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Mag 17, 2019
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Quando eravamo fratelli, il film raccontato dal regista

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Raúl Castillo, Sheila Vand, Josiah Gabriel, Isaiah Kristian, Evan Rosado on the set of We the Animals

Una scena del film Quando eravamo fratelli

Quando eravamo fratelli, titolo originale We the Animals, è uno dei film che allo scorso Sundance hanno più entusiasmato pubblico e critica e non solo è stato venduto in tutto il mondo (in Italia lo distribuisce la Wonder), ma ha conquistato l’ambito Next Innovator Award. Robert Redford lo ha amato molto perché, ci ha detto: «E’ drammatico e poetico, venato da un umorismo e da malinconia per le sorti di tre giovani fratelli».

I tre ragazzini sono i veri protagonisti e Jonah, il più giovane, ha un animo gentile, rifugge la violenza che inizia a serpeggiare nei fratelli e quella del mondo che lo circonda e tramuta in disegni (che diventano intermezzi d’ animazione nel film) i suoi pensieri e sogni. Il padre è portoricano, la madre bianca, l’uomo a volte se ne va “ma ritorna sempre” dice Jonah, che insieme ai due fratelli maggiori chiede alla vita a gran voce “più calore, calore calore”. La voce fuoricampo più volte ribadisce: «Volevamo di più, non denaro, non beni ma volevamo più volume, più muscoli, più  emozioni».

Diretto da Jeremiah Zagar, al suo debutto, tratto dal romanzo di Julian Torres, il film ha conquistato anche il plauso, arduo da raggiungere, del sito di tendenza Rotten Tomatoes, che lo ha incluso tra i migliori film indipendenti della stagione.

I ragazzini protagonisti hanno fatto festa al Sundance, ma è con il regista che abbiamo scelto di parlare perché ha lottato per mandare in porto la pellicola e ha lasciato in parte libertà di improvvisazione ai giovanissimi protagonisti.

Jonah nel film è il più piccolo, ha nove anni e risulta perfetta la scelta del protagonista, anche lui della stessa età ed è il sensibile Evan Rosado, che a volte con uno sguardo, un gesto dice tanto sulla sua vita difficile nella working class (a New York), sulla passione piena di contraddizioni che sempre serpeggia tra i genitori e sui desideri dei fratelli maggiori.

Che cosa l’aveva affascinato in modo particolare nel libro alla base del copione?
La verità di ogni situazione e la capacità di entrare davvero nell’esistenza e nelle problematiche della superstite working class americana della quale si parla sempre meno ed è come se non esistesse, specie quando è multirazziale e la sua sopravvivenza è legata a lavori casuali, alla stabilità messa a dura prova degli affetti nelle difficoltà dell’esistenza. Sono come invisibili tanti rappresentanti della working class eppure è la fetta più autentica della vita americana, sempre più fatta da molte etnie.

I tre ragazzini sono stupefacenti nel film: è stato arduo catturare le loro reazioni, prepararli ai ciak?
No, è stato il momento in assoluto più creativo del film e sempre mi stupiva la loro capacità a comprendere ogni risvolto della sceneggiatura, il loro desiderio di confrontarsi con me, con ciò che volevo fare. Siamo diventati una sorta di nuova famiglia, i tre giovani mi hanno arricchito enormemente e questo è poi accaduto anche al pubblico.

Si è chiesto cosa faranno i miei tre protagonisti dopo questo film?
Sì, certamente e davvero spero che se lo chiedano anche gli spettatori.

Il film dura 94 minuti, la platea resta davvero catturata da ogni gesto e reazione dei giovanissimi attori perché c’è anche suspense nello snodarsi delle situazioni. Si aspettava così tanti consensi?
No, ma ci speravo perché personalmente io vorrei vedere sugli schermi più film come il nostro e in cui i giovanissimi della working class desiderano cose semplici, non vedere sempre super eroi. Un pallone, un frutto fresco, una carezza a volte li fanno sentire davvero vivi e partecipi e il rapporto con la madre nel film è importante come nel libro.

Nella poesia contro ogni avversità della storia, la madre a un certo punto dice al figlio più piccolo: “Promettimi che anche quando crescerai avrai sempre nove anni e il bimbo il cui cuore, mentre aspettavo il tuo arrivo nel mondo, batteva dentro di me e ticchettava come una bomba”…
C’è molta tenerezza, c’è anche dolore in questa donna perché sa che la vita chiederà molto ai suoi ragazzi e lei cerca di prepararli alle realtà che dovranno affrontare dicendo: “…è questo che fanno i bambini grandi”. La mamma osserva con perplessità i disegni di Jonah e quando qualcuno li butta nella spazzatura sa che il bambino andrà a cercarli, ne distenderà le pieghe stropicciate, li accarezzerà perché rappresentano il suo modo di cercare di capire il mondo e anche di reinventarlo. Cosa che numerosi artisti fanno e Jonah ha tante potenzialità artistiche mentre gli altri due figli sono più materialisti e forti.

Quanto spazio c’è nel mondo del cinema americano e nelle scelte dei distributori per un film come il suo?
Non mi sono mai posto, né mai lo farò, questa domanda. Lo spazio c’è, non solo in America è ancora possibile in tempi di film carichi di spettacolo ad alto volume cercare quel calore quel diverso volume che anche i tre protagonisti cercano. Non si diventa grandi con continue fughe nel fantastico, ma cercando il fantastico nella realtà. Sono convinto di questo e sarà basato su tale ricerca anche il mio futuro lavoro.

Sono tante le storie di crescita nel cinema e nella vita. Lei quali predilige?
Nella letteratura sicuramente amo Tonio Kroeger di Thomas Mann, nel cinema i film sugli adolescenti di Louis Malle. Il cinema francese ci ha dato esempi illuminanti in questa direzione, ma anche Steven Spielberg ha saputo capire e arricchire l’immaginazione sia adulta che infantile.

Evan Rosado on the set of We the Animals

Evan Rosado uno dei giovanissimi protagonisti del film drammatico Quando eravamo fratelli

C’è anche la più verde scoperta della propria sessualità nel film…
Sì e il libro è maestro nelle pagine che descrivono questo avvicinarsi alla vita anche attraverso le esigenze del sesso. La scena in cui i ragazzini guardano i genitori baciarsi, abbracciarsi è, a mio parere, uno dei momenti più toccanti del libro e del film.

Il cinema del nostro tempo spesso affronta il sesso senza alcuna riserva o pudore…
Non  in questo film e il titolo We the Animals è provocatorio perché il film va in direzione opposta, perché dimostra che la vera working class non è fatta da animali, ma da esseri umani e costoro spesso nascondono molta forza. Sono davvero grato a coloro che hanno scelto di distribuire il film, che credono e hanno creduto alla nostra storia, ai nostri sforzi di comunicare verità e di arricchirla con la fantasia creativa dei disegni del bambino. Sulle sue spalle si regge gran parte del racconto.

Pensa che sia possibile nel mondo di oggi percorso dalla violenza delle immagini conservare dentro di noi il bambino che siamo stati?
Lo penso e ritengo che la frase della madre, “promettimi che avrai sempre nove anni”, dovrebbe più del volto di Superman essere stampata sulle magliette che i ragazzi e anche gli adulti indossano. Invita a conservare il senso delle attese, del meraviglioso, forse aiuta anche i nostri pensieri sulla vita e sull’arte, a conoscere davvero gli uomini, a evitare i continui duelli che la quotidianità ci offre e ai quali finiamo con l’essere sottoposti. La casualità del destino non sempre può essere tenuta sotto controllo. Se il mio film riuscirà a rendere più umanamente attento qualche spettatore avrò davvero vinto non dico la mia battaglia, ma il mio bisogno di comunicare idee, situazioni, opinioni, sentimenti, personaggi e di riflettere sul futuro che aspetta non solo i giovani protagonisti, ma tutti noi. Per tale motivo io dico grazie e di cuore a tutti coloro che hanno prestato o daranno attenzione a We the Animals.

Josiah Gabriel, Evan Rosado and Isaiah Kristian on the set of We the Animals

Una scena del film Quando eravamo fratelli

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