Mag 7, 2020
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Will & Grace – Questa volta è davvero finita

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Dire
addio non è mai semplice, se avete qualche decennio alle spalle ne sarete
consapevoli. Ancora più complesso, e se volete beffardo, dire addio per ben due
volte. In sostanza è quello che è successo ai tantissimi fan di Will & Grace sparsi in tutto il
mondo. Gli appassionati della sitcom Nbc (trasmessa da noi su Tele+ e Italia1,
poi su Fox Life e più di recente su vari canali digitali) l’avevano già
salutata nel maggio 2006, con un doppio episodio finale che a dir la verità
aveva lasciato dell’amaro in bocca. Passano dieci anni e nel 2016 il cast si
riunisce per uno speciale elettorale a sostegno di Hillary Clinton (sapete poi
com’è andata), scatenando un entusiasmo tale da spingere il network a ordinare
un revival, dato che siamo in epoca di nostalgia e compiacimento boomer. Ne
derivano tre stagioni ulteriori, prima di staccare di nuovo la spina: il 23
aprile 2020 è calato il sipario (stavolta per sempre, ci tengono tutti ad assicurare),
e anche qui non senza disappunto tra i fan, ancora una volta lasciati a cullare
la propria sindrome dell’abbandono.

Gli
appassionati di serie lo ammettono senza vergogna: ad alcuni personaggi si
vuole bene come se fossero persone di famiglia, congiunti degni di DPCM.
Soprattutto se ci accompagnano per svariati anni, magari proprio quelli della
formazione, diventando parte integrante del nostro bagaglio di sensibilità e affetti.
Per una grande fetta di pubblico, Will
& Grace
è stato questo e molto altro. La comedy che vedeva protagonisti
l’avvocato gay Will Truman (Eric
McCormack) e la sua migliore amica, un’arredatrice d’interni ebrea di
nome Grace Adler (Debra
Messing), accompagnati dall’amico super camp Jack McFarland (Sean Hayes) e dalla ricca e alcolizzata
assistente Karen Walker (Megan
Mullally), non è stata solo un enorme successo televisivo in ogni angolo del
pianeta, è diventata anche un simbolo. Le battute taglienti e le scene slapstick, infatti, si saldavano senza
soluzione di continuità con un cuore profondo e contemporaneo, incarnato da un
gruppo di amici sui generis, in cui l’omosessualità diventava il new normal e l’essere outsider solo una
delle tante stramberie caratteriali.

Sospendendo
per un attimo il discorso “politico”, Will
& Grace
è stata innanzitutto una serie perfetta dal punto di vista
tecnico: soprattutto nelle prime stagioni (almeno fino alla quarta, con qualche
guizzo fino alla sesta) la scrittura di dialoghi e situazioni era infallibile, a
dir poco virtuosa; la chimica costruita man mano fra i personaggi li rendeva
una specie di unico organismo comico a quattro teste, in cui i tempi erano
sempre giusti, le dinamiche sempre fluide; il centinaio di guest star che si
sono alternate negli vari episodi (da Gene Wilder a Madonna, da Glenn Close a
Matt Damon, da Jennifer Lopez ad Alec Baldwin…) ne hanno attestato non solo il
successo di pubblico ma anche una qualità stilistica difficilmente
riscontrabile altrove. In pochi negli ultimi decenni, dopo Seinfeld e Friends (e
prima di Big Bang Theory e Modern Family), hanno fatto ridere in
modo così chirurgico, senza (quasi) mai rinunciare a una coerenza e originalità
di fondo. Tutto ciò fece guadagnare la cifra monstre di 83 nomination agli Emmy, con 18 vittorie (ognuno dei 4
protagonisti vinse come migliore attore comico, Mullally fece addirittura la
doppietta).

Difficile
riassumere in poche righe questo universo comico, anche se sono tante le
immagini che si affastellano nella mente del fan della prima ora: le spropositate
tette finte di Grace che zampillano acqua nel bel mezzo di una mostra di
quadri; le innumerevoli entrate ad effetto di Jack (“Just Jack!”) o il
suo viaggio in paradiso con tanto di angeli nudi e Cher nei panni di Dio;
l’episodio anni ’80 con il goffissimo coming out di Will; la madre di Grace, interpretata
dalla compianta Debbie Reynolds, che canta “Te
l’avevo detto
”; gli episodi live dell’ottava stagione con le sopracciglia
disegnate e le risate del cast trattenute a stento. Un capitolo a parte
meriterebbe la perfezione sul
personaggio incarnato da Megan Mullally: Karen Walker, l’ereditiera
perennemente fuori dal mondo, sempre persa nei fumi di alcool e pillole, con le
sue battute acide e l’umorismo politicamente scorretto che faceva da contrappeso
a ogni tendenza zuccherosa della serie. Attorno a lei ruotano alcuni personaggi
minori geniali (l’invisibile marito Stan, la cameriera Rosario perfetto emblema
di odi et amo – interpretata da Shelley Morrison, scomparsa nel dicembre
2019, senza contare “Beverly Leslie è omosessuale” o lo sciagurato barista
Smitty), e sempre a lei si devono alcune delle freddure più memorabili, in
qualità di esperta di galateo (“Sesso per soldi? Certo che no! Per gioielli,
per pellicce, per titoli in borsa, come una signora
”), profetessa del
distanziamento sociale (“A meno che tu non sia servita in un bicchiere
ghiacciato, mai stare a meno di un metro dalla mia bocca
”), dottoranda in
anatomia (“Tesoro, se i tuoi genitali sono all’esterno, hai sempre qualcosa
da nascondere all’interno
”).

Risate
a parte, non si può parlare di questa serie comica senza affrontare il tema
della sua rilevanza: la creatura di Max Mutchnick e David Kohan (i due sceneggiatori,
rispettivamente l’uno gay e l’altro ebreo, amici inseparabili fin dal college
“nonostante” le differenze, così come i due protagonisti) debuttò negli Stati
Uniti nel settembre 1998 e già con il fatto stesso di andare in onda sfidava i
canoni della tv americana: solo il luglio precedente la sitcom Ellen era stata cancellata dalla Abc (di
proprietà di Nostra Grande Madre della Correttezza Disney) congelando per una
decina d’anni la carriera della sua creatrice e protagonista Ellen DeGeneres,
rea di aver fatto pubblicamente coming out come donna lesbica e fatto seguire
lo stesso destino al suo personaggio (DeGeneres fece poi un cameo proprio in Will & Grace, nei panni di una suora
che “non ha mai conosciuto un uomo”, prima
di trovare nuovo successo col suo talk show in syndication). Pochi mesi dopo lo
scandalo causato da una sitcom su una donna rivelatasi lesbica, su un’altra
rete nazionale andava dunque in onda uno show con un uomo apertamente
omosessuale (il primo protagonista gay di un programma di prima serata sulla tv
americana), affiancato da un altro personaggio secondario che più gay non si
poteva. E la cosa funzionò, funzionò alla grande (si trattava pur sempre di un
uomo e non di una donna, annoterebbero alcuni).

Negli
Stati Uniti del Don’t Ask Don’t Tell
(approvato solo l’anno prima dal caro Bill Clinton), Will & Grace fu un successo clamoroso proprio per la sua
normalizzazione (talvolta problematica, diremo poi) dell’omosessualità: si
poteva essere gay e di successo, avere degli amici che ti sostengono come (e
più di) una vera famiglia, si poteva vivere allo scoperto senza paure e
provincialismi. Se questo era rivoluzionario nella patria delle libertà civili,
figuriamoci nelle varie periferie dell’Impero: quando Tele+ Bianco mandò in
onda i primi episodi doppiati in italiano (peraltro in qualche modo
edulcorati), per molti ragazzini omosessuali dell’epoca, ma anche per molte
persone che sentivano su di sé lo stigma della diversità (giusto per non
esagerare con l’autobiografismo), fu letteralmente una rivelazione. Quelle
erano figure “reali”, né oscene né contronatura, andavano in tv, il mondo non
poteva costringerli all’ombra. Ovviamente quelli erano entusiasmi più o meno
inconsci e solitari, bisognerà aspettare il 2012 prima che Joe Biden, allora
vicepresidente di Obama e (si spera) futuro presidente Usa, ci mettesse un
marchio pubblico e definitivo: “Penso che Will & Grace abbia
fatto più di qualsiasi altro finora per educare il pubblico americano
”, disse in un’intervista elettorale.

Non che prima di questa serie non ci fossero stati in
tv personaggi omosessuali, molti dei quali relegati però a ruoli sciagurati o
macchiettistici. Will & Grace invece ribadiva che non esistevano
amori gay e problemi gay e delusioni gay: esistevano amori, problemi,
delusioni, condivisi da personaggi di ogni orientamento, anzi, la diversità di
questi personaggi veniva del tutto affogata nella loro natura buffa, surreale,
ironica. Erano umanissimi freak, prima che gay. C’erano comunque dei
punti controversi, a dire il vero, e molti temi delicati trattati nelle prime
stagioni con ironia e sberleffi oggi non passerebbero il vaglio della polizia
del politically correct: per dirne una, Will è un omosessuale mascolino
e in qualche modo eteronormato, il quale è contrapposto al più flamboyant
Jack proprio per farne risaltare la “somiglianza” ai canoni comuni. Questo
ovviamente cambia nel corso del tempo, e i messaggi di accettazione e diversità
si fanno sempre più convinti. Ma in alcuni episodi storici restano radicate
battute al limite dell’omofobo nel confronto di lesbiche e transessuali, tuttavia
a ben vedere questo conferma la tesi: Will & Grace ha educato alla
sensibilità sui temi Lgbt+ proprio perché ha saputo educare nel tempo sé stessa
(emblematico in quest’ultima stagione l’episodio sui luoghi comuni legati ai
bisessuali).

Con una responsabilità così ingombrante,
guadagnatasi con sudore e risate per otto stagioni, Will & Grace è
dunque risorta dalle sue ceneri nel 2017 con un fardello pesante sulle spalle:
far ridere ed essere rilevante come un tempo, pur in un mondo che in 11 anni ha
cambiato completamente volto. Nella prima stagione revival l’obiettivo sembra
centrato: si cancella con un colpo di spugna il primo finale (in cui Grace e
Will si erano persi di vista salvo ritrovarsi molti anni dopo, riuniti dal
college dei figli) e si riprende come niente fosse successo. E in effetti
niente era successo (era tornato in pianta stabile persino il regista, James
Burrows, che già aveva diretto tutte le puntate della fase 1): Will è il solito
rigidone che, soprattutto per trovare l’amore, sfida i suoi limiti nevrotici;
Grace, sempre pigra e mangiona, scopre una vena più femminista e politica (pare
per precise imposizioni contrattuali dell’attrice Debra Messing); Jack è
naturalmente ancora uno spiantato sognatore, esagerato in modi e gesti, ma forse
meglio disposto al mettere la testa a posto; Karen Walker, manco a dirlo, è
Karen Walker.

Il revival, dicevamo, doveva dimostrare di essere
divertente e rilevante nell’era di Trump, ovvero quella più triste e
politicamente risibile degli ultimi decenni: soprattutto nella prima stagione
ci è riuscita, cercando anche di guardarsi con lucidità allo specchio,
ammettendo di mettere in campo protagonisti invecchiati, ma non sdentati. Il
graffio rimane, la chimica si avverte vivace, fioccano le stoccate su temi
forti (discriminazioni, #MeToo, madri surrogate ecc.). Will & Grace
è tornato dunque col suo smalto di sempre, ma l’ha anche subito smarrito. Già
la seconda stagione del revival (la decima in totale) arranca cercando di
introdurre variazioni di variazioni sul tema, mentre la terza (l’undicesima) si
arrende alle più assurde panzane. Basta leggere i commenti dei fan sulle pagine
social della serie per cogliere un disappunto diffuso: la gravidanza di Grace
nell’ultima stagione è un pretesto ridicolo, l’ultimo episodio (che da noi
andrà su Premium Stories a fine maggio) affrettato come i più mediocri temini
delle medie, il ricordo di una comicità fulgida, irrisoria e al contempo
emozionante ormai davvero opaco. Rimangono attimi isolati di ilarità assoluta, persi
però in una narrazione affannata.

Qui le scene in onda e le indiscrezioni dietro le
quinte si fondono, intorbidendo le acque: dopo la notizia, uscita nell’estate
2019, che l’undicesima stagione sarebbe stata l’ultima, affiorano pure voci su
dissidi molto forti fra Mullally e Messing, con velate accuse di bullismo che
volano dalla prima alla seconda. In un’epoca social come la nostra, queste voci
vengono amplificate e i fan – influenzati o meno – iniziano a notare che nei
vari episodi l’intesa è spenta, le due attrici ma in generale tutti i
protagonisti paiono sempre più lontani, separati nelle proprie singole storyline
(Karen sarà addirittura assente da due episodi dell’ultimo ciclo). L’amarezza
aumenta, lo smarrimento pure, come quando ti chiedono se preferisci la mamma o
il papà, la cioccolata o la pizza. Ci si domanda addirittura se fosse valsa la
pena di tornare con nuove stagioni, se poi si è finiti ancora una volta in
calare, senza rendere in sostanza giustizia a un passato così glorioso.

I fan più sfegatati (di nuovo, autobiografismo: on)
sono però grati di aver avuto la possibilità di rivedere questi personaggi sullo
schermo, come a confermare l’idea (l’illusione) che le cose belle della vita
possono sempre tornare, che vecchi amici che ci hanno fatto ridere e sostenuto
in tempi bui, ma poi persi di vista, possano comunque riaffacciarsi, anche se
brevemente. Will & Grace è stata una serie tv di grande qualità
produttiva, ma è stata anche un innegabile manifesto di come la televisione,
nel suo piccolo e nel suo ridicolo, possa contribuire a plasmare l’opinione
pubblica, intervenire sulle vite, dare una possibilità di legittimazione e
riconoscimento. Rivedere Will & Grace, anche oggi e nonostante tutti
i difetti, è come un bere un Martini fatto bene: è secco e gelato come le
freddure meglio riuscite, ha tutti gli ingredienti nella giusta misura e ti dà
carattere. Soprattutto, ti insegna a “non sprecare spazio con quelle inutili
olive
”.

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Will & Grace – Questa volta è davvero finita
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