Lug 17, 2019
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Bambini “strappati” alle famiglie. Lo scandalo di Bibbiano e il ruolo degli psicologi 

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Ypsilon Black

È diventata in un attimo virale la notizia di tanti bambini strappati alle loro famiglie ricorrendo a escamotage illeciti, messi in atto da operatori dei servizi sociali. È quanto viene riportato dai giornali in seguito ad un’indagine svolta nel comune di Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia, che vede indagati psicologi, un sindaco, operatori socio-sanitari e amministratori pubblici. Sembra che siano coinvolti svariati nuclei familiari più fragili, in carico ai servizi sociali, che hanno perso la potestà genitoriale dei propri figli, dati poi in affido ad altre famiglie del territorio.

La notizia ha richiamato alla mente anche lo scandalo portato alla luce da Pablo Trincia con Veleno, che riporta una vicenda giudiziaria risalente alla fine degli anni Novanta, avvenuta in due paesi della Bassa Modenese, che ha distrutto intere famiglie: sedici bambini furono allontanati dai loro genitori, accusati di far parte di una setta di satanisti pedofili.

Nell’inchiesta Veleno sono emersi molti dubbi sul ruolo svolto da assistenti sociali, psicologi e ginecologi durante le indagini, criticandone i metodi di intervento. In un post pubblicato recentemente da Pablo Trincia, l’autore dichiara che il Centro Hansel e Gretel di Torino, il cui responsabile, Claudio Foti, è stato attualmente arrestato per lo scandalo di Bibbiano, è lo stesso da cui provenivano le psicologhe che hanno interrogato i bambini di Veleno.

È vero che fino al terzo grado di giudizio, tutti gli indagati sono innocenti, ma i filmati degli incontri delle psicologhe con le supposte vittime, pubblicati da Veleno su Repubblica.it, che ho visto anche con i miei occhi, sollevano molti dubbi in merito alle modalità con cui sono stati svolti i colloqui e indotti i ricordi. Molti dubbi significa che non sono quelle le modalità corrette con cui effettuare i colloqui con i bambini.

Adesso, invece, in quella che sembra la seconda terribile puntata di Veleno, l’indagine è partita dalla constatazione che, in un arco di tempo relativamente breve, i bambini allontanati dalle famiglie siano stati molto più numerosi di quanto avviene in tutti gli altri territori della nazione. E’ emersa, così, dalle indagini e da ciò che si apprende dai giornali, una realtà a dir poco sconcertante: documenti falsi, relazioni stese ad hoc per fare apparire i genitori inadeguati e, in alcuni casi, disegni modificati con l’intento di far ritenere i piccoli vittime di abusi sessuali in famiglia.

Dietro tutto questo, sembra ci sia un business illecito che ammonterebbe a centinaia di migliaia di euro. I reati contestati ad assistenti sociali, psicologi, psicoterapeuti, educatori ed operatori sono molto gravi: parliamo di abuso d’ufficio, maltrattamento su minori, depistaggio, violenza privata, peculato e lesioni. Dalle indagini è emerso un sovraffollamento di allontanamenti famigliari, con l’affido conseguente a questi allontanamenti, spinto da un giro di denaro legato a consulenze, interventi e tutto ciò che può essere legato alla tutela dei minori.

Ha fatto scalpore tutto questo e ha avuto una risonanza mediatica e social non indifferente, diventando anche un caso politico. I media hanno messo in prima pagina parole come “elettroshock” e “lavaggio del cervello” da parte di psicoterapeuti. Titoli allarmistici che generano indignazione e ribrezzo e che mettono però, nel contempo, dentro il tritacarne mediatico e social la categoria degli psicologi e degli psicoterapeuti.

È implicito che tutti coloro che risultano essersi mossi in funzione di interessi personali, e non della tutela del minore, a mio parere, debbano essere radiati dall’albo per il rispetto di chi lavora onestamente e in funzione dei più fragili, e la magistratura non deve avere nessun dubbio e intervenire nel modo più duro possibile.

Se dovesse essere dimostrato che hanno sfruttato strumenti clinici per un arricchimento personale, per alimentare traumi e sofferenze e non per garantire il benessere dei più piccoli e dei più indifesi, obiettivo principale degli psicoterapeuti dell’età evolutiva, dovranno seriamente pagare in nome delle famiglie che hanno distrutto e dei minori a cui hanno causato i danni. Qui non è un problema della categoria, come purtroppo rischia di passare, ma relativo alle singole persone coinvolte che hanno sfruttato il proprio ruolo a fini personali e a discapito degli altri. Per questo motivo, è importante che non venga infangato il nome di chi si prodiga ogni giorno per la tutela dei minori.

Che sia un sistema da rivedere, soprattutto quello degli allontanamenti dal nucleo familiare e degli affidi, è un dato di fatto. Troppe volte ci sono situazioni che avrebbero bisogno di maggior approfondimento: vengono prese decisioni troppo affrettate o troppo superficiali mentre, quando si tratta della vita e del futuro dei minori, dovrebbe entrare in campo il personale più competente in settore e lavorare decretando i giusti approfondimenti.

Il colloquio con il minore quando c’è un sospetto di abuso

È un terreno molto delicato quello in cui ci muoviamo, soprattutto quando si parla di minori e abusi sessuali. È un lavoro carico di responsabilità e di sofferenza perché vi assicuro, da esperta in psicodiagnostica clinica e giuridico-peritale e da psicoterapeuta anche dell’età evolutiva, che toccare con mano quei disegni, vedere specifiche immagini, sentire determinati racconti o guardare determinati giochi, non è facile, perché noi  conosciamo il peso che quel bambino si porterà dentro e i segni che tutto questo lascerà.

Non è facile prendere la decisione di allontanare un minore dalla famiglia, considerando che lui non ha ancora la percezione di ciò che sta accadendo realmente, quelli per lui sono i suoi genitori, nel bene e nel male, sono suo padre o sua madre. Spesso i bambini si autoaccusano, pensano di essere loro la causa, di aver generato il problema, pur di non attaccare le figure di accudimento. Altre volte sono forzati a parlare, sono strumentalizzati dai genitori, sono “messi in mezzo” e noi dobbiamo filtrare e tirar fuori ciò che realmente è successo attraverso i nostri strumenti.

Suggestionare un bambino, fargli credere quello che non c’è, non è poi così difficile, per questo se fosse vero, i colpevoli devono pagare amaramente: non si può perdere la fiducia in chi fa questo mestiere.

Quando si svolge un colloquio con un minore NON bisogna mai e poi mai indurre le risposte, attraverso domande e modalità induttive, perché si rischia di portare quel minore a dirci quello che noi ci aspettiamo. Non gli si può dire per esempio: “quindi tu mi hai detto questo…”. Infatti, quando facciamo due volte la stessa domanda o mettiamo in dubbio ciò che il nostro interlocutore sta dicendo, anche un adulto rischia di confondersi, figuriamoci un bambino. Si rischia di alterare i suoi ricordi, le sue certezze e di indurlo a colludere con le aspettative del suo intervistatore.

Ricordiamoci che sono sempre i minori a pagarne le conseguenze peggiori.  Anche in tante occasioni sono stati commessi svariati errori a discapito delle famiglie o dell’uno o dell’altro genitore. Per questo si deve investire maggiormente su professionisti competenti e sulla valutazione del loro operato. Ci sono poche strutture, poco personale e poco monitoraggio. Stiamo parlando di minori, di famiglie, di traumi e del loro futuro.

L’allontanamento del minore dalla famiglia

Ai servizi competono compiti di prevenzione e di cura, finalizzati al benessere delle persone, da realizzare con specifici trattamenti, effettuati sulla base del consenso degli interessati.

Quando si allontana un minore dalla famiglia di origine, dovrebbero essere state effettuate tutte le procedure necessarie e prese tutte le precauzioni del caso, compresa una perizia in grado di valutare l’idoneità e le competenze genitoriali. L’allontanamento dei minorenni dalle loro famiglie può verificarsi qualora sia messo a rischio il benessere del bambino. La valutazione diagnostica e prognostica viene realizzata con gli strumenti e i protocolli basati su fondamenti clinici e scientifici, e deve essere multidimensionale e tener conto delle caratteristiche individuali del minore e di tutti i fattori individuali, ambientali, relazionali e sociali.

Per un bambino, staccarsi dal nucleo familiare richiede, innanzitutto, una comprensione e accettazione di una decisione imposta e poi, uno sforzo adattivo enorme per ricreare un clima di fiducia e un legame con altre persone, che per il minore diventano i suoi genitori solo sulla carta, non di fatto. Per ricostruire un clima familiare, ci vuole tanto tempo e si dovrebbe ricreare un ambiente basato su una profonda interazione e responsività dei genitori ai bisogni fisici ed emotivi del piccolo. La stabilità, ingrediente fondamentale per crescere bene, viene a mancare e, spesso, abbiamo davanti bambini che hanno difficoltà nella strutturazione di un’identità ben definita, e tante volte, anche dal punto di vista relazionale.

Il gioco e i disegni per comunicare che si è subito un abuso sessuale

Quando si parla di abuso e in particolar modo di abuso sessuale che coinvolge bambini piccoli, ci muoviamo su un terreno molto delicato in cui bisogna sapersi muovere per evitare di fare più danni.

Purtroppo sono ancora tanti i casi sommersi. Alcuni emergono durante le terapie, altri vengono raccontati attraverso i sogni, nei giochi e nei disegni. Il problema è legato al fatto che spesso il bambino subisce questa forma di abuso quando ancora è troppo piccolo e non ha sviluppato le competenze linguistiche tali da poter descrivere in maniera appropriata ciò che ha vissuto. Per questa ragione, bisogna stare attenti alle comunicazioni indirette, al linguaggio non verbale, quello del corpo, al contenuto dei disegni e dei giochi di fantasia: il genitore deve imparare a riconoscere i segnali che il piccolo manifesta.

Spesso nei disegni, nei giochi, o nei racconti dei bambini, possono emergere contenuti sessuali e la presenza di situazioni di violazione del corpo più o meno manifesti. Anche il gioco è un altro mezzo di comunicazione fondamentale. Per esempio, bisogna fare attenzione all’atteggiamento che ha il bambino mentre gioca e alle sue reazioni emotive come la rabbia nei confronti di un determinato personaggio e la tipologia di gioco che fa. È più facile per i bambini usare il canale comunicativo dei disegni e del gioco perché, o non hanno ancora sviluppato le competenze linguistiche idonee per raccontare ciò che è successo o hanno difficoltà ad affrontare direttamente gli adulti per paura, perché si sentono in colpa o vivono profondi sentimenti di vergogna.

Spesso la vittima è costretta da colui che lo abusa a mantenere il segreto, come se fosse una cosa privata. Ci possono essere anche minacce e ritorsioni da parte dell’adulto o subdoli giochi psichici facilmente applicabili vista l’ingenuità dei bambini o l’attivazione di sensi di colpa nei confronti dei genitori, come per esempio il ripetergli frasi del tipo “dico a tua madre o padre che sei stato cattivo”.

Il bambino spesso si sente in un certo senso colpevole di ciò che è accaduto e si chiude nel suo silenzio. Si vergogna profondamente e non riesce ad esprimere ciò che ha dentro in maniera diretta, logorandosi da un punto di vista emotivo.

Perché sfruttare i social per interessi personali esponendo i bambini al web?

Oggi poi, viene condiviso tutto nel web, viene buttato tutto in un tritacarne mediatico, nel tribunale dei social network che alimenta fake news, rabbia e disgusto. Il problema è che pur di far notizia schiacciamo pure i diritti dei minori e di tutte le vittime. Io credo che non si possono buttare in pasto ai social le immagini di bambini allontanati dalle famiglie o i nomi delle persone coinvolte, soprattutto quando non viene tutelata l’infanzia e i suoi diritti, la privacy e non si espongono correttamente tutti i fatti. In generale, non concepisco che per raccogliere un po’ di like in più, per ottenere viralità, politici, giornalisti e opinionisti vari,  usino i minori, le loro immagini, i loro video e sfruttino le tragedie familiari.

I bambini crescono e le immagini rimangono e nessuno un domani li potrà tutelare da tutto ciò che quei post scatenano. I minori non vogliono che tutti sappiano, lo sento direttamente da chi subisce violenze e abusi e ha paura di finire sui giornali e sui social. In più si rischia di far sputare fango da parte del popolo del web su psicoterapeuti, psicologi, educatori e assistenti sociali, dimenticando che la maggior parte di noi svolge in silenzio e in maniera nobile il proprio mestiere: non è corretto che professionisti seri vengano insultati per colpa di persone che, qualora venga accertato il loro coinvolgimento, pagheranno per i reati commessi e per la condotta deplorevole.  

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