Mag 23, 2020
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Come la multinazionale Jabil licenzia a Marcianise dopo la cassa integrazione

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Come la multinazionale Jabil licenzia a Marcianise dopo la cassa integrazione

La multinazionale Jabil, che a Marcianise (Caserta) produce componenti e circuiti elettronici, ha annunciato il licenziamento collettivo di 190 dipendenti, a partire da lunedì 25 maggio. La procedura di esubero era stata già avviata l’anno scorso per 350 lavoratori, ai quali erano stati offerti due tipi di incentivo: uno che favoriva la ricollocazione in un’altra azienda e l’altro di 70 mila euro lordi. Ad accettare erano stati in 160. I sindacati sottolineano però che nel frattempo l’impresa ha beneficiato degli ammortizzatori sociali messi a disposizione dal governo per far fronte all’emergenza Covid-19. La ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, ritiene che i licenziamenti siano illegittimi perché vietati dal decreto Cura Italia e poi dal Decreto Rilancio, fino al 17 agosto.

jabil marcianise

Un epilogo già scritto, “che porta la firma – dice Michele Madonna, lavoratori nonché delegato della Fiom-Cgil – dei massimi dirigenti della Jabil in Italia, ovvero del country manager Italia Clemente Cillo e del responsabile business Emanuele Cavallaro. La gestione Jabil in Italia – prosegue – e si è caratterizzata solo per le acquisizioni e il ricorso costante agli ammortizzatori e agli altri strumenti messi a disposizione dalle normativa italiana, e mai per veri piani industriali e produttivi. Ricordo che in passato la Jabil ha acquisito nel Casertano gli stabilimenti della Siemens, da ultimo quello della Ericsson, e ogni volta che acquisiva e aumentava il personale, ricorreva alla cassa integrazione o alla solidarietà, mai ad un aumento della produzione; già prima delle Cig per la Pandemia, usufruivamo della cassa integrazione straordinaria. Per noi a Marcianise il lavoro non c’è mai stato, eppure la multinazionale americana ha 120 stabilimenti nel mondo con 200mila dipendenti, e, tranne in Italia, realizza ovunque un ottimo fatturato”. “Anche le aziende in cui saremmo dovuti essere ricollocati – spiega Gennaro Di Bernardo – hanno progetti industriali poco chiari, molte stanno partendo solo ora con i piani di insediamento nell’area di Marcianise. Non abbiamo accettato la ricollocazione per paura che una volta riassunti, saremmo rimasti al lavoro solo qualche anno per poi trovarsi di fronte il solito problema occupazionale”.

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Mario Neri

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