Dic 6, 2019
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«Così ho cambiato sesso». La storia di Marco e Cecilia

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«Così ho cambiato sesso». La storia di Marco e Cecilia

È un
percorso lungo, che richiede coraggio, non soltanto nell’affrontare i vari
coming out o il cambiamento fisico generato dall’avvio di una terapia ormonale
sostitutiva. Per tutte le persone trans, il primo step della transizione è la crescita
costante della consapevolezza del gap tra genere anagrafico ed elettivo. È un
malessere – non un capriccio e non una patologia! – che spesso si avverte già
durante l’infanzia. Il ruolo chiave nell’attestazione ufficiale della disforia
di genere lo giocano i centri e i medici specializzati che seguono le persone
trans lungo tutto il loro percorso, supportandole fisicamente e mentalmente. Il
percorso culmina all’anagrafe con una rettifica del genere sui documenti, autorizzata
da una sentenza del tribunale. Marco e Cecilia hanno accettato di raccontarci
la loro storia.

NB: sia Marco che Cecilia parlano al maschile per riferirsi al periodo dell’infanzia, quello precedente alla transizione; utilizzare il genere anagrafico o quello elettivo è una scelta puramente personale, non esistono regole.

Marco

Il tuo primo coming out avviene con te stesso. Sembra incredibile, eppure a supportarti è la tua fidanzata di allora, con cui ti confessi. Poi entra in gioco Internet…

Ho
sempre sentito di essere un bambino, ma molto presto ho imparato che era una
cosa che non si poteva dire, non si poteva neanche pensare. Ho iniziato a
spendere tutte le mie forze per essere una ragazza come le altre. Guardavo le
mie compagne cercando di imitarne i gesti, il modo di vestire. A 26 anni stavo
con una ragazza, a lei avevo confessato tutto: la sensazione che la mia vita
fosse un grande malinteso, il disagio con il mio corpo, la sofferenza ogni
volta che qualcosa mi ricordava che agli occhi del mondo io ero donna. È stata
lei a mostrarmi per la prima volta un’intervista a tre ragazzi trans. Prima di
allora non avevo mai sentito parlare del percorso FtoM (Female to Male).

Ma sentivo il bisogno cogente di saperne di più. Non avevo mai incontrato una persona transessuale dal vivo, su internet però c’era un intero mondo. Ho trovato video di altri ragazzi FtoM. Pubblicavano le loro storie per aiutare chi, come me, cercava se stesso riflesso. Ho scoperto dove acquistare le canotte per comprimere il seno, che esercizi fare in palestra per avere un aspetto più maschile, come vestirmi per cercare di “passare” il più possibile. 

Immaginiamo che le domande che
ti ponevi in quel periodo fossero tantissime…

Ormai
avevo capito che c’era un nome – trans – per quello che avevo provato tutta la
vita. Ma la paura era tanta. Se avessi perso il lavoro? Se i miei genitori mi
avessero rifiutato? Come avrei potuto dirlo ai miei nonni? E se poi fossi
diventato un mostro, una specie di chimera, né carne né pesce? Avrei perso la
mia ragazza? Avrei mai più trovato una persona disposta ad amarmi?

Per
otto mesi non ho fatto nulla. Nulla di nulla. Anche se la mia mente, ormai, era
sempre lì.

La fase successiva la chiami “come
out of the closet”. Ad un certo punto trovi il coraggio di uscire dal guscio.

Nell’autunno
del 2013 ho partecipato ad un progetto di scambio in Francia: amici, colleghi,
tutti erano persone che non mi avevano mai visto prima. Nessuno aveva
aspettative pregresse su di me, quindi potevo gettare la maschera, farmi
conoscere per chi ero veramente. E se tutto fosse andato storto avrei potuto
sopportarlo, perché di lì a tre mesi sarei tornato alla mia vecchia vita, che
non era felice, ma aveva contorni certi e rassicuranti.

Dicono
che ci vuole coraggio per intraprendere la mia scelta. La verità è che se
avessi dovuto scegliere, probabilmente sarai ancora lì, con un numero di
telefono piegato in una tasca del portafogli, con il maledetto terrore di fare
quel passo. Ma per fortuna dentro di noi c’è un istinto alla vita, quello che
ci fa nuotare verso l’alto se siamo sul fondo di una vasca. Così, una mattina
del dicembre 2013, ho tirato fuori dalla tasca quel foglietto stropicciato e un
po’ ingiallito e ho chiamato il MIT (Movimento Identità Trans) di Bologna.

Ci parli del tuo percorso
personale?

Al MIT ho iniziato il percorso
psicologico, l’impazienza era tanta, ma la strada era lunga. Una volta al mese
prendevo il treno per Bologna e incontravo la psicoterapeuta. Dopo un anno ho
deciso di continuare il percorso all’Ospedale Niguarda di Milano, che per me
era molto più vicino. Nel frattempo ho affrontato molti coming out: gli amici,
i genitori, i nonni, la palestra, il gruppo dell’oratorio, per ultimo il posto
di lavoro. Ogni volta mi sembrava di buttarmi nel fuoco, ma alla fine ne uscivo
più forte e alleggerito di un macigno. A settembre 2015 ho ottenuto il nulla
osta alla terapia ormonale e circa un anno più tardi la perizia psichiatrica
che attestava la diagnosi di disforia di genere. Con la perizia in mano ho
potuto rivolgermi a un avvocato, che ha depositato un’istanza al Tribunale di
Pavia. Ad ottobre del 2017 avevo finalmente in mano la sentenza del tribunale,
con la quale ho potuto inserirmi nella lista d’attesa per gli interventi
chirurgici e contestualmente richiedere all’anagrafe la rettifica dei
documenti.

Come va oggi? Come ti senti nei tuoi “nuovi panni”? Sei anche un attivista…

Ora che ho un corpo che mi
corrisponde, lo sento come se fosse così da sempre. Il mio nome è quello che
sento mio, da quando ero piccolo. Non sarò mai un ragazzo cisgender (cioè un ragazzo nato in un corpo maschile), sono un uomo
trans e sono contento di essere chi sono. Nel 2015 ho partecipato al primo
Pavia Pride, sul palco ragazze e ragazzi, attivisti, raccontavano con orgoglio
le loro storie e battaglie. Ho sentito accendersi dentro di me una fiamma, la
voglia di essere accanto a loro, metterci la mia persona, per aiutare chi fosse
arrivato dopo, come io ero stato aiutato da chi mi aveva preceduto. Quando mi
sono rivolto a “Coming-Aut” Arcigay Pavia avevo dei timori, invece ho trovato
solo porte aperte. Anche se ero l’unico volontario trans abbiamo voluto
scommettere sulla creazione di un Gruppo Trans e quella scommessa l’abbiamo
vinta.  All’inizio alla spicciolata sono
arrivati altri ragazzi FtoM,  poi
Cecilia, che da subito si è messa in gioco per far crescere il progetto. Con il
suo arrivo si sono avvicinate altre ragazze 
MtoF. Ora il Gruppo Trans di Arcigay Pavia è una realtà solida e ha
molti partecipanti. Il percorso non finisce mai davvero, ogni giorno c’è un
passo in più da fare, ma farlo insieme a chi sta vivendo la stessa esperienza è
di gran lunga meglio.

Cecilia

Andiamo indietro nel tempo. La
tua infanzia scorre come quella di qualsiasi bambino, è negli anni
dell’adolescenza che inizi a percepire un certo disagio. E le classiche frasi
del tipo “che bel ragazzo che sei diventato” proprio non ti vanno giù…

Sono nata nel 1991 in
Valtellina, in un paesino della provincia di Sondrio di circa 450 abitanti. Un
posto dove tutti conoscono tutti, protettivo, ma che sa anche guardare di
traverso qualsiasi novità, dalle persone alle cose.

La mia
infanzia, tutto sommato, è stata serena. Ho vissuto il mio corpo senza curarmi
troppo del fatto che fosse un corpo da bimbo o da bimba. Avevo capito che mi
piacevano le bambole, assumevo ruoli femminili nei momenti di gioco, ero
attratto dai trucchi e dalle scarpe col tacco di mamma. Lei mi lasciava fare e
in casa non sentivo nessun giudizio. All’asilo percepivo che i miei interessi
non erano condivisi dagli altri bimbi, che c’era una differenza fra me e loro
ma questo non mi preoccupava.

Con
l’inizio della pubertà sono arrivate le prime difficoltà. Sentivo di non
riuscire ad identificarmi con i miei coetanei di sesso maschile e capivo invece
di avere istintivamente maggiore affinità con il mondo femminile, dagli
interessi delle ragazze ai modi di esprimere il loro essere.  A scuola i miei modi di fare “da omosessuale”
o “da femminuccia” venivano notati e non sempre erano ben accolti. Cominciavo a
provare un senso di forte vergogna nell’uscire di casa, ma al momento mi
mancavano gli strumenti per riuscire a comprendermi. Forse sono un omosessuale
molto effeminato, mi dicevo. Probabilmente tutti gli omosessuali si sentono
così, cioè delle donne.

Al
disagio di sentirmi più affine alle ragazze, ma di essere esteriormente un
ragazzo si aggiunsero poi i cambiamenti fisici dell’adolescenza.  La barba stava crescendo, la peluria si
espandeva su tutto il corpo, la voce stava diventando più profonda. Parenti, nonni
e nonne mi ripetevano, pensando di fare cosa gradita: “Stai proprio diventando
un bel ragazzo, ormai sei un uomo”. L’imbarazzo e la vergogna erano forti. Mi
isolavo, studiavo giorno e notte per evitare di riflettere su di me. Ero il
secchione della scuola e insieme il ‘finocchio’. Non parlavo a nessuno della
mia sofferenza, né in famiglia né al di fuori. Non sapevo con chi farlo e non
ero sicura di ottenere delle reazioni positive.

Il tuo coming out è
relativamente recente, arriva con i tempi dell’università. E ti rendi anche
conto di una cosa fondamentale per te: tu ti sentivi donna e volevi vivere come
tale, mentre i ragazzi omosessuali che incontravi no.

Sì, mi
trasferii poi a Pavia per studiare all’università: qui conobbi alcuni ragazzi
dichiaratamente omosessuali che vivevano sé stessi con estrema tranquillità. La
cosa mi sconvolse e mi fece riflettere: avevano un aspetto maschile, un
abbigliamento maschile, barba, baffi, peli. Tutte cose che per me erano sempre
state un problema. Mi resi allora conto che gli omosessuali non si sentono donne,
non vogliono avere un aspetto femminile e vivere da donne. Io invece sì: presi
consapevolezza di sentirmi donna, di voler vivere da donna ed essere
riconosciuta come tale. Avevo bisogno di modificare il mio aspetto in senso
femminile.  

A 22 anni
feci coming out con me stessa, dopo poco con amici e amiche e con i miei
genitori: momenti difficili ma liberatori. Con le amicizie andò
complessivamente bene: la maggior parte delle persone rimase al mio fianco,
mostrandosi comprensibili. In famiglia ci volle più pazienza: la notizia
inizialmente lasciò i miei sconvolti e con molti interrogativi, incapaci di
trovare spiegazioni. Cominciai intanto a documentarmi su come iniziare il
percorso di transizione.

Così,
anche per te inizia la fase del percorso di transizione. Da un anno anche sui
documenti sei ufficialmente Cecilia.

Trovai
la forza di prenotare una visita all’ospedale Niguarda di Milano e di lì a
breve e iniziai le sedute psicologiche con molti timori e con molto spavento.
Mi venne rilasciato dopo quasi un anno il documento di nulla osta per poter
cominciare la terapia ormonale e dunque, a marzo 2015, iniziai ad assumere
estrogeni e antiandrogeni. Cominciai gradualmente a vivere al femminile ogni
ambito della mia vita, fra la gioia di vedere la mia immagine che prendeva
forma e il dolore causato da un mondo ancora poco ben disposto nei confronti
delle persone trans. Dopo due anni ho ottenuto la relazione psichiatrica di
disforia di genere e ho potuto così iniziare l’iter legale per la rettifica anagrafica.
L’anno scorso ho avuto la sentenza positiva dal tribunale e ora i miei
documenti corrispondono alla mia identità.

La
transizione mi ha consentito di vivere appieno la mia vita e di essere una
persona migliore, innanzitutto con me stessa. In quattro anni sono migliorati i
rapporti con le persone che mi circondano e ho ampliato le mie amicizie. In
famiglia ho trovato totale accoglienza e sostegno: un risultato non scontato e
ottenuto con tanta pazienza.

Insieme a Marco e all’associazione
Coming Aut Arcigay Pavia ogni giorno vi impegnate per fornire informazioni e
sostegno. Tu, in particolare, in città sei un volto noto: hai portato avanti la
battaglia per ottenere il doppio libretto in Università, com’è accaduto in
altri atenei italiani.

Tre anni fa l’incontro con
“Coming Aut” Arcigay Pavia: volevo conoscere altre persone transessuali, ma
sembravano non essercene. Poi l’arrivo di Marco, il primo che ha avuto il
coraggio di metterci la faccia e di dare inizio al Gruppo Trans, un gruppo di
auto-mutuo-aiuto rivolto a persone trans e a chi si interroga sulla propria
identità di genere. Sempre grazie a “Coming Aut” due anni fa abbiamo vinto la
battaglia del libretto alias all’interno dell’ateneo pavese, che consente a
studenti e studentesse transessuali che non abbiano ancora rettificato i
documenti di poter vivere la vita accademica utilizzando il genere e il nome di
elezione.

Essere una persona transessuale per me è motivo d’orgoglio: se non avessi lavorato tanto su me stessa per costruire la mia identità, non sarei la persona che sono adesso e forse tanti aspetti della mia vita sarebbero scontati. 

Leggi gli altri articoli della nostra inchiesta:
Come si fa a cambiare sesso
I farmaci non si trovano più, persone trans a rischio
Trans, nessuna info sui bugiardini dei farmaci salvavita: quali rischi?

Marco e Cecilia sono oggi un uomo e una donna trans, attivisti, che in prima persona si spendono per far conoscere qualcosa in più del percorso di transizione che affrontano.

Anna Tita Gallo

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