Gen 26, 2019
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Prescrizione, presidente Corte Appello di Firenze: “Matura spesso durante indagini. Riforma? Si rischia effetto boomerang”

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La maggior parte delle prescrizioni matura in fase d’indagini e, addirittura, la riforma rischia di avere un ‘effetto boomerang’. La riforma del governo che stoppa la prescrizione viene criticata – o comunque ne viene ridotto l’impatto – dalle toghe di Firenze, Roma e Milano. Per il presidente della Corte d’appello di Firenze, “la percentuale più alta di prescrizioni matura nella fase d’indagini preliminari” a causa di una “mancata razionale riforma” del codice penale e delle leggi speciali. E la sospensione dei termini dopo la sentenza di primo grado “può produrre effetti opposti rispetto a quelli perseguiti”. Da Milano, arriva un monito simile, poiché la presidente della Corte d’appello sottolinea che nel suo distretto la prescrizione matura “nell’83% dei casi già nella fase delle indagini preliminari” e viene dichiarata con decreto di archiviazione del giudice. Mentre Luciano Panzani, presidente della Corte d’appello della Capitale, si dice “preoccupato” pur giudicando positivamente “in linea di principio” la riforma perché se la Corte d’appello “non è in grado di smaltire i processi pendenti e non vi è più la prescrizione a spazzar via i processi che si accumulano, si rischia di creare un montagna di fascicoli la cui semplice gestione fisica può paralizzare del tutto l’attività dell’Ufficio”.

Ma è da Firenze che arriva l’attacco più duro sulla riforma voluta dal ministero della Giustizia: “Contrariamente ad un’opinione diffusa, la percentuale più alta di prescrizioni matura nella fase delle indagini preliminari – scrive nella sua relazione per l’apertura dell’anno giudiziario, Margherita Cassano – Ciò non dipende dallo scarso impegno dei magistrati requirenti e giudicanti addetti a tale fase, ma dalla mancata razionale riforma, a circa novanta anni dalla sua entrata in vigore, del codice penale e dalla mancata revisione delle leggi speciali per adeguare le previsioni di reato alla mutata sensibilità sociale e contenere il numero dei reati”. La presidente della Corte d’appello fiorentina, parlando alla presenza del ministro Alfonso Bonafede, entra quindi nel merito della riforma: “Può produrre effetti opposti rispetto a quelli perseguiti”, dice nella relazione.

A suo avviso, può infatti “indurre una minore attenzione dei pubblici ministeri in ordine ai presupposti per il rinvio a giudizio, provocare la conseguente saturazione dei Tribunali con processi non adeguatamente istruiti, un allungamento dei tempi di definizione in primo grado, determinare un minore impegno dei magistrati nella celere definizione dei processi in appello e in Cassazione“. Ed è quindi “legittimo chiedersi – continua – se la paventata, ma inevitabile dilatazione dei tempi conseguenti alla sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado possa conciliarsi con la ragionevole durata sancita dall’art. 111 della Costituzione, con un giusto processo incentrato sul metodo dialettico nella formazione della prova, con la effettività di un diritto di difesa destinato ad esplicarsi a distanza di molti anni dal fatto”.

La “proliferazione normativa”, conclude il presidente della Corte d’Appello di Firenze, si riflette “negativamente” sul “corretto svolgimento del processo penale, sui suoi tempi, è oggettivamente incompatibile con le forze disponibili e rischia di attribuire improprie funzioni selettive all’Autorità giudiziaria”. In particolare, “nella fase del giudizio, sulla maturazione dei termini di prescrizione incide in maniera determinante la cronica e patologica mancanza del personale amministrativo”. Di conseguenza, quindi, “la pena rischia di venire espiata a distanza di molti anni dalla commissione del reato con conseguente vanificazione delle finalità retributive e di prevenzione generale e speciale, delle aspettative delle vittime dei reati, delle prospettive di reinserimento dei condannati, demotiva le forze dell’odine impegnate nel contrasto della criminalità”.

Un’annotazione sulla prescrizione è arrivata anche dalla presidente della Corte d’appello di Milano, che nella sua relazione ha specificato come “nell’83% dei casi maturi in fase d’indagini preliminari”. La riforma, quindi, inciderebbe al massimo sul 17% dei procedimenti. Non sulla prescrizione ma su risorse e attenzione da parte di via Arenula ha invece incentrato il suo intervento il procuratore generale, Roberto Alfonso, spiegando che “non appare soddisfacente, né può definirsi adeguata, l’attenzione finora posta dal ministero sulle criticità segnalate”. Nel suo discorso, il pg ha ricordato la “grave situazione” per le carenze negli organici e quindi chiesto al ministero della Giustizia di trovare “soluzioni adeguate, idonee a reperire le risorse necessarie”. È “indispensabile che il Ministero supporti adeguatamente gli uffici giudiziari riservando a essi l’attenzione che meritano, necessaria per conseguire i risultati utili a rendere il Paese più competitivo”, scrive Alfonso specificando che “le decisioni del Ministero in qualche occasione sono andate in direzione opposta rispetto alle esigenze prospettate”.

A suo avviso, però, il giudizio sulle nuove norme anti-corruzione e sulla riforma della prescrizione va sospeso. Per quanto riguarda le operazioni sotto copertura e la non punibilità di chi collabora con l’autorità giudiziaria, a suo avviso, non possono essere ancora valutate nei loro effetti e si potrà dire “con la relazione del prossimo anno se le nuove disposizioni hanno reso più efficace il contrasto alla corruzione, fenomeno criminale sicuramente molto grave e assai diffuso”. Lo stesso discorso vale sulla riforma della prescrizione, con lo stop dopo il primo grado, dato che “entrerà in vigore l’1 gennaio 2020, perciò, circa gli effetti che essa provocherà sulla ragionevole durata del processo, non è ancora possibile alcuna riflessione”.

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