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Mag 29, 2019
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Gucci, Alessandro Michele: «la mia moda per i diritti e la libertà»

Written by
Ypsilon Black
Gucci Cruise 2020

Gucci Cruise 2020

Un linguaggio sicuro e formativo espresso attraverso una moda che non teme di schierarsi a favore dei diritti: Alessandro Michele porta a Roma la sfilata della collezione Gucci Cruise 2020 e nei Musei Capitolini mette in scena una rappresentazione pagana in nome della libertà.

«Solo l’antichità pagana può risvegliare il mio desiderio perché è stato un mondo progredito ed è un mondo che è stato cancellato». Il grande telo in seta bianca con la frase pennellata di Paul Vayne tratta da Et dans l’éternité je ne m’ennuierai pas, sventola all’ingresso dei Musei Capitolini, mai aperti per un sfilata di moda. È il manifesto di questa sfilata che non si ferma all’enunciazione ma si compromette con i fatti: Alessandro Michele trasforma gli abiti del suo Gucci in parole che descrivono e plasmano un senso della libertà che si aggancia all’espressione di un’antichità che racconta la libertà del passato e mostra le ferite del presente. «L’antichità entra in contatto con me in modo naturale. Da bambino non amavo né il calcio né il Luna Park: venivo qui ai Musei Capitolini perché ero ossessionato dal mondo Antico e dall’archeologia. È una passione da cui non si guarisce e a me serve anche perché ogni tanto temo che qualcuno spezzi le antenne che mi permettono, come chiunque lavori nella moda, di registrare il mondo e quello che vi succede. E mi accorgo che le antenne però si innalzano di più quanto più qualcuno tenta di spezzarle», dice Michele alla fine della filata circondato da statue romane, teste e busti senatoriali e altre espressioni di antichità pensante.

La sfilata nelle sale dei Musei Capitolini è una sequenza loquace di denunce composta da abiti che definiscono il momento e l’opportunità: un utero con le ovaie ricamato su una tunica plissettata, bocche rosse ricamate in rosa, pelli, tuniche corte, cappe, giacché, greche dorate, bordi in pelo, pantaloni, toghe, body color nudo, drappeggi dislocati sul corpo, tatuaggi, scritte ricamate con “my body my choice“‘, “Legge 194“, “Chime for Change” oppure con la frase di Vayne riportata sopra: la performance ha il ritmo di un rito pagano, libero e liberato dalla tendenza costrittiva di chi ieri come oggi minaccia i diritti, quelli acquisiti perché conquistati. Del resto, siamo negli anni degli attacchi alla libera determinazione delle donne, dell’omofobia giustificata dal potere, della colpevolizzazione della cultura (l’ultimo a mettere mano alla pistola a sentire pronunciare la parola fu il ministro nazista Hermann Göring, ma anche in epoca berlusconiana in Italia si sosteneva che «con la cultura non si mangia»), di massimalismi e di integralismi religiosi, di suprematismi razziali. Anni bui, neri: al Museo MAXXI un manifesto di Antonio Gramsci dice: «Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri». La scritta sarebbe stata bene anche sulla schiena di una giacca maschile di questa Gucci Cruise 2020: «Mi sento privato della mia libertà anche quando vedo delle persone che no riescono a toccare terra perché sono prigionieri su una nave davanti a un porto chiuso», dice Michele.

La moda di Gucci fatta da Alessandro Michele è quindi diventata un linguaggio che punta l’attenzione sul pensiero critico («la moda ha il dovere di parlare, non può tirarsi indietro») e in questa sfilata si richiama a quella libertà umanistica insita nel periodo delle religioni così dette pagane ma in realtà politeistiche in cui gli dei, più democraticamente rispetto al dio unico delle monoteistiche, partecipavano con gioie e dolori alla vita degli umani, ne aiutavano le imprese o le ostacolavano, permettevano la formazione narrativa dei miti e delle filosofie, insegnavano non solo il libero arbitrio ma la libertà individuale che si permetteva perfino di lottare con il destino e che non indietreggiava di fronte alle imposizioni ma si opponeva e guerreggiava con le stesse forze a cui tributava gli onori dei riti. Mondo libero, mondo di pensiero, mondo che ha prodotto cultura che dalla Grecia e dal Medio Oriente è arrivata a Roma, città che ha accolto tutti, inclusiva prima che esistesse l’inclusione, dove il grande Pantheon accoglieva ogni dio, l’umanissimo Giove e l’indecifrabile Osiride finché un papa non sostituì il giorno della festa di Mitra con la celebrazione della nascita di Gesù. Eppure, dice Michele, Roma è rimasta la città in cui tutto si mescola, come nella sua collezione che allinea toghe senatoriali dell’epoca imperiale ai pantaloni degli anni Settanta, periodo in cui lui vede la conquista dei diritti conquistati che ora vogliono negarci.

Gucci Cruise 2020

Gucci Cruise 2020

«L’abito non è un oggetto inerte ma si connette con il corpo che copre», dice Michele mentre spiega questo «baccanale immaginario che si svolge nella metropolitana di Berlino» che è questa sfilata che mette insieme la rappresentazione teatrale e le processioni del rito pagano mentre sposta le valli che portano a Delfi sulle strade di asfalto in cui vive il paganesimo di una modernità che non può vivere senza il racconto di ciò che è stata. Ed è qui che il linguaggio di Michele si trasforma in una lente puntata sulle crepe dolorose di questi anni in in cui Roma città aperta, libera e pagana  diventa l’area in cui i protagonisti sono gli escludenti, quelli che hanno l’arroganza di decidere se puoi usufruire di un tuo diritto. Una trasformazione contraddittoria sulla quale la moda deve agire con l’esaltazione dell’individualità in cui i volti e i corpi decidono anche come e perché farsi ricoprire da un abito. «Perché ho ricamato un utero su un abito? Semplicemente perché quello che leggo sulla libertà femminile mi allarma, perché l’utero femminile è il simbolo di un’autodeterminazione, della bellezza della vita con la nascita e della drammaticità di una scelta estrema come l’aborto», dice Michele mentre sulla passerella i concetti diventano espliciti attraverso una narrazione che dall’antichità pagana percorre i secoli, fino agli anni Settanta, al «cinema che mi raccontava mia madre» e alle sovrapposizioni di toghe sulle giacche maschili per niente improbabili nella descrizione della modalità della perpetrazione del potere. Dalla libertà che il paganesimo antico concedeva agli umani oggi siamo arrivati alla cecità di una società attuale in cui «le persone diventano numeri e i numeri sono esseri umani che ci danno fastidio». Un dramma che priva l’uomo della propria umanità a cui questa collezione Gucci Cruise 2020 propone molte alternative. Infatti, gli abiti non sono mai concettuali ma pronti per arrivare facilmente alla comprensione del mercato, nella speranza di allargare la diffusione di un messaggio che appare fin troppo facile da comprendere a patto che chi ascolta (e guarda, in questo caso) abbi ala capacità di superare i muri dei pregiudizi che, giorno dopo giorno, vengono innalzati dell’idea punitiva assillata dal controllo panoptico di questi tempi retrogradi in ci troviamo a vivere.

Alessandro Michele è direttore creativo di Gucci dall’inizio del 2015. Il marchio, parte importante del gruppo Kering, ha chiuso il 2018 con 8,28 milioni di fatturato con un +33,4% rispetto all’anno precedente. Alessandro Michele ha creato una moda che si è trasformata in un linguaggio che se insiste nella ripetizione lo fa per meglio affermare i propri pensieri. Nella consapevolezza che non tutti quelli che comprano un suo abito lo fanno perché ne condividono il messaggio, Michele ha il merito della coerenza del suo messaggio: insistito, affermato con forza e con convinzione. Una chiarezza che neanche la brutalità dei tempi può mettere a tacere. E se una giacca, un paio di pantaloni, una gonna, una tunica possono raccontare il valore della moda per la libertà e per i diritti, ben vengano a invadere i nostri spazi e i nostri pensieri.

Gucci Cruise 2020

Gucci Cruise 2020

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