Mag 23, 2020
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Lo smart working sopravviverà all’emergenza covid?

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Milioni di italiani si sono trovati improvvisamente a lavorare in smart working 2-2,5 milioni nella amministrazione pubblica e altrettanto si stima nel privato (al primo maggio le comunicazioni al ministero del Lavoro risultavano 1.827.792 contro 221.175 della fase pre-Covid ma dopo sono state sospese). Uno studio di Cgil e Fondazione Di Vittorio parla di oltre 8 milioni, contro i 500 mila che lavoravano da remoto prima del coronavirus. Una rivoluzione avvenuta senza preparazione, con i tempi stretti dettati dall’emergenza sanitaria.

Per favorire una modalità di lavoro finalizzata a limitare gli spostamenti e il rischio contagio, il governo ha previsto nei Dpcm delle deroghe a quanto prevedeva la legge 81/2017 sul lavoro agile. I lavoratori, come anche i manager, sembrano apprezzare il nuovo sistema ma ora i sindacati chiedono una regolamentazione e tanto la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo quanto quella della Pa Fabiana Dadone, hanno dato la loro disponibilità.

Meno propensa Confindustria, secondo cui lo smart working è un’opportunità ma l’eccesso di regole non fa bene allo sviluppo. L’Abi da parte sua chiede un intervento pubblico per la formazione e misure per gli investimenti, consapevole che lo smart working proseguirà anche dopo l’emergenza sanitaria.

Smart o home working?

“Con i Dpcm il governo ha introdotto uno smart working emergenziale, semplificato – spiega Simone Cagliano, esperto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro – perché non bisogna più sottoscrivere un accordo nè disciplinare la normativa di sicurezza. Adesso vi è solo l’onere della ‘comunicazione massiva’ sul sito del ministro del Lavoro, dove sono indicati i riferimenti di azienda e lavoratore e il riferimento Inail. L’esigenza è di tutelare la sicurezza sanitaria e consentire di continuare a lavorare. Si tratta quindi di una fase sperimentale, che può rappresentare un modo per far conoscere i vantaggi per la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro e convincere le aziende che i lavoratori possono essere altrettanto produttivi”.

Secondo il sindacato, si dovrebbe parlare di ‘home working’, cosa ben diversa dal lavoro agile disciplinato dalla legge (n.81/2017) e dal telelavoro: nella maggior parte dei casi è solo “mero trasferimento a casa dell’attività svolta fino a qualche giorno prima in ufficio”.

Gli strumenti sono spesso quelli propri, non è normato il diritto alla disconnessione, i lavoratori operano isolati dall’azienda e dai colleghi e possono subire svantaggi per la presenza in casa di bambini o anziani. Inoltre, mentre nel lavoro agile si lavora da remoto dei giorni stabiliti a settimana, con lo smart working i lavoratori sono stati “catapultati” in un sistema senza limiti.

La previsione di Cagliano è che “avremo ancora a che fare con la procedura semplificata fino a fine anno”; in futuro le aziende saranno chiamate a strutturarsi per non diminuire efficienza del lavoro e per proseguire il percorso avviato.

Il lavoro agile e il telelavoro

Il lavoro agile, normato dalla legge 81/2017, è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che dovrebbe aiutare il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività.

È prevista la possibilità di essere in lavoro agile in alcune giornate su base settimanale o mensile, non lavorando solo da casa ma anche in sale co-working o altrove. Il datore di lavoro è tenuto a garantire la salute e la sicurezza del lavoratore che svolge la prestazione in modalità di lavoro agile e a tal fine consegna al lavoratore e al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, con cadenza almeno annuale, un’informativa scritta nella quale sono individuati i rischi generali e i rischi specifici connessi alla particolare modalità di esecuzione del rapporto di lavoro.

Nell’informativa, il datore di lavoro deve fornire indicazioni precise circa il corretto utilizzo delle attrezzature o apparecchiature messe a disposizione del lavoratore durante le giornate di lavoro agile. Queste attrezzature devono essere conformi al titolo III del decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81.

Il telelavoro (che nella Pa trova la sua regolamentazione nei Ccnl con la sottoscrizione dell’accordo quadro del 23 marzo 2000 tra Aran e confederazioni sindacali) è una prestazione lavorativa subordinata che si svolge a distanza rispetto alla sede centrale, ma presso una postazione ben determinata che quasi sempre coincide con il domicilio del lavoratore e che deve essere dichiarata dal dipendente.

Le spese per l’installazione e la manutenzione della postazione di telelavoro, che può essere utilizzata esclusivamente per le attività attinenti al rapporto di lavoro, sono a carico dell’amministrazione. 

Sono a carico dell’amministrazione anche le spese relative al mantenimento dei livelli di sicurezza. Le attrezzature informatiche, comunicative e strumentali, necessarie per lo svolgimento del telelavoro, vengono concesse in comodato gratuito al lavoratore per la durata del progetto. Inoltre questa rigidità si ritrova anche sul piano temporale: infatti nel telelavoro gli orari sono più rigidi. Nelle giornate di telelavoro il dipendente deve rispettare l’orario di lavoro prescelto.

La posizione del Sindacato

Lo smart working deve essere regolamentato nella contrattazione nazionale e aziendale. è questa la convinzione di Cgil, Cisl e Uil, secondo cui occorre definire l’ organizzazione del lavoro, gli orari, le pause, il diritto di sconnessione, le condizioni ambientali e di sicurezza, il trattamento economico, la certificazione delle competenze, il diritto alla formazione , la dotazione tecnologica nonchè l’agibilità dei diritti sindacali. “Bisogna evitare il rischio – ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini – di perdere il diritto all’associazione e all’azione collettiva”. Secondo il leader della Uil, Carmelo Barbagallo, se lo smart working non verrà codificato “si manderanno allo sbaraglio intere generazioni”.

Le idee di confindustria

“Ragionare di quello che sta accadendo e guardare al futuro”. è l’invito di Pierangelo Albini, direttore Area Lavoro e Welfare di Confindustria, secondo cui lo smart working è stato adottato per necessità e si è rivelato “una scoperta un pò per tutti”. I direttori del personale sono contenti dell’esperienza fatta e sono pronti a proseguirla. “L’ approccio del mondo delle imprese è positivo – sottolinea Albini – e tende a guardare avanti, a leggere nell’esperienza un’opportunità”.

La richiesta di regolamentazione del sindacato è dettata da una tendenza “a guardare il passato con occhi vecchi, a tornare alle norme che regolavano il lavoro da remoto” mentre ora la preoccupazione di tutti deve diventare quella di creare lavoro e formare i lavoratori. Sembra non esserci in questo momento, secondo Albini, la necessaria “sintonia” per scrivere nuove regole insieme. Andiamo avanti così – è quindi la posizione delle imprese – nella speranza di riuscire a costruire condizioni migliore per tutti. Lo smart working può avviare un processo di responsabilizzazione e maturazione, di cui non bisogna essere spaventati. Si chiedono regole mentre il lavoro sta cambiando ed ora è il momento di aiutare le persone e il Paese a cambiare in meglio”.

Le richieste dell’Abi

Le banche sono state tra le prime realtà ad abbracciare lo smart working. Secondo l’Abi, il ricorso al lavoro agile andrà consolidandosi come modalità “ordinaria” di svolgimento di molte attività lavorative anche dopo la fase di più acuta emergenza. Bene dunque la la proroga della possibilità di accedere a modalità semplificate. L’esigenza è che vi siano “significativi interventi formativi” con “forme di sostegno pubblico, per evitare che gravino interamente sulle aziende già ‘provate’ dalla crisi economica correlata all’epidemia.

L’Abi chiede anche dei chiarimenti normativi, in particolare sulle attrezzature e sollecita misure che agevolino gli investimenti che le imprese hanno fatto e dovranno continuare a fare. Se in questa prima fase il lavoro agile e stato possibile anche grazie alla disponibilità del lavoratore all’utilizzo delle proprie dotazioni personali, questa soluzione non appare sostenibile nel medio periodo e richiederà quindi investimenti in attrezzature aziendali.

Cosa pensa il governo

Lo smart working si è rivelato “uno strumento fondamentale, tanto nel pubblico quanto nel privato”, una “grande opportunità” ma va “regolamentato meglio”. Questa la posizione della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che a breve incontrerà le parti sociali per aprire un confronto su come migliorare e aggiornare la legge 81/2017. Secondo Catalfo, in futuro lo smart working deve essere incentivato e adattato al fine di bilanciare la richiesta di flessibilità oraria e organizzativa delle imprese con le legittime esigenze di conciliazione vita-lavoro dei dipendenti.

I lavoratori

L’indagine Cgil/Fondazione Di Vittorio, condotta attraverso un questionario online compilato da 6.170 persone ha rivelato che il 60% degli intervistati vorrebbe proseguire l’esperienza di smart working anche dopo l’emergenza. Le donne sono meno convinte e gli uomini più propensi. Per le donne, infatti, questa modalità di lavoro è infatti “più pesante, complicata, alienante e stressante.

La campagna social #iolavorosmart del ministero del Lavoro ha mostrato una grande attenzione e partecipazione: in 10 giorni dal lancio, registrava oltre 135 mila visualizzazioni e più di 4.300 interazioni totali, segnalando un atteggiamento positivo dei lavoratori. Appena partito, infine, un monitoraggio del ministero della Pa diretto alla dirigenza per chiedere quale modalità hanno attuato, quanti dipendenti hanno messo, quanti tra uomini e donne, che tipi di strumenti sono stati adottati, e un altro rivolto ai dipendenti per capire il grado di soddisfazione e i suggerimenti per migliorare l’ organizzazione.

Gli obiettivi della Pa

Una pubblica amministrazione più flessibile, dinamica, digitalizzata: è l’obiettivo della ministra Fabiana Dadone, intenzionata a mantenere tra il 30 e il 40 per cento dei dipendenti pubblici in smart working anche nel post-Covid. L’impostazione a cui pensa la ministra non è il semplice lavorare da casa ma una modalità più complessa che preveda anche postazioni di co-working.

Per fare tutto ciò, servirà , secondo Dadone, un cambio di mentalità, nella formazione del personale e nel ruolo dei dirigenti e chi lavorerà in smart-working e per quanto tempo lo decideranno in autonomia le diverse amministrazioni. Dadone vuole quindi mettere a regime l’esperienza, incentrando tutto nell’ottica della funzionalità del servizio, basata sugli obiettivi.

I sindacati sono pronti alla sfida, ma chiedono di sedersi al tavolo della contrattazione. “Siamo d’accordo con la ministra Dadone e favorevoli ad andare anche oltre la percentuale indicata di lavoratori in smart working, arrivando al 50%”, afferma Antonio Foccillo, segretario confederale Uil – ma abbiamo chiesto di normare il tutto attraverso la contrattazione.

Il presidente dell’Aran si è dichiarato disponibile. Occorre però una direttiva della ministra. Si può procedere nel rinnovo contrattuale o facendo un accordo intercompartimentale”. Le problematiche da affrontare sono la strumentazione (pc e rete wifi), la formazione, il diritto alla disconnessione, i buoni pasto e infine la cyber-security.

Secondo il segretario confederale della Cisl, Ignazio Ganga, la contrattazione “potrà aiutare a colmare gli attuali vuoti rispetto al sistema delle relazioni sindacali, che in materia di smart working oggi sono limitate alla sola informazione, recuperando tutte quelle forme di confronto e partecipazione delle rappresentanze dei lavoratori oggi non previste, evitando difformità applicative rispetto al medesimo istituto”.

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