Dic 7, 2019
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Si torna a combattere a Tripoli. Haftar all’attacco

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Torna alta la tensione a Tripoli: i caccia del generale Khalifa Haftar hanno sferrato almeno sei attacchi su località e postazioni controllate dalle milizie alleate del governo di Fayez al-Serraj, lungo gli assi della capitale. Le forze del governo riconosciuto dall’Onu hanno reagito con colpi di mortaio e sono riuscite ad abbattere uno dei caccia dell’uomo forte della Cirenaica.

La recrudescenza dell’offensiva su Tripoli sferrata il 4 aprile dalle forze di Haftar per conquistare Tripoli rischia di aggravare l’emergenza umanitaria in Libia: sono già oltre 1.000 i morti e 120.000 sfollati in sette mesi, secondo le Nazioni Unite. Per molti osservatori, il Paese è entrato nella sua terza guerra civile dal 2011, dopo la rivolta contro Muammar Gheddafi e la crisi del 2014.

Falliti finora tutti gli sforzi delle Nazioni Unite per tenere una conferenza per il dialogo in Libia (si dovrebbe tenere a Berlino a inizio 2020 ma la data non è ancora stata fissata), il Paese nordafricano è stata il tema attorno al quale hanno ruotato gran parte delle discussioni ai Med Dialogues, organizzati a Roma dal ministero degli Esteri e dall’Ispi.

L’inviato dell’Onu, Ghassan Salamé, ha avvertito che senza la pace nel tormentato Paese il flusso di migranti non si fermerà e neppure il terrorismo. “Se volete mettere fine al terrorismo, dovete fermare la guerra in Libia”. L’allarme è chiaro: se non finirà il conflitto c’è il rischio di “un bagno di sangue a Tripoli; temo un grande movimento migratorio di popolazioni, ci saranno masse di sfollati che ricadranno in tutti i Paesi vicini, come Niger, Algeria, Tunisia, Sudan. E temo che andremo ad aggiungere punti controversi a una lista su cui già le grandi potenze non si trovano d’accordo”. Del resto, dall’inizio del conflitto tra le truppe fedeli al governo di riconciliazione di Tripoli e le forze fedeli al generale Khalifa Haftar, “il livello di interferenza dei poteri esterni è solo aumentato”. 

La coda polemica nell’appello di Conte

Anche per il premier, Giuseppe Conte, la situazione in Libia ha ripercussioni che travalicano i confini del Paese, con la crisi umanitaria, la minaccia terroristica, i flussi migratori e anche l’instabilità riguardo la produzione energetica: “Non esiste un’opzione militare risolutiva, solo un processo politico inclusivo che potrà condurre a una stabilizzazione piena e duratura. Al di là delle dichiarazioni di intenti è necessario colmare l’ampio divario che separa la retorica pubblica e i comportamenti concludenti di tutti gli stakeholder locali e internazionali”. Una lunga ‘tirata’ non priva di note polemiche, quella di Conte, probabilmente riferita all’esclusione italiana dal briefing sulla Libia a margine del vertice Nato.

L’Italia, ha ricordato Conte, “appartiene alla ristretta cerchia di quegli ‘stakeholder’ il cui comportamento è completamente coerente con le dichiarazioni pubbliche. Non ne faccio una questione polemica, quanto di un fattore di credibilità per il nostro Paese e ricordo che noi abbiamo un bagaglio di conoscenze storiche non comuni in quel Paese, si tratta di un dossier su cui non è possibile improvvisare o fare i primi della classe”.

Di qui l’auspicio del capo della Farnesina, Luigi Di Maio: la Conferenza di Berlino rappresenta “un grande momento, ma deve accelerare i suoi lavori. Dobbiamo accelerare per trovare le condizioni di un cessate il fuoco in Libia”. Si fissi almeno una data per la conferenza e che si svolga “il prima possibile”, ha aggiunto. 

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