Feb 13, 2020
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Il razzismo è tipico di una certa politica, ma non dovrebbe entrare in caserma

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Il razzismo è tipico di una certa politica, ma non dovrebbe entrare in casermaIl razzismo è tipico di una certa politica, ma non dovrebbe entrare in caserma

Il 2019 si è concluso a dicembre con la cronaca giudiziaria che ci racconta di due casi di razzismo in caserma. Il Tribunale militare di Verona condanna per diffamazione militare aggravata dalla discriminazione etnica un sergente che avrebbe insultato un ufficiale di origini marocchine. Il Tribunale di Torino condanna invece un maresciallo per insulti razzisti a un giovane soldato di origini maghrebina, chiamandolo con epiteti come “negro”, “spaccino”, “beduino”, ecc.

“Perché canti l’inno nazionale? – pare gli chiedesse – Credi di essere italiano?”. Ora attendiamo le sentenze definitive, ma certo non è accettabile che chi ha solennemente giurato fedeltà alla Costituzione calpesti il fondamentale principio di uguaglianza ed eserciti forme di discriminazione persino di tipo razziale.

Il razzismo fu una delle aberrazioni del regime fascista. Mi torna in mente quel libretto dal titolo Il primo e il secondo libro del fascista (Mondadori, 1941) su cui mio padre fu costretto a studiare alle scuole medie “perché ogni italiano deve vivere consapevolmente nel tempo fascista e l’ignoranza di tali basi della nostra esistenza è inammissibile”.

Su quel manuale si possono leggere sciocchezze come: “L’evidente inferiorità di alcune razze, e specialmente di quella che si è convenuto chiamare negroide, viene attribuita a una decadenza progressiva nel corso di lunghissimi periodi di tempo; altri scienziati attribuiscono tale inferiorità a un arresto di sviluppo”. O come: “Il meticcio, ossia il figlio di due individui dei quali uno di colore, è un essere moralmente e fisicamente inferiore, facile vittima di gravi malattie e inclinato ai vizi più riprovevoli”. E anche: “La vasta e subdola opera di corruzione svolta tenacemente dagli ebrei, con tutti i mezzi, nella vita politica, sociale, economica, nei campi dell’arte, della letteratura, della scienza, rappresenta un pericolo per il domani dell’Italia”.

Immaginiamo quanto sia stato dannoso quel catechismo fascista per tutti quei ragazzini e per le generazioni successive. È un fatto che oggi, dopo oltre settant’anni di democrazia, le cronache quotidiane ci mostrano che nel Belpaese il razzismo è ancora vivo e vegeto, alimentato da una “demagogia nazionale” (“Prima gli italiani!”) che come la “difesa della razza” del ventennio non si concilia affatto con le nostre radici cristiane.

Ebbene l’aizzamento di massa contro gli immigrati-cattivoni ha il malcelato scopo di raccogliere consenso a mani basse, facendo leva sui nostri peggiori istinti per poi praticare politiche di compressione dei diritti civili e sociali di tutti. Non certo per affrontare i problemi collegati ai flussi migratori, che sono problemi reali da affrontare seriamente, e non “alzando il ponte levatoio” o aprendo il fuoco contro le navi della disperazione.

In più la furba demagogia anti-migranti ottiene il risultato di distrarre l’opinione pubblica da questioni altrettanto importanti: mafia, corruzione, inquinamento, morti per inquinamento, morti sul lavoro, disoccupazione, sfruttamento dei lavoratori, precariato, evasione fiscale, debito pubblico, ecc.

Raccontare ai più deboli (e ingenui) che i colpevoli dei loro disagi sono gli stranieri che “ci tolgono il lavoro” – per poi magari approvare normative contro i più deboli – è eticamente deplorevole. Combattere la xenofobia, spezzare la “guerra tra poveri” e svelare l’inganno dei seminatori di odio sarebbe invece una nobile battaglia di organizzazioni sindacali che abbiano davvero a cuore gli interessi dei lavoratori e il bene della società.

Nel mondo militare arginare quei sentimenti antidemocratici, magari coltivati anche a causa di una perdurante condizione di “separatezza” dal resto della società, dovrebbe essere tra le priorità delle nascenti organizzazioni sindacali. Alle frescacce del nazionalismo vanno contrapposti i valori del “patriottismo costituzionale”. Mi auguro che le anime progressiste che rivendicano a gran voce i diritti sindacali anche in caserma non siano affette da “strabismo costituzionale”, che è meno affascinante di quello di Venere, e ricordino ai colleghi che bisogna rispettare anche l’art. 2 Cost. (principio di solidarietà), l’art. 3 Cost. (principio di uguaglianza) e l’art. 10 Cost. (diritto di asilo).

Al sergente, al maresciallo o all’ufficiale che non ricordi di aver giurato di difendere la Costituzione potremmo regalare un biglietto per Tolo Tolo: un bel film, che ci suggerisce che persino dal razzismo possiamo guarire: con l’amore.

L’articolo Il razzismo è tipico di una certa politica, ma non dovrebbe entrare in caserma proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il 2019 si è concluso a dicembre con la cronaca giudiziaria che ci racconta di due casi di razzismo in caserma. Il Tribunale militare di Verona condanna per diffamazione militare aggravata dalla discriminazione etnica un sergente che avrebbe insultato un ufficiale di origini marocchine. Il Tribunale di Torino condanna invece un maresciallo per insulti razzisti […]

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Andrea Leccese

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