Dic 10, 2018
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Serie A, la Roma è ormai una barzelletta: altro che Di Francesco, bisogna esonerare Monchi e Pallotta

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Cagliari-Roma è una barzelletta, la Roma è una barzelletta: sta vincendo 2-0 una partita dominata, che avrebbe regalato 3 punti preziosi per la classifica e serenità a tutto l’ambiente; finisce per pareggiarla 2-2 al 94’, subendo due gol in una manciata di minuti, il secondo a tempo scaduto e in doppia superiorità numerica. Ci sarebbe da piangere se non facesse già abbastanza ridere, come dimostra il ghigno sconsolato di Eusebio Di Francesco sulla rete di Marco Sau.
L’ilarità generale – dei tifosi avversari, ma a questo punto anche a quelli giallorossi converrebbe prenderla con autoironia – prosegue nel dopo partita: battute a ripetizione, squadra in ritiro punitivo in vista di una partita che non conta nulla (in Champions, contro il Viktoria Plzen, con la qualificazione già in tasca), allenatore prima in discussione e poi confermato a distanza di poche ore. E ci mancherebbe altro: prima di cacciare Di Francesco, bisognerebbe mandar via da Trigoria mezza dirigenza giallorossa, a parti..

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Cagliari-Roma è una barzelletta, la Roma è una barzelletta: sta vincendo 2-0 una partita dominata, che avrebbe regalato 3 punti preziosi per la classifica e serenità a tutto l’ambiente; finisce per pareggiarla 2-2 al 94’, subendo due gol in una manciata di minuti, il secondo a tempo scaduto e in doppia superiorità numerica. Ci sarebbe da piangere se non facesse già abbastanza ridere, come dimostra il ghigno sconsolato di Eusebio Di Francesco sulla rete di Marco Sau.

L’ilarità generale – dei tifosi avversari, ma a questo punto anche a quelli giallorossi converrebbe prenderla con autoironia – prosegue nel dopo partita: battute a ripetizione, squadra in ritiro punitivo in vista di una partita che non conta nulla (in Champions, contro il Viktoria Plzen, con la qualificazione già in tasca), allenatore prima in discussione e poi confermato a distanza di poche ore. E ci mancherebbe altro: prima di cacciare Di Francesco, bisognerebbe mandar via da Trigoria mezza dirigenza giallorossa, a partire dal direttore Monchi e il presidente James Pallotta.

Premessa: difendere Di Francesco è impresa ardua, anche per i suoi più accaniti sostenitori (e chi scrive non rientra certo fra questi). La classifica è impietosa: ad oggi la Roma è lontana dall’obiettivo minimo del quarto posto, ha gli stessi punti della neopromossa Parma. Non c’è gioco, non c’è convinzione: la squadra ha i soliti problemi, fa sempre gli stessi errori; approccia male le partite o si smarrisce nel suo corso alla prima difficoltà. Inevitabile che l’allenatore finisca sul banco degli imputati: gli si possono rinfacciare tanti errori, alcune scelte cervellotiche. Soprattutto il fatto di aver dato alla sua squadra delle idee (fin troppo dogmatiche e rigide, come lui) ma non una vera identità, che si è vista a tratti solo alla fine dell’anno scorso durante quel mese magico della cavalcata europea. Però poi non è responsabilità dell’allenatore se la Roma pareggia a Cagliari in quella maniera, facendosi sorprendere in contropiede al quarto minuto di recupero in 11 contro 9: in campo ci vanno i calciatori. Benissimo, è colpa loro. Fino a un certo punto: non è colpa di Schick, Zaniolo e Kluivert se in campo ci sono loro e non i campioni che la Roma dovrebbe avere, in parte aveva.

La Roma di oggi è una barzelletta perché è una squadra senza né capo né coda. Monchi, manager fotogenico arrivato da Siviglia con tante coppe in bacheca, fin qui ha sbagliato tutto ciò che poteva sbagliare, almeno per un direttore sportivo che ha l’obiettivo di vincere (o almeno provare a farlo) subito, come la Roma, e non in un progetto a lungo periodo basato più sulla valorizzazione dei giovani che sui risultati, come una provinciale qualsiasi. Giocatori tutti giovani, molto simili fra loro, con gli stessi equivoci tattici e un deficit evidente di personalità: lo scivolone di Cagliari è esattamente ciò che ti puoi aspettare da una formazione di ragazzini promettenti, senza esperienze alle spalle. Mentre l’unico grande acquisto dell’estate, Javier Pastore, per ora è stato anche uno dei più grandi flop del campionato, ma anche qui un dirigente navigato come Monchi avrebbe dovuto forse pensarci due volte prima di scommettere su un giocatore di estremo talento che però da tre anni giocava poco e male nel ritiro dorato del Psg.

Ce ne sarebbe a sufficienza per crocifiggere Monchi, se non fosse evidente che anche lui risponde a delle direttive dall’alto con cui forse si poteva fare meglio, ma non troppo diversamente. La proprietà di Pallotta sembra interessata solo alle plusvalenze e alla stadio, non alla Roma intesa come squadra di calcio: tutto è rimandato alla costruzione a Tor di Valle, ma in Italia tanti altri club non hanno uno stadio di proprietà (anzi, non ce l’ha quasi nessuno) eppure riescono a fare calcio lo stesso (vedi il Napoli, ad esempio). Negli ultimi tre anni sono stati sistematicamente ceduti tutti i pezzi pregiati: solo la scorsa estate è stato scaricato Nainggolan (discutibile, ma ci può stare), è stato sacrificato Alisson (comprensibile, ma i soldi andavano reinvestiti), è stato venduto Strootman a fine agosto e mercato chiuso, senza nemmeno rimpiazzarlo (semplicemente inaccettabile).

Ora i nodi vengono al pettine e si fa il processo a Di Francesco. Già si fanno i nomi dei possibili sostituti (Paulo Sousa o Vincenzo Montella: auguri) e si rimpiangono le occasioni perse in estate. Ma un Antonio Conte, tanto per citare il tecnico più richiesto sulla piazza, o lo stesso Carlo Ancelotti, che ha più volte espresso il desiderio di sedere sulla panchina giallorossa ma alla fine si è accasato a Napoli, non andrebbero mai a lavorare per una società che ogni estate svende i suoi campioni e riparte più o meno da zero. Forse Di Francesco non è un grande allenatore, non è da Roma (che ha pur sempre portato in semifinale di Champions). Ma questa Roma di Monchi e Pallotta non merita di meglio.

Twitter: @lVendemiale

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