Feb 20, 2020
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Argentina e Venezuela, le bombe ad orologeria del Sudamerica

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Sono tornati in Argentina i tempi in cui le quotazioni della moneta veniva seguito minuto per minuto, quasi come se fosse una partita di calcio. Accadeva soltanto qualche anno fa, e in base alle fluttuazioni dei cambi, i cittadini giorno per giorno capivano il loro potere d’acquisto, e si regolavano di conseguenza.

Incombe sul paese sudamericano l’incubo della speculazione: dopo la sconfitta di Macri il peso era vertiginosamente crollato e anche la vittoria di Fernandez dello scorso ottobre non riesce ancora a far decollare la ripresa del paese sudamericano: per il Governo, ci vuole tempo, bisogna però capire se i creditori saranno comprensivi.

L’Argentina si trova in recessione dal 2018, in due anni ha perso oltre il 6% di Pil, l’inflazione viaggia su due cifre ed è ora al 40%, e anche la disoccupazione è a livelli record. Per non parlare del tasso di povertà che si avvicina al 40%. In questa situazione l’Fmi ha decretato ieri che il debito non è più sostenibile, il Paese è sull’orlo del default e soltanto all’istituto di Washington deve la bellezza di oltre 57 miliardi di dollari.

Ma è in particolare il Venezuela – dove secondo i dati Fmi nel 2019 il Pil si è contratto del 35 per cento e alla fine del 2020 il numero degli emigrati venezuelani potrebbe arrivare a sei milioni, quasi il 20 per cento della popolazione – che sta trascinando giù l’economia di tutto il continente sudamericano: la regione è impantanata in “incertezza e rallentamento”, secondo Alicia Barcena, segretario esecutivo della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL).

Nel 2019 l’espansione del Pil subcontinentale segnerebbe infatti un impercettibile +0,1% e le previsioni per l’anno in corso non sono particolarmente entusiasmanti: +1,3%. Secondo gli osservatori, si tratta della crescita di lungo termine più bassa degli ultimi 70 anni. Una bomba ad orologeria, vista anche la tensione sociale particolarmente crescente.

Oggi nel Subcontinente ci sono 25,2 milioni di persone senza un impiego. Ricca di materie prime, gli analisti sostengono che l’unica leva cui ricorrere è la spesa pubblica ma in modo più organico e semplice. Facile a dirsi, in una regione che invece ha fatto della normalità il caos politico.

Torniamo all’Argentina: le ultime stime della Banca Mondiale e dell’Fmi prevedevano per quest’anno una contrazione del Pil dell’1,5% ma gli esperti di Washington ci sarebbe una ripresa per la seconda metà dell’anno. Fa paura lo spettro della profonda recessione del 2001: con il peso che perde potere d’acquisto l’aumento costante dei prezzi, innescato dal rialzo del dollaro, allarma le famiglie. Chi possiede risparmi, preferisce conservarli nel materasso o cambiarli in dollari piuttosto che depositarli in banca. 

Va ancora peggio in Venezuela, che rappresenta in Sud America, il ‘malato’ grave: mancano generi di prima necessità e l’inflazione è arrivata a toccare la cifra assurda del 1.000.000%, crescendo a ritmo del 3% al giorno. Vale a dire, un cittadino di Caracas che un giorno compra sei uova, dopo qualche settimana con quella cifra non riesce ad acquistare nemmeno un’auto nuova.

Il Presidente Maduro ha già cercato di correre ai ripari, aumentando il salario minimo legale del 150%, ma con l’inflazione che galoppa a questi ritmi, oggi ammonta a poco più di 21 dollari. Il Fondo Monetario prevede una vera e propria “implosione” dell’economia, da quest’anno aggravata dalle sanzioni statunitensi e blackout che paralizzano il paese. Quest’anno non andrà meglio: il Pil sarà negativo sempre a due cifre: era calato del 35,5% nel 2019 e si aspetta il -14% quest’anno. 

​La situazione disperata del Venezuela non poteva lasciare indenni le altre grandi economie, le cui stime sul Pil sono state riviste al ribasso. Ma a confronto del Venezuela, sembrano vere e proprie ‘oasi’ di benessere. L’Fmi, ad esempio, cita il Perù e il Cile come campioni di “resilienza”: nonostante le tensioni commerciali tra Usa e Cina, l’economia venezuelana in caduta libera, e l’Argentina ora in sostanziale affanno, restano saldamente in sella anche se le stime di crescita sono state limate. 

Anzi, il Perù viene considerato uno dei motori del Sud America, il vero mercato emergente vantando una crescita ininterrotta e costante da 5 anni e, secondo le stime del Fondo Monetario, continuerà a crescere al ritmo del 4,8% quest’anno. 

Di certo, sull’economia ha impattato lo scorso  anno lo scandalo della corruzione che ha coinvolto la più grande impresa di costruzioni dell’America Latina Odebrecht, che ha preso poi una svolta drammatica con il suicidio dell’ex presidente peruviano Alan Garcia. Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Odebrecht avrebbe pagato 788 milioni di dollari in tangenti in 12 paesi, con la partecipazione di presidenti ed ex capi di stato e ministri.

Ma le costruzioni sono ripartite, anzi secondo Moody’s, è il Paese sudamericano che presenta meno rischi per gli investimenti. Parole che inorgogliscono il Governo, il quale qualche tempo fa sottolineò che il Perù “si trova in una posizione privilegiata tra i paesi dell’America Latina per resistere a tempi difficili a causa di solide misure anti-crisi e di una gestione macroeconomica responsabile”. 

I recenti disordini di piazza e le feroci repressioni sono ‘costate’ invece all’economia cilena un taglio consistente del Pil. L’Fmi ritiene che l’economia quest’anno cresca di appena lo 0,9%. Il governo non si perde d’animo visto che il Ministro di Economia del Cile, Juan Andrés Fontein, ha ribadito che il Paese é impegnato con una agenda economica al fine di arrivare ad una crescita superiore a quella prevista dal FMI.

L’attuale governo, guidato dal conservatore Sebastián Piñera, è salito al potere con la promessa di recuperare il dinamismo perduto dopo il secondo mandato di Michelle Bachelet, ma deve affrontare un percorso molto più difficile di quanto ci si possa aspettare. Però la banca centrale è ottimista avendo riscontrato un aumento dell’attività economica dell’1,1% a dicembre, un dato che farebbe ben sperare in un ritmo di crescita più sostenuto. 

Più stabile la situazione della Colombia, dove la stima di crescita è rimasta pressoché invariata, con un Pil del 3,4% per il 2019 e del 3,7% per il 2020. In questo caso, fanno molto da traino i consumi che stanno andando bene: l’import è fortissimo ma è soprattutto la domanda interna a spingere l’attività dei settori produttivi, anche se è leggermente calata rispetto ad inizio anno a causa dell’aumento della disoccupazione.

Ma le materie prime rappresentano un ottimo traino per l’economia di Bogotà. (AGI) (AGI) – Roma, 20 feb. – La tensione con gli Stati Uniti non sta facendo bene all’economia del Messico che vedrà una crescita modesta dell’1,0%. Nella sua valutazione, ​l’Fmi ha affermato che gli investimenti rimangono deboli e che i consumi privati sono rallentati a causa dell’incertezza sulle “politiche, del deterioramento della fiducia e dell’aumento dei costi dei prestiti”. 

Infine, il Brasile: dopo il Venezuela e l’Argentina, è l’economia che affanna di più. Ma le stime sul Pil sono in rialzo: per il 2019, è salito dell’1,17%, quest’anno invece viaggerà sul 2,2%. Pochi mesi fa, “l’umore generale era  notevolmente peggiorato a causa della persistente incertezza circa l’approvazione della riforma pensionistica e di altre riforme strutturali”.

A questo va aggiunto il calo dei prezzi delle materie prime che sta impattando su tutti i paesi del Sud America, ma soprattutto in Brasile dove l’attività mineraria è molto forte. Ma il paese ha notevoli risorse, e quindi potrebbe agganciare il treno della ripresa. Ricca di materie prime, gli analisti sostengono che l’unica leva cui ricorrere è la spesa pubblica ma in modo più organico e semplice. Facile a dirsi, in una regione che invece ha fatto della normalità il caos politico.

Torniamo all’Argentina: le ultime stime della Banca Mondiale e dell’Fmi prevedevano per quest’anno una contrazione del Pil dell’1,5% ma gli esperti di Washington ci sarebbe una ripresa per la seconda metà dell’anno. Fa paura lo spettro della profonda recessione del 2001: con il peso che perde potere d’acquisto l’aumento costante dei prezzi, innescato dal rialzo del dollaro, allarma le famiglie. Chi possiede risparmi, preferisce conservarli nel materasso o cambiarli in dollari piuttosto che depositarli in banca. 

Va ancora peggio in Venezuela, che rappresenta in Sud America, il ‘malato’ grave: mancano generi di prima necessità e l’inflazione è arrivata a toccare la cifra assurda del 1.000.000%, crescendo a ritmo del 3% al giorno. Vale a dire, un cittadino di Caracas che un giorno compra sei uova, dopo qualche settimana con quella cifra non riesce ad acquistare nemmeno un’auto nuova.

Il Presidente Maduro ha già cercato di correre ai ripari, aumentando il salario minimo legale del 150%, ma con l’inflazione che galoppa a questi ritmi, oggi ammonta a poco più di 21 dollari. Il Fondo Monetario prevede una vera e propria “implosione” dell’economia, da quest’anno aggravata dalle sanzioni statunitensi e blackout che paralizzano il paese.

Quest’anno non andrà meglio: il Pil sarà negativo sempre a due cifre: era calato del 35,5% nel 2019 e si aspetta il -14% quest’anno. La situazione disperata del Venezuela non poteva lasciare indenni le altre grandi economie, le cui stime sul Pil sono state riviste al ribasso. Ma a confronto del Venezuela, sembrano vere e proprie ‘oasi’ di benessere. 

L’Fmi, ad esempio, cita il Perù e il Cile come campioni di “resilienza”: nonostante le tensioni commerciali tra Usa e Cina, l’economia venezuelana in caduta libera, e l’Argentina ora in sostanziale affanno, restano saldamente in sella anche se le stime di crescita sono state limate. Anzi, il Perù viene considerato uno dei motori del Sud America, il vero mercato emergente vantando una crescita ininterrotta e costante da 5 anni e, secondo le stime del Fondo Monetario, continuerà a crescere al ritmo del 4,8% quest’anno.  Di certo, sull’economia ha impattato lo scorso  anno lo scandalo della corruzione che ha coinvolto la più grande impresa di costruzioni dell’America Latina Odebrecht, che ha preso poi una svolta drammatica con il suicidio dell’ex presidente peruviano Alan Garcia. 

Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Odebrecht avrebbe pagato 788 milioni di dollari in tangenti in 12 paesi, con la partecipazione di presidenti ed ex capi di stato e ministri. Ma le costruzioni sono ripartite, anzi secondo Moody’s, è il Paese sudamericano che presenta meno rischi per gli investimenti. Parole che inorgogliscono il Governo, il quale qualche tempo fa sottolineò che il Perù “si trova in una posizione privilegiata tra i paesi dell’America Latina per resistere a tempi difficili a causa di solide misure anti-crisi e di una gestione macroeconomica responsabile”. 

I recenti disordini di piazza e le feroci repressioni sono ‘costate’ invece all’economia cilena un taglio consistente del Pil. L’Fmi ritiene che l’economia quest’anno cresca di appena lo 0,9%. Il governo non si perde d’animo visto che il Ministro di Economia del Cile, Juan Andrés Fontein, ha ribadito che il Paese é impegnato con una agenda economica al fine di arrivare ad una crescita superiore a quella prevista dal FMI.

L’attuale governo, guidato dal conservatore Sebastián Piñera, è salito al potere con la promessa di recuperare il dinamismo perduto dopo il secondo mandato di Michelle Bachelet, ma deve affrontare un percorso molto più difficile di quanto ci si possa aspettare. Però la banca centrale è ottimista avendo riscontrato un aumento dell’attività economica dell’1,1% a dicembre, un dato che farebbe ben sperare in un ritmo di crescita più sostenuto. 

Più stabile la situazione della Colombia, dove la stima di crescita è rimasta pressoché invariata, con un Pil del 3,4% per il 2019 e del 3,7% per il 2020. In questo caso, fanno molto da traino i consumi che stanno andando bene: l’import è fortissimo ma è soprattutto la domanda interna a spingere l’attività dei settori produttivi, anche se è leggermente calata rispetto ad inizio anno a causa dell’aumento della disoccupazione. Ma le materie prime rappresentano un ottimo traino per l’economia di Bogotà.La tensione con gli Stati Uniti non sta facendo bene all’economia del Messico che vedrà una crescita modesta dell’1,0%.

Nella sua valutazione, ​l’Fmi ha affermato che gli investimenti rimangono deboli e che i consumi privati sono rallentati a causa dell’incertezza sulle “politiche, del deterioramento della fiducia e dell’aumento dei costi dei prestiti”. Infine, il Brasile: dopo il Venezuela e l’Argentina, è l’economia che affanna di più. Ma le stime sul Pil sono in rialzo: per il 2019, è salito dell’1,17%, quest’anno invece viaggerà sul 2,2%.

Pochi mesi fa, “l’umore generale era  notevolmente peggiorato a causa della persistente incertezza circa l’approvazione della riforma pensionistica e di altre riforme strutturali”. A questo va aggiunto il calo dei prezzi delle materie prime che sta impattando su tutti i paesi del Sud America, ma soprattutto in Brasile dove l’attività mineraria è molto forte. Ma il paese ha notevoli risorse, e quindi potrebbe agganciare il treno della ripresa.

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