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Giu 18, 2019
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Olio d’oliva italiano: l’oro verde da tutelare

Written by
Ypsilon Black

I recenti dati Ismea 2018 (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) non lasciano spazio a interpretazioni: la produzione complessiva italiana di olio è ai minimi storici, attestandosi a – 59% su base annua per 175 mila tonnellate. Un annus horribilis anche per Grecia (-47%) e Tunisia (- 37%), inserite in un comparto europeo, che vede sul podio la Spagna con un incremento produttivo del 42,5%. Il nostro Paese, d’altra parte, vive da sempre la nota dicotomia di essere il secondo produttore mondiale, proprio dietro la Spagna, ma il primo importatore di olio. L’Italia produce troppo poco per il proprio fabbisogno interno, tanto da importare migliaia di tonnellate di olio da Spagna, Grecia e Tunisia (nel 2017 il saldo negativo import-export è stato di – 201 tonnellate).

Dal lato delle vendite del solo extravergine d’oliva italiano, le cose non sembrano andare meglio, come testimoniamo i dati trimestrali (marzo 2019) del Rapporto Frantoio Italia, che fotografano un venduto di solo 8 mila tonnellate, contro 97mila tonnellate ancora disponibili. La struttura del comparto italiano composto solo dal 37% di aziende competitive e la dipendenza del settore dall’estero influiscono, evidentemente, sul prezzo di produzione e di vendita dell’olio extravergine. Le quotazioni italiane sono cresciute nella prima parte del 2018 tanto da sfiorare i 6 euro al chilo, per poi ridiscendere senza colmare la flessione precedente, mentre il prezzo iberico è sceso nel 2018 e sta continuando questa parabola anche nel 2019.

Questi i freddi numeri, a cui occorre aggiungere un’analisi della qualità della produzione italiana, in special modo legata all’extravergine d’oliva, con importanti aree vocate alla coltivazione dell’olivo e oltre 300 cultivar, che danno al nostro Paese una straordinaria differenziazione nell’offerta. Un comparto decisamente complesso, quello dell’olio italiano, che dovrà confrontarsi su una serie di sfide contingenti per il prossimo futuro, alcune giocate sul nostro territorio, – come un aumento produttivo che non impatti sulle risorse idriche e attività di ricerca per migliorare l’efficienza – altre che dovranno trovare terreno fertile all’estero, prima fra tutte la valorizzazione del made in Italy di qualità. Quest’ultima sfida è forse tra le più importanti per la nostra produzione non solo per trovare una collocazione più solida sui mercati stranieri e trovarne di nuovi (l’olio d’oliva rappresenta solo il 4-5% dei consumi mondiali di grassi, con enormi potenzialità di crescita), ma anche per quelli interni, invasi da prodotti di scarsa qualità.

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