Cent’anni di solitudine diventa una serie tv, o preparate un capolavoro o è meglio che ve ne stiate a casa

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O preparate un capolavoro o è meglio che ve ne stiate a casa. Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez diventerà una serie tv prodotta da Netflix. La notizia ha fatto il giro del mondo e c’era da aspettarselo. Ma non c’è bisogno di un sismografo per rilevare il subbuglio proveniente da pancia e anima di quegli oltre 50 milioni di lettori che hanno continuato ad acquistare e leggere per cinquantadue anni sempre con rinnovata curiosità il libro che Gabo scrisse nel 1967. Mai avuti pregiudizi sulle produzioni Netflix, per carità. Il problema sta a monte, poeticamente e linguisticamente. Tutto ciò che a livello letterario è intinto di realismo magico tradotto in cinema fatica paurosamente. Sarà per quello straordinario meccanismo dell’immaginazione del lettore, “costretto” a crearsi visivamente un mondo sui generis e sconosciuto; e sarà anche per l’incredibile fascino esercitato da questo stile così aperto e sognante, che alla fin dei conti quella parola che si fa immagine pecca, ha peccato, e peccherà, di un’inevitabile e rigida scelta estetica.

Pensiamo soltanto ai precedenti romanzi di Marquez diventati film. Cronaca di una morte annunciata di Francesco Rosi (1987) non rimarrà nella storia del cinema, nonostante un grande Volonté, proprio per questo confronto a perdere con il romanzo, con quei dettagli verbali fatalistici imballati dentro ad una struttura filmica poco propensa a farli volare. Su L’amore ai tempi del colera (2007) di Mike Newell stendiamo, imbarazzati, un velo pietoso. Mentre su Nessuno scrive al colonnello del messicano Arturo Ripstein (1999) stampiamo un non giudicabile per la mancata visione, ma certo chi a Cannes lo vide e in tv lo recuperò tra i “Bellissimi” di Rete4 non andò giù di testa per il connubio con la fonte originaria. Stesso discorso per un più recente fenomeno della corrente del realismo magico, Luis Sepulveda. Gira  e rigira, un gioiello fulmineo e clamoroso come Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (1989) è finito tra le mani del cinico Rolf de Heer nel 2001 e balzato diretto in un legittimo dimenticatoio.

Insomma, questo è materiale da maneggiare con cura. Qualche rassicurazione arriva comunque dai due figli dello scrittore colombiano, morto nel 2014 e Premio Nobel per la Letteratura nel 1982. Rodrigo Garcia e Gonzalo Garcia Barcha hanno dichiarato di aver ceduto alle lusinghe di Netflix per due ragioni: sulla piattaforma streaming c’è vero interesse verso serie prodotte in lingua spagnola e con sottotitoli; gli è stato garantito che la serie verrà girata interamente in Colombia e con i migliori interpreti latino americani. Ci sarebbe poi un’altra questione più tassativa che riguarda Gabo, almeno per come l’ha messa giù il figlio Rodrigo sul New York Times: Cent’anni di solitudine secondo papà Gabriel non poteva essere riassunto nello “spazio/tempo” classico di un film. Che la forma seriale sia la soluzione ottimale è una congettura degli eredi tutta da verificare. Si sa però per certo che i figli siano definitivamente capitolati dopo aver visto la serie Narcos e il film Roma. Il timore di uno scempio, però, permane. E la recente mostruosità con cui è stata ridotto Il nome della rosa di Umberto Eco, sia il libro che il film, in una mini-serie su Rai1 non ci lascia ben sperare. Incrociamo le dita. Altrimenti per i creatori e autori di questo progetto, per ora ancora segreti, sono pronti cento anni di solitudine senza “seconda opportunità sulla terra”.

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Non c’è bisogno di un sismografo per rilevare il subbuglio proveniente da pancia e anima di quegli oltre 50 milioni di lettori che hanno continuato ad acquistare e leggere per cinquantadue anni sempre con rinnovata curiosità il libro che Gabo scrisse nel 1967. Mai avuti pregiudizi sulle produzioni Netflix, per carità. Il problema sta a monte, poeticamente e linguisticamente

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Davide Turrini