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Gen 18, 2019
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Cesare Battisti trattato come fenomeno da baraccone. Ma giustizia non significa vendetta

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La cattura di Cesare Battisti dovrebbe costituire un evento di ordinaria amministrazione sul quale c’è poco da discutere. Sul piano dei principi e delle norme, infatti, non si può contestare la pretesa punitiva dello Stato italiano nei confronti di una persona condannata per gravi delitti. Su quello umano, va tenuto conto del diritto dei parenti delle vittime alla giustizia. Su quello politico, il cosiddetto terrorismo di sinistra degli anni Settanta e Ottanta si conferma una boiata pazzesca, che ha prodotto enormi danni di vario genere. Una necessaria soluzione politica dei numerosi episodi delittuosi che si verificarono in tale contesto non può certo significare impunità. Fra l’altro, l’arresto di Battisti è stato possibile grazie alla fattiva collaborazione di un governo di sinistra come quello di Evo Morales, che non era certo tenuto a salvaguardare in alcun modo o per alcun motivo il latitante.

Ciò detto, il cittadino italiano Cesare Battisti ha diritto, come ogni cittadino italiano, a un processo equo (va quindi verificato con tutti i mezzi giuridici a disposizione che quelli che ha subito siano stato effettivamente tali) e a un trattamento penitenziario rispettoso dei suoi diritti umani e tendente, come detta l’art. 27 della Costituzione, alla sua rieducazione. Viceversa, è stato indegnamente esibito come un fenomeno da baraccone, nella ormai ben nota ottica – propria di Matteo Salvini ma anche del ministro pentastellato della Giustizia Alfonso Bonafede – di solleticare i peggiori e più primitivi istinti dell’elettorato.

Giustizia non può significare vendetta e la spettacolarizzazione della cattura di Battisti è un procedimento che si confà più ai roghi della Santa Inquisizione che a un moderno Stato democratico. Se è vero che Battisti non è stato bruciato in piazza, la messinscena mediatica compiuta con la complicità dei giornalisti di regime costituisce con ogni evidenza una violazione della sua dignità di essere umano. Salvini e Bonafede hanno voluto celebrare sulle sue spoglie, in concorrenza tra di loro, il proprio potere, dando vita a quello che le Camere penali, facendosi interpreti di un più vasto sconcerto e disagio, hanno definito “una pagina tra le più vergognose e grottesche della nostra storia repubblicana”.

Ci troviamo, in particolare, di fronte alla patente violazione dell’art. 42-bis della legge sull’ordinamento penitenziario, che impone in tutte “le attività di accompagnamento coattivo di soggetti detenuti, internati, fermati, arrestati o comunque in condizione di restrizione” di adottare ogni cautela per proteggere i soggetti dalla curiosità del pubblico e da ogni pubblicità e per evitare “ad essi inutili disagi”. Nonché del comma 6bis dell’art. 114 del Codice di procedura penale: “È vietata la pubblicazione dell’immagine di persona privata della libertà personale ripresa mentre la stessa si trova sottoposta all’uso di manette ai polsi, ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica, salvo che la persona vi consenta”.

Altro aspetto particolarmente riprovevole della vicenda è poi costituito dall’improprio riferimento di Salvini al comunismo. Il comunismo è stato un fenomeno storico di fondamentale importanza che con ogni probabilità non ha affatto esaurito le sue potenzialità, che ha presentato molteplici sfaccettature, positive e negative, e che ha raccolto – e continua a raccogliere – l’adesione entusiasta di centinaia e centinaia di milioni di persone. Ridurlo a Cesare Battisti e alle sue non esaltanti vicende criminali ci pare troppo perfino per Salvini, da cui non si pretende un dottorato in Storia contemporanea, ma un minimo di cultura di base, tanto più che, ironia della sorte, si tratta di un politico che a suo tempo si era presentato alle elezioni del Parlamento della Padania come capolista dei “comunisti padani” (ma evidentemente si trattava di una farsa, anzi di due).

Per finire, non si può non ricordare che lo Stato – che mediante Salvini e Bonafede sfoggia i muscoli con un terrorista in pensione oramai anziano e malato – è lo stesso che lascia a piede libero i boss della mafia e non è mai riuscito a risolvere i misteri sanguinosi inerenti alle pagine più buie della storia della Repubblica, da Portella della Ginestra in poi. Altra “buffa” circostanza è data a tale proposito dal fatto che un signore di nome Franco Freda – condannato per una serie di attentati esplosivi compiuti alla fine degli anni Sessanta, assolto per insufficienza di prove dall’accusa di aver organizzato l’attentato di Piazza Fontana (ma la Cassazione ne affermò la responsabilità al riguardo, pur sostenendo che non era processabile in quanto irrevocabilmente assolto dalla Corte di assise d’appello di Bari) – abbia recentemente dichiarato il suo appoggio a Salvini, definito “salvatore della razza bianca”.

Verrebbe quasi da pensare, in conclusione, che il bailamme – a volte francamente osceno e indegno di un governo civile – montato da Salvini e Bonafede intorno alla cattura di Battisti serva a distogliere l’attenzione dagli storici fallimenti di tutti i governi repubblicani (compreso ovviamente il loro) nella ricerca della verità e della giustizia. Oltreché, ovviamente, dei fallimenti e mancate promesse di altro genere di cui saranno presto chiamati a rendere conto davanti al tribunale della politica e della storia.

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Cesare Battisti trattato come fenomeno da baraccone. Ma giustizia non significa vendetta
Il Fatto Quotidiano

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