Gen 4, 2020
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Lo scontro USA-Iran e il prezzo del petrolio

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Lo scontro USA-Iran e il prezzo del petrolio

Lo scontro USA-Iran innescato dall’omicidio di Soleimani fa fare retromarcia ai mercati, che avevano aperto con euforia l’inizio dell’anno. Spiega oggi Il Sole 24 Ore che il Vix, l’«indice della paura» che misura la volatilità a Wall Street, è balzato sui massimi del 12 dicembre.

Le Borse europee hanno chiuso con un calo dello 0,52%, limando nel finale di seduta perdite che nel corso della giornata erano state superiori al punto percentuale. Maglia nera per il listino di Francoforte (-1,25%) composto da società a forte propensione verso l’export e quindi più colpito da notizie in grado di compromettere gli equilibri internazionali. Piazza Affari ha limitato i danni con un calo dello 0,56%. Seduta in rosso – ma con un ribasso inferiore al punto percentuale – anche per gli indici a Wall Street, i cui prezzi continuano ad essere decisamente più cari (21 volte gli utili attesi) rispetto a quelli delle altre Borse.

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Gli indici di Borsa di ieri (Il Sole 24 Ore, 4 gennaio 2019)

I flussi di capitale si sono spostati in modo perfettamente armonico dalle azioni verso le obbligazioni considerate sicure e, per quanto riguarda le valute, in particolare su yen, dollaro e franco svizzero. Ma a preoccupare è soprattutto il prezzo del petrolio:

In termini percentuali, protagonista assoluto di giornata è stato il petrolio con il Brent (+2,7%) a 68,06 dollari al barile e il Wti (+3%) oltre i 63 dollari al barile. A testimonianza della salita robusta del petrolio è anche il fatto che questa sia avvenuta nonostante la concomitante risalita del dollaro – con il quale il petrolio, così come l’oro, essendo quotati in dollari hanno una relazione inversa – rafforzatosi in qualità di bene rifugio su tutte le principali valute (l’euro è sceso sotto 1,12 dollari) , eccezion fatta per lo yen, valuta rifugio ancora più forte, che si è rafforzato dell’1% nei confronti del biglietto verde balzando al top degli ultimi due mesi.

Davide Tabarelli spiega oggi che il rischio è la rappresaglia sul fronte dell’energia:

Petrolio finito in gran parte nelle raffinerie italiane, perché l’Iraq nel 2019 è stato il nostro primo fornitore con 12 milioni tonnellate, 0,2 milioni barili giorno, il 20% del totale dei nostri consumi. Kirkuk è importante perché è uno dei più grandi giacimenti al mondo, ha costi inferiori a 2 dollari e si trova nel Kurdistan dove partono le spinte autonomiste dei Curdi. È lì che si sono concentrati gli investimenti, non solo americani, per fare soldi e così dare più senso a una presenza statunitense in Iraq che dura dalla guerra del 2003 e che non ha dato grandi risultati. […]

L’ipotesi di un blocco delle esportazioni disegna scenari da shock stile anni ’70, suggestione già sollevata lo scorso 14 settembre, quando il più grande giacimento petrolifero al mondo, quello di Abqaiq in Arabia Saudita, fu bombardato da droni, forse spediti con l’aiuto dell’Iran. Dopo un rimbalzo di 7 dollari a 68, nei giorni successivi i prezzi sono ridiscesi, grazie a un’abbondanza che dura tutt’oggi. Le scorte sono alte, la domanda ha rallentato, l’inverno è mite, ma, soprattutto, è la produzione Usa che aiuta. In un anno è salita di 1,4 milioni barili giorno al massimo di 18,4 e anche l’anno prossimo salirà di 1 milione, il tutto grazie al fracking. Le importazioni di greggio Usa sono a un minimo storico e l’indipendenza petrolifera, annunciata da Nixon nel 1974 per il 1980, finalmente è vicina. È anche per questo che Trump, che si vuole ritirare dal Medio Oriente, è disinvolto nello sganciare bombe. In 40 anni di guerra, non dichiarata, con l’Iran, mai gli Usa avevano fatto una simile ritorsione e ora, come da regola, l’Iran risponderà.

Leggi anche: Come Travaglio e Grasso fanno a pezzi la difesa di Salvini sulla Gregoretti

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L’Iraq nel 2019 è stato il nostro primo fornitore con 12 milioni tonnellate, 0,2 milioni barili giorno, il 20% del totale dei nostri consumi. Kirkuk è importante perché è uno dei più grandi giacimenti al mondo, ha costi inferiori a 2 dollari e si trova nel Kurdistan dove partono le spinte autonomiste dei Curdi

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