drammaturgo che scrisse le parole dell’inno nazionale cinese: la Marcia dei Volontari, ossia il brano protetto da oggi, nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong, dagli insulti e dai fischi dei pro-democratici con la legge approvata dal parlamento locale. Pene pecuniarie e fino a tre anni di carcere per chi vilipende Yìyǒngjūn Jìnxíngqǔ.

Eppure non sono stati gli studenti hongkonghesi i primi né gli unici a vilipendere la Marcia dei Volontari: in Cina, negli anni bui e violenti della Rivoluzione Culturale, l’inno fu bandito e soppiantato da L’Oriente è rosso (Dōngfāng Hóng), peana al presidente Mao che accompagnava al mattino e alla sera le gesta di invasati studenti. Ne fece le spese, tra i moltissimi, lo stesso drammaturgo Tian Han. Aveva schizzato le parole della Marcia in galera da giovane comunista, negli anni Trenta, su un pacchetto di sigarette perché nemmeno aveva un pezzo di carta, poi gliele avrebbe vestite di note un altro giovane artista, il violinista Nie Er.

Nel 1968, rimesso in carcere con l’accusa di essere un controrivoluzionario e ormai settantenne, sempre senza carta ma esaurita pure l’ispirazione, Tian Han morì da miserabile dopo essere stato un’icona della Repubblica Popolare. La sua riabilitazione avvenne, assieme a quella della Marcia, dieci anni dopo, nel 1978, terminata la burrasca della Rivoluzione Culturale.
L’inno inviso agli hongkonghesi non sarebbe mai diventato celebre se non fosse stato consacrato dal cinema – perché se è vero negli anni Duemila per i miti impersonati da Donnie Yen lo fu anche molto prima presso il pubblico cinese: ci vuole un film, almeno uno, per ascendere alla dimensione epica. O pop. Il pop rosso ante litteram della Marcia dei Volontari funse da colonna sonora alla pellicola del 1935 Children of Troubled Times (Fēngyún Érnǚ), dedicata agli anni drammatici della resistenza contro i giapponesi.

Nutriti di cultura cinematografica ma d’altro genere, i giovani hongkonghesi hanno adottato negli ultimi anni i propri inni non ufficiali e temporanei: nel 2014, durante la Rivolta degli Ombrelli, presero a prestito Do you hear the People Sing dal musical I miserabili; cantarono in massa anche una ballata riesumata dalla Hong Kong ancora britannica degli anni ’90 della band Cantopop locale Beyond: Boundless Oceans, Vast Skies. Tuttavia soltanto molto dopo, da settembre dell’anno scorso, gli attivisti per la democrazia hanno trovato un inno meno effimero e composto proprio per loro: Glory to Hong Kong di ignoto autore (o autori) che si cela sotto l’ermetico pseudonimo di Thomas dgx yhl. Non ha il tempo marziale di 2/4 della Marcia dei Volontari, ma si presenta come un solenne adagio che inneggia alla libertà. Il testo è nell’idioma cantonese, diventato anche un segno identitario contro la pervasività di Pechino e l’imposizione del cinese standard (mandarino).

Talvolta anche il Sing Hallelujah to the Lord oltre a quei brani pop è stato intonato nelle veglie celebrative della strage di Tiananmen di cui oggi l’ultima ricorre – rinsecchita dalle proibizioni “anti-Covid” (tra virgolette).

A proposito: cosa cantavano, in piazza Tiananmen nel 1989, gli studenti che sarebbero stati massacrati e dispersi? Quale fu il loro ‘contro-inno’? Nessuno: cantarono in coro proprio la Marcia dei Volontari. Il vilipendio all’inno lo fecero i carri armati.

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