Apr 29, 2020
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Renzo Arbore spiega come “Quelli della notte” ha cambiato il varietà

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Quelli della notte è il secondo marchio televisivo più popolare dopo Lascia o raddoppia, e oggi sarebbe impossibile replicarlo perché nel panorama televisivo mancano degli improvvisatori come quelli su cui ho puto contare io. Con i vari Frassica, Andy Luotto, Pazzaglia, Catalano Ferrini, Laurito, Marchini, abbiamo dato vita al primo varietà improvvisato in un’epoca in cui il varietà televisivo era quello tradizionale, sottoposto a rigide prove, di Antonello Falqui“.

Così Renzo Arbore rievoca con AGI il suo programma cult ‘Quelli della notte’ a 35 anni esatti dalla sua prima puntata, il 29 aprile dell’85 su Raidue. Scritto da lui e Ugo Porcelli, innovativamente programmato dal lunedì al venerdì alle 23,10 per un’ora e mezzo, “un orario in cui a quei tempi si andava a dormire, non esisteva la seconda serata”, il programma, oggi disponibile su RaiPlay, nacque con la benedizione dell’allora direttore di Raidue Giovanni Minoli: “Mi chiedeva delle idee, gli spiegai che volevo fare un programma notturno con personalità nuove e coraggiosamente disse subito di sì”.

Arbore racconta di essere stato il primo a stupirsi di un successo “epidemico” (arrivò a punte del 51 per cento di share, i suoi tormentoni linguistici sono ancora in voga così come la sigla di apertura ‘Ma la notte no’): “Anche perché lo pensai in fretta per riavvicinarmi ai giovani a cui avevo sempre dedicato i miei programmi, dai quali mi ero allontanato l’anno prima con il successo di ‘Cari amici vicini e lontani’, il mio primo programma nostalgia sui 60 anni della radio, su Raiuno”.

Inizialmente, racconta, aveva pensato di chiamarlo ‘Il tiratardi’, poi viro’ subito su ‘Quelli della notte’. “L’idea forte di partenza era quella di un programma con il pubblico e un gruppo di protagonisti praticamente sconosciuti in tv – racconta ancora all’AGI – forse era stato già stato visto un po’ giusto Andy Luotto, l’unico noto insomma ero io”.

Per scegliere si affidò alla sua agendina “dove c’erano solo persone in piena sintonia con me: Ferrini era totalmente nuovo, gli affidammo il ruolo del romagnolo rappresentante di pedalò e il suo personaggio anticipò pure Umberto Bossi dicendo che voleva alzare un morto anti-meridionali ad Ancona; Pazzaglia era l’intellettuale che tentava vanamente di alzare il livello dei nostri discorsi: gli dissi che doveva ispirarsi ad Alberto Ronchey”.

E ancora: “Nino Frassica con il suo frate Antonino da Scasazza fu il primo a indossare una tonaca in tv, allora non si scherzava sulle religioni; Simona Marchini, che impersonava la segretaria, la prima a parlare di gossip con le sue digressioni telefoniche sulle cronache dei rotocalchi da parrucchiere, il fidanzato di Milva, il figlio di Gino Bramieri”.

L’imperativo era “improvvisare”, insiste Arbore. “Lavorammo preventivamente solo una settimana a casa mia per l’attribuzione dei ruoli – spiega – qualche giorno prima del debutto, per togliere la connotazione attoriale a quelli che lo erano, come la Laurito che interpretava mia cugina, una che non sapeva tenersi un cecio in bocca e parlava sempre del suo amore, e farli diventare improvvisatori”.

“Facemmo prove di conversazione – prosegue – ero fissato con il jazz e avevo deciso che quel programma in diretta doveva essere una sorta di jam session. Facevamo goliardia, ma senza volgarità, era una goliardia di persone intelligenti e colte che si divertivano a scherzare con il basso, oggi purtroppo sono rimasti in pochi a praticarla”.

Il modello erano le feste a casa Arbore dove, racconta “arrivava gente, si suonava e si dicevano stupidaggini” e il programma ricalco’ quell’atmosfera casalinga anche nella scenografia: “Andavamo in onda dallo studio A di via Teulada, ma ne utilizzavamo metà proprio per riproporre un modello casalingo, agli spettatori dicevano proprio che si trattava del mio salotto”.

Arbore aveva scelto personalmente anche la regista debuttante Rita Vicario, che indirizzava le telecamere “a casaccio, un po’ su uno un po’ sull’altro”. Funzionò: “In due o tre giorni facemmo già ascolti altissimi, la gente andava a dormire e poi magari si rialzava per vederci, le battute linguistiche diventarono subito dei tormentoni”, ricorda, dal “Non capisco ma mi adeguo” di Ferrini, al “brodo primordiale” di Pazzaglia, passando per i “nanetti”, gli aneddoti di Frassica.

Roberto D’Agostino debuttò come “lookologo” (“e porto’ come modello perfino l’ex assessore alla cultura di Roma Renato Nicolini”). Arbore pensava inizialmente che ‘Quelli della notte’ avrebbe fatto presa essenzialmente sui giovani “invece divento’ presto un’abitudine, un appuntamento fisso in stile ‘Alto Gradimento'”.

I resoconti dell’Auditel non gli interessavano, dice: “Adesso si bada soprattutto agli ascolti, io puntavo al ‘pubblico scelto’ che non significa colto, ma sveglio, anzi ‘scetato’ per usare un termine napoletano che mi piace parecchio. Avevo un pubblico elitario che si appassionava magari a Pazzaglia e uno più popolare che andava matto per gli svarioni di Frassica”.

L’unica battuta d’arresto del programma, che andò in onda per 33 puntate, fino al 14 giugno ’85, avvenne dopo la strage dell’Heysel: “Ritenemmo doveroso non andare in onda”, ricorda. Si rischiò poi un incidente diplomatico, dovuto al personaggio di Luotto vestito da arabo che parlava una lingua tutta sua, fantasiosa.

“Le comunità arabe non capirono l’affettuosità – ricorda Arbore all’AGI – successe che il re di Giordania si lamento’ e così Luotto cambio’ personaggio e divenne un italoamericano”. Arbore oggi rimpiange il gruppo a partire dagli amici colleghi che non ci sono più, come Pazzaglia e Catalano. “Noi ci divertivamo davvero insieme, tant’è che le nostre serate poi proseguivano in trattoria da Candido, dove lo show continuava, è stato un periodo bellissimo della mia vita”, racconta.

Ma sarebbe potuto durare più delle 33 puntate andate in onda? “No, il mio modo lavorare è più cinematografico – con un’idea sviluppata e conclusa – che televisivo, dove si porta avanti a lungo la stessa idea – chiarisce – quando finimmo le puntate mi volevano in tournèe con l’orchestra di ‘Quelli della notte’ ma rifiutai così come dissi di no anche alle tante offerte di imprenditori che volevano realizzare merchandising con il marchio Quelli della notte, che poi fecero ugualmente”.

Se ne andò, invece, in vacanza a Los Angeles, dove, racconta appena arrivato entro’ in un bar e sentì suonare ‘Ma la notte no’. “Più che un brano era un manifesto, così come quello di chiusura ‘Il materasso'”, spiega. In molti, a partire dallo stesso Arbore, ritenevano che sarebbe stato difficile replicare in futuro un successo delle proporzioni di ‘Quelli della notte’. Ma, ricorda ancora Arbore, “due anni dopo arrivò ‘Indietro tutta’…”

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