Feb 27, 2020
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68 Whiskey – Serie piccine a cui volere un po’ bene

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Dalla fondazione di Serial Minds, il numero delle serie tv offerte al pubblico è aumentato esponenzialmente, e non si riesce più a star dietro a tutto. Per questo bisogna necessariamente selezionare e, come forse potete immaginare, fra le nostre priorità sono finiti sempre di più telefilm (era una vita che non usavo la parola “telefilm”) che sono effettivamente disponibili in Italia, sulla tv lineare o su piattaforme online.
Questo, naturalmente, non ci ha impedito di stare addosso ad altre serie dichiaratamente grosse, o che avessero un cast molto conosciuto a voi serialminder, o che per qualche motivo spiccassero come chicche eccezionali impossibili da perdere, nonostante le limitazioni tecniche.
E poi c’è 68 Whiskey, serie militare di Paramount Network a metà fra comedy e drama, che in Italia non è arrivata, non so se arriverà, non è interpretata da attori e attrici particolarmente noti, non è neanche un capolavoro conclamato. E però mi va di parlarne lo stesso.

Perché, direte voi? Beh perché sono andato per sfizio a vedere che voto aveva su imdb, e ho letto 4,5. E siccome è una serie che seguo ormai da diverse settimane, che non mi va di mollare, mi sono sentito punto sul vivo e mi sono detto “se solo ci fosse un sito che potesse parlare almeno un po’ bene di 68 Whiskey”. E indovina un po’, quel sito c’è!
Creata da Roberto Benabib, che dalla faccia sembra Neri Marcorè travestito da messicano, ma che nel frattempo è stato produttore esecutivo di Weeds e Kidding, 68 Whiskey racconta le avventure ora goliardiche, ora drammatiche, ora romantiche, di un gruppo di medici militari di vario genere e provenienza, tutti di stanza presso una base americana in Afghanistan.
La sigla “68W”, che si legge per l’appunto “68 Whiskey” è il codice che identifica i medici da campo che si occupano di trattare, recuperare e mettere in sicurezza i feriti nelle zone di guerra.
La serie è la versione americana dell’israeliana Charlie Golf One, ma sono evidenti anche le influenze della mitica M*A*S*H, che per tutti gli anni Settanta fu serie di culto negli Stati Uniti, raccontando per l’appunto di un ospedale americano in zona di guerra (di Corea), in cui le difficoltà della vita al fronte venivano stemperate da ironia e cameratismo.

Con 68 Whiskey è la stessa cosa, ma il mio affetto per lei non è stato immediato. Il tono è volutamente ondivago, e le varie anime della serie non riescono a trovare immediatamente un equilibrio nella testa dello spettatore. Per dirla più semplice, alla fine del primo episodio non sapevo se andare avanti o no. Mi sembrava, soprattutto, che il tentativo di essere divertenti e un po’ surreali non fosse pienamente riuscito, come se quello che vedevo sullo schermo mi chiedesse di ridere, ma a me non venisse spontaneo farlo.

Mi sono però convinto a guardare il secondo episodio, e a quel punto un po’ di magia è venuta fuori. Più che stare a guardare col bilancino se un elemento era più giusto dell’altro, o più adeguatamente cesellato, semplicemente ha iniziato a importarmi qualcosa dei personaggi.
In primo luogo di Robak (Sam Keeley), che sembra più o meno capace in tutto ma che non eccelle in niente. Oddio, eccelle nel dare orgasmi manuali alla sua amante Grace (Gage Golightly), che però sta insieme a Sasquatch (Derek Theler di Baby Daddy), un armadio a due ante che lavora per una compagnia privata. Poi mi importa anche di Rosa Alvarez (Cristina Rodlo), che è molto dotata nel suo lavoro ma che rischia di essere deportata in Messico. E mi piace anche Sonia Holloway (Beth Riesgraf), che vuol fare tanto la capa dura e cruda, e poi si invaghisce di un paziente del posto.

A piacermi, di 68 Whiskey, è prima di tutto la sua capacità di mettere in scena un’umanità molto varia, che suoni sempre credibile. Quelli che sono amici sembrano proprio amici, quelli che si amano o si desiderano sembrano davvero amarsi e desiderarsi. Quelli stupidi sembrano proprio stupidi e quelli in gamba sembrano davvero in gamba.
Gli orrori della guerra, che qui e là spuntano nella forma di morti, feriti, bombe e sangue, vengono costantemente stemperati dai tentativi di piccole truffe, dagli incontri di pugilato, dalle amicizie con le capre (questa non ve la spiego meglio ché sennò non finiamo più). E questo continuo riequilibrio non va a scapito del realismo della scena di guerra, di cui semplicemente ci si interessa poco, ma favorisce piuttosto la messa in scena di una verità universale, cioè il fatto che gli esseri umani, quando gli si dà abbastanza tempo per farlo, sono sempre gli stessi dappertutto: dovunque tu li metta, a meno di minacciare costantemente la loro vita, finiranno con l’annoiarsi, l’innamorarsi, lo sfidarsi, l’ingannarsi, lo stringere accordi più o meno sottobanco sia con gli amici che con i nemici.
E questo, dal punto di vista dell’intrattenimento casalingo, permette di sentirsi molto presto parte di un’ambiente con cui non abbia familiarità, ma che ci accoglie con elementi che ben conosciamo solo per rendere più comprensibili e digeribili quelli di cui invece sappiamo poco.

Insomma, una piccola sorpresa, che ora guardo con piacere a prescindere dalle grandi considerazioni sulla storia della serialità e dai ragionamenti commercial-filosofici sulle piattaforme. 68 Whiskey è una serie tutto sommato piccina, che non cambierà granché della vostra vita e dei vostri gusti, ma che con mia sorpresa sto guardando più volentieri di altre.
Siamo qui per segnalarvi queste cose qui, tutto sommato.

Perché seguire 68 Whiskey: un drama leggero a tinte militari che sembra troppo “strano” e che invece poi colpisce per l’umanità dei suoi personaggi.
Perché mollare 68 Whiskey: se vi piace parlare con gli amici delle serie tv, sarà difficile trovare qualcuno che l’abbia vista.

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