Mag 30, 2019
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L’ennesimo tentativo di Nokia di rianimarsi passa anche per la parità di salario

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Se hai una trentina d’anni e senti “Nokia”, pensi ai telefonini e a Snake. È quasi un riflesso condizionato. Oggi il gruppo finlandese è molto diverso da quello dei primi anni 2000: dagli smartphone (prodotti da Foxconn per Hmd) incassa le licenze per il marchio, mentre il grosso del fatturato arriva dalle reti. E spera di ricevere slancio dal 5G. In questi giorni, però, Nokia ha fatto parlare di sé per una decisione: equiparare d’ufficio le paghe delle donne a quelle degli uomini.

Parità uomo-donna in azienda

Le donne guadagnano meno degli uomini, anche a parità di mansioni. Un problema con cui il settore tecnologico fa i conti da tempo. “Nokia non è immune da questa realtà”, ha spiegato il ceo Rajeev Suri nel corso dell’Annual General Meeting della compagnia. Un’indagine interna condotta assieme alla società di consulenza Mercer, ha individuato “un piccolo ma statisticamente significativo ‘divario retributivo’ che non può essere spiegato dai fattori che determinano la busta paga come performance, esperienza, ruolo”.

Tradotto: ci sono discriminazioni sessuali (soprattutto ma non solo delle donne) che alleggeriscono senza motivo lo stipendio. Suri ha quindi annunciato un programma per annullare il divario, sia con risorse fresche che con un sistema di revisione annuale che vigilerà. Si parte il primo luglio. Molte aziende passano una mano di rosa qua e là per fare promozione e nascondere una discriminazione sessuale bella e buona. In inglese c’è anche un termine che descrive questa prassi: pinkwashing (letteralmente, una “sciacquata rosa”).

Non sembra il caso di Nokia. Suri ha infatti parlato di spese, tema sensibile per ogni società ma ancor di più per una quotata: il budget stanziato “è significativo” e “ci costerà”. Ma, ha sottolineato il ceo, “non fare nulla ci costerebbe molto di più” perché “nuocerebbe alla nostra capacità di attrarre e trattenere grandi professionisti”. La parità di genere, non a parole ma in busta paga, non è solo questione di equità. In un mondo tecnologico molto competitivo, la partita si gioca anche sulla capacità di attrarre talenti. 

Dalla carta igienica a Snake

Quella di oggi è una delle tante “nuove Nokia”. La società è nata infatti nel 1865. E prima di inventarsi il 3310 aveva prodotto di tutto, dalla carta igienica ai televisori. Negli anni ’90 intercetta l’ondata dei telefonini e diventa leader del settore. Fino a quando non arrivano gli smartphone. Nel 2007 nasce l’iPhone e nel 2008 (l’anno in cui esordisce Android) si sentono i primi scricchiolii: le vendite calano e Nokia, pur conservando una quota di mercato del 42,4%, inizia a guardarsi le spalle.

Sono passati poco più di dieci anni ma sembra un altro mondo: gli smartphone venduti erano 36,5 milioni (nel 2018 sono stati 1,55 miliardi). Alle spalle di Nokia c’erano due “giovani” rampanti, entrambi in forte crescita ma attesi da un avvenire molto diverso: BlackBerry aveva una quota del 15,9%, Apple del 12,9%. Samsung non ancora pervenuto, figurarsi Huawei. È solo l’inizio della crisi.

Nel 2011 Nokia prova a smarcarsi da Android e iOS adottando Windows Phone. Non è un successo, ma Microsoft rilancia: nel 2013 acquisisce la divisione smartphone di Nokia per 5,4 miliardi di dollari. È una delle acquisizioni più pesanti e uno dei maggiori flop nella storia della compagnia fondata da Bill Gates. Quello che rimane di Microsoft Mobile (così era stata ribattezzata la divisione) viene riacquistato da Hmd, che resuscita il marchio Nokia pagando una licenza decennale alla società finlandese.

Secondo Counterpoint Research, il nuovo-vecchio brand (rilanciato nel 2017) nel 2018 ha venduto 17,5 milioni di smartphone ed è nono per quota di mercato globale. Cioè, senza fare confronti con Samsung, Huawei e Apple, sette volte meno di Oppo, sei di Vivo e meno della metà di LG.

La partita del 5G

Nokia oggi guadagna dalle licenze, dalla vendita di software e servizi. Ma soprattutto dalle telecomunicazioni. Nell’ultima trimestrale, ha fatturato poco più di 5 miliardi di euro. L’83% (4,2 miliardi) arriva da lì. Il resto da servizi per le imprese (260 milioni) e licenze (370 milioni). Nokia, oggi, è quindi prima di ogni altra cosa reti e ha gli occhi puntati sul 5G, dal quale si aspetta una spinta consistente nella seconda metà dell’anno.

Suri ha ammesso che la società è stata più lenta del previsto sul 5G, a causa della complessa integrazione con Alcatel-Lucent. Nokia avrebbe accumulato un “ritardo di poche settimane, al più di un paio di mesi”. Compete soprattutto con Ericsson e Huawei. E guarda quindi molto da vicino anche l’evoluzione dei veti sul colosso cinese.

I due principali mercati di Nokia sono Europa (che genera il 30% del fatturato) e Stati Uniti (il 28%). Se negli Usa Huawei, già oggi, non passa, le ricadute di eventuali bandi potrebbero toccare il marcato europeo. Se sui guai di Shenzhen il ceo di Ericsson è rimasto cauto, quello di Nokia si è (leggermente) sbilanciato: “Anche se è difficile dirlo in questo momento, nel lungo periodo potrebbe essere un’opportunità”.     

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