Feb 24, 2020
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Coronavirus, ecco perché così tanti casi in Italia. Parlano gli esperti

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Negli ultimi giorni la situazione in Italia è degenerata: è scattata l’emergenza Coronavirus e il panico ha preso il posto del buon senso. Comprensibile, in fondo, considerando che non si parla d’altro. È difficile non alimentare la psicosi: sui quotidiani, sui social si parla solo del virus… Ma, invece di sentire il parere di chi non ne sa nulla, è importante leggere i pareri di chi sa. Secondo l’infettivologo Galli, per esempio, “l’epidemia è partita da un ospedale”. Ma delle parole di incoraggiamento ci sono:

“Purtroppo con il primo paziente non si è potuto capire subito cosa avesse. Ora bisogna vivere normalmente seguendo le indicazioni delle autorità. La diffusione globale della malattia aiuterà a trovare prima un vaccino”. Tutti, in questi giorni, però, si chiedono una sola cosa: come mai tutti questi contagi in Italia. Perché in Italia sì e in altri paesi no? “Non è affatto detto che in altri Paesi non possa capitare la stessa cosa” ha detto Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco di Milano al Corriere della Sera. Continua a leggere dopo la foto

“Da noi si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l’innescarsi di un’epidemia nel contesto di un ospedale, come accadde per la Mers a Seul nel 2015. Purtroppo, in questi casi, un ospedale si può trasformare in uno spaventoso amplificatore del contagio se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato:

il contatto con altri pazienti con la medesima patologia oppure la provenienza da un Paese significativamente interessato dall’infezione. Chi è andato all’ospedale di Codogno non era stato in Cina e, fra l’altro, la persona proveniente da Shanghai che a posteriori si era ipotizzato potesse averla contagiata è stato appurato non aver contratto l’infezione”. Il fatto è che non si è capito ancora chi abbia portato il virus a Codogno. Continua a leggere dopo la foto

“Però il primo caso clinicamente impegnativo di Covid-19 è stato trattato senza le precauzioni del caso perché interpretato come altra patologia”. Ma come ha fatto questo virus ad arrivare in Italia? “È verosimile che qualcuno, arrivato in una fase ancora di incubazione, abbia sviluppato l’infezione quando era già nel nostro Paese con un quadro clinico senza sintomi o con sintomi molto lievi, che gli hanno consentito di condurre la sua vita più o meno normalmente e ha così potuto infettare del tutto inconsapevolmente una serie di persone. Se l’avessimo fermato alla frontiera avremmo anche potuto non renderci conto della sua situazione”. Continua a leggere dopo la foto

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Ma si assisterà gradualmente a una diminuzione dei casi? “Mi auguro di sì ma per un virus nuovo non ci possono essere certezze. In Cina, nel 2002-2003, la Sars è scomparsa verso giugno-luglio. È però difficile dire se sia accaduto per l’arrivo del caldo, per la riduzione delle aggregazioni in luoghi chiusi o per gli interventi messi in atto. Anche le analogie con le epidemie influenzali sono possibili soltanto fino a un certo punto perché alcune di esse non si sono attenute in modo rigoroso all’andamento stagionale”.

Come possiamo sconfiggere il Coronavirus? “Allo stato attuale si ragiona sul ricorso all’associazione Lopinavir/Ritonavir a lungo utilizzato contro l’Hiv, però non abbiamo prove con studi in vivo che funzioni davvero anche su questo coronavirus. Un’altra opzione presa in considerazione è il Remdesivir. La prima soluzione è un inibitore delle proteasi, agisce cioè verso un enzima che assembla le proteine virali. Il secondo farmaco agisce invece inserisce una ‘tesserina’ sbagliata nella catena dell’Rna del virus in modo che non possa più replicarsi”.

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