Gen 14, 2019
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Siria, il business della ricostruzione interessa tutti. L’Italia ne stia fuori

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Da mesi il governo di Damasco sta cercando di spostare l’attenzione dal conflitto in corso alla ricostruzione della Siria. Nonostante proseguano i crimini di guerra, aumenti la tensione nella regione curda e altrove – anche a seguito dell’annuncio del ritiro Usa – e la situazione umanitaria in alcune parti del Paese resti estremamente grave, la comunità internazionale comincia a guardare con interesse alla questione. C’è infatti, come sempre in questi casi – basti pensare all’Iraq – aria di affari.

L’Italia pare non intenda tirarsi fuori. In diverse occasioni – a partire dall’interrogazione parlamentare presentata dal senatore Gianluca Ferrara del Movimento 5 stelle il 15 novembre 2018 fino alle recentissime dichiarazioni del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, in parte poi ridimensionate – si è accennato all’opportunità di riallacciare piene relazioni diplomatiche ed economiche col governo siriano: un primo passo necessario per consentire – il senatore Ferrara lo dice esplicitamente -alle imprese italiane di partecipare alla ricostruzione del Paese.

L’unità “Diritti umani e imprese economiche” del Syrian Legal Development Programme un’organizzazione per i diritti umani costituita da un gruppo di avvocati provenienti, tra gli altri, dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti e dalla stessa Siria – ha messo in guardia le imprese italiane: se decidessero di partecipare alla ricostruzione in Siria in collaborazione col governo siriano, rischierebbero di incorrere in responsabilità civile o penale.

La strategia del governo siriano consiste nell’utilizzare la ricostruzione per punire le comunità che gli si oppongono e ricompensare i suoi alleati internazionali e l’élite economica siriana. I protagonisti della ricostruzione saranno principalmente Russia e Iran, che durante il conflitto sono stati coinvolti in numerosi crimini di guerra. Buona parte dei grandi imprenditori siriani con stretti legami col governo è stata coinvolta in attività criminali, come il finanziamento di gruppi paramilitari filo-governativi, il contrabbando, i rapimenti e l’imposizione di pagamenti per l’attraversamento dei posti di blocco. In altre parole, saranno loro a trarre beneficio, attraverso la ricostruzione, dalla distruzione che hanno contribuito a causare.

Il governo siriano ha promulgato una serie di norme ad hoc sulla ricostruzione – tra cui la legge n. 10 del 2018 -, che intendono punire comunità note per essere oppositrici del governo e modificare la demografia del Paese: esse consentono, infatti, di espropriare proprietà private senza prevedere un risarcimento adeguato né un alloggio alternativo. La maggior parte delle aree nelle quali tali norme saranno applicate è stata oggetto, durante il conflitto, di attacchi sistematici da parte delle forze governative e dei loro alleati. Da qui l’appello del Syrian Legal Development Programme all’Italia: le nostre imprese dovrebbero astenersi dal collaborare col governo di Damasco e con le imprese siriane a esso strettamente legate.

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Siria, il business della ricostruzione interessa tutti. L’Italia ne stia fuori
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