Fabrizio De Andrè, eredità dei nostri padri che ha colmato il vuoto di un successore in noi 30enni

Ho visto mio padre triste poche volte. Una fu l’8 settembre 1998, quando se ne andò Lucio Battisti. Accade di nuovo quattro mesi dopo, quando toccò a Fabrizio D’Andrè. Avevo 11 anni e non potevo capire. Ora, che non abbiamo più 18 anni e non puzziamo più di serpente, è tutto molto più chiaro.

Ora che vai alle ballate anarchiche e son tutti trentenni, oggi che vai a un concerto per il ventennale della sua morte e attorno hai solo under 40. Uno come Faber non lo abbiamo mai avuto e per una volta, fin da adolescenti, abbiamo seguito i consigli di papà, portandocelo dietro. Un’eredità che ha colmato il vuoto di un successore capace di raccontare i nostri tempi.

Con i suoi testi più sociali e politici che sembrano scritti per oggi (ma se capirai se li cercherai/fino in fondo/se non sono gigli son pur sempre figli/vittime di questo mondo) e le sue frasi d’amore (Se ti tagliassero a pezzetti il vento li raccoglierebbe/il regno dei ragni cucirebbe la pelle/e la luna tesserebbe i capelli e il viso/e il polline di Dio/di Dio il sorriso) che saranno buone anche domani.

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