Giu 26, 2019
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L’adorazione felina di Alberto Mattioli

Written by
Ypsilon Black
Alberto Mattioli e la sua gatta Isolde

Alberto Mattioli e la sua gatta Isolde

La casa di Alberto Mattioli è piena zeppa di libri. Li trovi sia ordinati alle pareti sia impilati per terra, uno sull’altro, a creare torri sbilenche ma incredibilmente armoniose. «A breve trasloco in una casa più grande, qui non hanno più spazio» ammette subito il giornalista, prima di iniziare a raccontare del suo di libro: Il gattolico praticante, un saggio uscito per Garzanti a un anno di distanza dal successo di Meno grigi più Verdi, in cui l’autore – con la tipica sagacia che lo contraddistingue – racconta l’adorazione felina.

La sua quando è nata?
«Tardi. Perché, a parte i miei familiari, non avevo animali in casa. Mi sono convertito alla vera fede a 30 anni. Infatti, nella mia vita ho avuto soltanto due gatte: Violetta, che purtroppo è mancata l’anno scorso, e Isolde, che è qua felicemente con noi».

Due femmine. Un caso o una scelta?
«Un errore. Mi avevano detto che le femmine erano più dolci, ma è solo una delle tante superstizioni sui gatti. Nei felini, come tra gli umani, sono le donne che fanno e decidono tutto».

Qual è il rapporto con loro?
«In generale, il rapporto con i gatti attraversa varie fasi. Si comincia quando tu credi in qualche modo di poter imporre la tua volontà, poi capisci che il rapporto con il gatto è sempre squilibrato perché il gatto è più forte di te. Perciò arrivi al terzo stadio, che è quello della felicità della sottomissione».

Quanto durano mediamente queste fasi?
«La prima dura pochissimo e finisce quando capisci che il gatto non è un cane. Il cane cerca un padrone, il gatto cerca un servitore. Ti rassegni a questo fatto e poi dipende dai caratteri. A me sono state necessarie poche settimane per capire che sarei stato felice di farmi mettere le zampe in testa».

Quindi lei è totalmente succube della sua gatta.
«Completamente. Sono il suo zerbino».

Però, ben felice di esserlo.
«Sì, felicemente schiavo».

Non a caso, il saggio inizia con “non dite il gatto e io, dite il gatto è Dio”.
«La gerarchia precisa è Dio, il gatto e l’uomo. Visto, però, che Dio forse non esiste, diciamo il gatto e l’uomo».

Cosa li rende, dal suo punto di vista, così superiori?
«La bellezza, le grandi doti di agilità, il modo di muoversi, la classe e pure la voce».

Prima ha fatto riferimento ai cani, considerati l’alternativa per antonomasia ai gatti. Con loro, da “gattolico praticante”, che rapporto ha?
«Non posso dire che non mi piacciano, ma trovo che abbiano un comportamento stereotipato. A prescindere dalla razza, i cani sono felici, mentre i gatti no. Ognuno ha la propria personalità, al punto che non puoi parlare dei gatti, ma solo di quelli che hai conosciuto».

Le sue erano così diverse?
«Sì. Violetta era timida e riservata, più signora. Isolde, invece, è prepotente, anche se più gracile. Assieme, mi hanno salvato la vita».

Addirittura?
«Sono come dei figli, ma non ti chiedono soldi e non si drogano».

La copertina del libro

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