Ago 23, 2019
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In una intervista al New York Times Geoff Barrow e Adrian Utley (Portishead) ricordano il periodo di “Dummy”

Written by
Ypsilon Black

Il New York Times ha voluto celebrare i venticinque anni del disco d’esordio dei Portishead, Dummy, uscito nel 1994, intervistando due terzi della formazione britannica, ovvero Geoff Barrow e Adrian Utley. Ai due musicisti è stato chiesto di ricordare quel periodo, e i Nostri non si sono risparmiati. «Eravamo pesantemente influenzati dai vecchi dischi – ha risposto Geoff Barrow alla domanda su come avessero ottenuto quel sound così vintage – ed eravamo molto influenzati anche dall’hip hop americano. […] Non eravamo presenti quando quei vecchi dischi furono registrati, così ci siamo immaginati il motivo per cui suonassero in quel modo. Sei in macchina e stai usando un’autoradio a cassette, e una delle due casse è rotta ma il suono che esce è terribilmente affascinante: ecco, volevamo replicare quel timbro. E così, far passare il suono attraverso un amplificatore rotto ci sembrava potesse avvicinarci a quell’immaginario».

Ai due è stato chiesto anche cosa pensassero del terzo membro della band, ovvero Beth Gibbons, all’inizio della loro carriera: «In quel periodo ero un ragazzetto interessato all’hip hop e alla produzione musicale – ha chiosato Barrow – tutto quello che facevo era fumare 40 sigarette al giorno e lavorare sui miei sampler. Lei era già adulta e cantava cose da adulti». Più interessante il commento di Utley: «Lei è davvero, davvero, davvero diversa da come ve la potreste immaginare. Ed è incredibilmente timida. Ho imparato a conoscerla molto lentamente. E sto ancora cercando di conoscerla, perché è una persona complessa. Come accade sempre quando hai a che fare con le belle persone, impieghi una vita a conoscerle».

A quanto pare molti, ai tempi, considerarono Dummy un album un po’ per tutte le occasioni (party, serate romantiche, ecc..), quando in realtà i contenuti del disco erano assolutamente personali e persino sofferti. Rivelatorio, in questo senso, il commento di Barrow: «È stato difficile da accettare. Le persone comprarono il disco e resero famosa la band. Ma fu un’arma a doppio taglio, nel senso che fu anche una cosa che odiammo. I testi di Beth, la sua onestà, i suoi sentimenti, penso che fosse bello legare il tutto al nostro successo, perché significava che le persone avrebbero ascoltato qualcosa di reale. Ci piacevano i Nirvana, PJ Harvey, i cantautori classici, tutta gente onesta con se stessa. Ma a pensare che le persone avrebbero messo su la nostra musica durante una cena o una festa, veniva la voglia di andar lì a distruggere il loro set da fonduta con una mazza da baseball».

Quando il disco diventò un successo, i Nostri furono costretti ad andare in tour, ma la situazione era abbastanza complessa: «Non avevamo intenzione di suonare dal vivo – ha ammesso Barrow – io e Beth eravamo davvero pesci fuor d’acqua, perché nessuno di noi era mai andato in tour. […] Ho avuto problemi mentali fin da ragazzino. Ero spesso malato. Ero un po’ bulimico. Ero terribilmente ansioso. Quando siamo arrivati a registrare il secondo disco [Portishead, uscito nel 1997, ndSA] ero già a pezzi».

Potete leggere l’intervista nella sua interezza sul sito internet del New York Times. Nella nostra scheda dedicata trovate tutto lo storico pubblicato da SENTIREASCOLTARE sui Portishead.

In una intervista al New York Times Geoff Barrow e Adrian Utley (Portishead) ricordano il periodo di “Dummy”
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