Ago 28, 2019
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Mindhunter 2 – La solita classe, con un po’ di confusione

Written by
Ypsilon Black
Mindhunter 2 – La solita classe, con un po’ di confusione

SPOILER SU TUTTA LA SECONDA STAGIONE

Fra i molti indizi che si possono considerare per riconoscere la qualità televisiva, ce n’è uno che mi piace da sempre: se sai indicare in una, massimo due righe, perché una serie merita di essere vista, vuol dire che effettivamente qualcosa da dire ce l’ha.
Ecco, io la prima stagione di Mindhunter, uscita su Netflix ormai quasi due anni fa, la riassumerei così: tutti stanno seduti e parlano, ma non riesci a staccarti un minuto.
Era questa, in fondo, la specificità della serie prodotta e parzialmente diretta da David Fincher: nell’andare a esplorare le origini del profiling, che in tv già prospera da anni (basti pensare a Criminal Minds), Mindhunter si proponeva di rendere interessante non tanto l’uso di determinati strumenti per risolvere casi polizieschi, quanto il modo con cui si è arrivati a costruire quegli strumenti.

C’era tutto quello che serviva per una serie noiosissima, e invece no. Stuzzicati dall’oscurità delle menti deviate, incuriositi dal carattere parzialmente documentaristico della serie (basata in buona parte su fatti e persone reali), ipnotizzati dal suo stile lento ma teso e fascinoso, e infine deliziati da un cast sempre concentrato e all’altezza della situazione, ci siamo convinti nel giro di pochi minuti: Mindhunter era una serie della Madonna.
E non è che abbia smesso di esserlo con la seconda stagione, ma qualcosa di grosso è cambiato, e bisogna riconoscerlo.

La seconda stagione di Mindhunter, in un modo o nell’altro, ha perso parte della sua specificità nel momento in cui ha deciso che Holden e Bill dovevano iniziare a mettere in pratica le cose che avevano appreso durante le lunghe sessioni di dialogo con i serial killer. Un passaggio ragionevole, in termini narrativi, e comunque capace di portare diverse buone cose, ma che costituisce un inevitabile scivolamento verso serie che già esistono, quelle cioè in cui i cattivi non si studiano, ma si catturano.
Questo passaggio, giusto per essere espliciti, non mi ha convinto. E non solo perché mi piaceva più la Mindhunter riflessiva e accademica, che forse doveva sparire comunque a un certo punto, ma perché la transizione non è stata gestita al meglio, e ha lasciato per strada morti e feriti: per esempio si era molto parlato, in fase promozionale, di Charles Manson, ma Manson compare solo per una puntata, e per pochi minuti. Immaginate quando sarebbe stato meglio se fosse stato trattato come Kemper nella prima stagione (chiaro che qui c’è anche un tema di aderenza alla realtà, ma anche chi se ne frega, francamente).
Altro esempio è quello di Wendy. Nel momento in cui si passa all’azione, catturando i criminali ancora in libertà, Wendy perde praticamente tutta la sua utilità, e i tentativi di tenerla comunque al centro della narrazione sono stati parzialmente goffi: le sue interviste ai serial killer in compagnia di Gregg funzionano bene, ma poi spariscono nell’incalzare dell’investigazione ad Atlanta, tanto che nell’ultima puntata Wendy quasi non compare. Idem la sua storia romantica con la barista, che non è stata gestita male nel complesso, ce la siamo guardata con interesse, ma onestamente, a conti fatti, cosa aggiunge alla storia e alla mitologia di Mindhunter? Pochino…

È sembrato insomma che Mindhunter avesse bisogno di evolvere, ma l’abbia fatto in modo fin troppo guardingo: veniamo stuzzicati dalle interviste ai killer, ma subito frustrati dal fatto che sono più corte e meno impattanti rispetto alla prima stagione. Per converso, l’indagine sul killer dei bambini rischia di assomigliare un po’ troppo a tante investigazioni simili viste in altre serie, e si porta comunque dietro il fardello dell’anima più scientifica della serie, che è sempre lì a fare capolino nel tentativo di ritrovare lo spazio perduto.

Fortunatamente, questi passi falsi non compromettono in toto il risultato, perché oltre alle sue specificità narrative Mindhunter si portava dietro un altro elemento fondamentale: una classe pura e cristallina che non ha per niente perso.
Se è vero che la storia dei bambini di Atlanta rischia di far diventare la serie più “ordinaria”, è altrettanto vero che il miscuglio di thriller, politica, psicologia e detection funziona come un orologio, tenendoci inchiodati alla poltrona. Le fasi dell’investigazione sono un costante crescendo e, se è vero che sacrificano tutta la componente di ricerca, è altrettanto vero che arrivano a un ultimo episodio in cui non si riesce a respirare da tanta è l’attenzione che siamo spinti a dedicare a ogni dettaglio e sfumatura di questo o quel volto.
Anche il finale sospeso, che rispetta l’effettivo imbarazzo delle autorità che dopo tutti questi anni non hanno ancora dato un nome al killer dei bambini, lascia in bocca un sapore amaro eppure efficace, perché sottolinea appieno le difficoltà incontrate da questi primi prolifer sulla strada verso un pieno riconoscimento della propria utilità.

Ho apprezzato anche la sottotrama relativa al figlio di Bill. Pur slegata dagli altri elementi della stagione, ha dato grande spessore umano al personaggio, riuscendo al contempo a spalmare un ulteriore strato di tensione all’intera vicenda, come se il male che i protagonisti sono costretti a studiare e affrontare non potesse che debordare oltre i confini del lavoro, per infettare anche tutto ciò che hanno intorno (cosa che, in certa misura, succede anche a Wendy, che non può accettare la psicologia semplice e autoassolutoria della barista, preferendo il suo mondo contorto e malato).
Ho trovato invece un po’ forzato il fatto che, di nuovo, non arriviamo a parlare in modo compiuto di BTK, che si rivela essere il tizio con la mania per il soffocamento (non che fosse una sorpresona, a quel punto) e promette di essere il cattivo principale della terza stagione. Ha senso questa cosa di teaserare un villain per due stagioni e poi combatterlo nella terza? Boh, forse è un po’ troppo…

Il bilancio finale rimane comunque positivo, perché Mindhunter era una serie potente ed emozionante, e non ha smesso di esserlo. Anzi, la smania per l’episodio successivo non è mai venuta meno, e il senso di oppressione e di angoscia sviluppato durante i nove episodi non ci abbandona anche molte ore dopo la visione. Certo è che, da un certo punto di vista, questa Mindhunter non è più la prima Mindhunter, e quello che abbiamo perso è, almeno in parte, il motivo per cui l’abbiamo consigliata per due anni a quasi tutti quelli che abbiamo incontrato per strada.

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