Dic 27, 2018
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Manovra, alla Camera per ok definitivo. Pd e Fi chiedono streaming commissione, M5s: “Non è nel regolamento”

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Ypsilon Black

La Commissione Bilancio della Camera ha avviato la terza lettura della Manovra. Dall’esame della Commissione non sono attese modifiche, in modo da far arrivare il testo in Aula venerdì mattina, come da programma. Le opposizioni hanno chiesto le audizioni del ministro dell’economia, Giovanni Tria, dell’Ufficio parlamentare di bilancio, dell’Agenzia del Demanio e del direttore generale del Mef, Alessandro Rivera, per discutere diverse norme, dalla “salvabanche” a quelle sulle dismissioni, passando per gli “enormi errori nelle coperture che emergono di ora in ora”, come ha spiegato Renato Brunetta (Fi), precisando che tutte le opposizioni stanno valutando di chiedere “un colloquio con il presidente Mattarella“. Il ministro Tria però, ha fatto sapere che non ci sarà.

Sempre Brunetta ha sollevato delle polemiche per la mancata trasmissione dei lavori in diretta sulla web tv: “Si è fatta richiesta straordinaria della web tv della Camera, generalmente utilizzata per le audizioni, per la seduta odierna dei lavori della Commissione Bilancio sulla manovra. Il presidente della Commissione, Claudio Borghi, ha chiesto ai gruppi parlamentari se fossero stati d’accordo con quanto richiesto. Il solo gruppo che si è opposto è stato il Movimento 5 Stelle. Risultato: nessuna web tv. Vergogna”, ha ricostruito Brunetta. “Si tratta di una richiesta fuori dal regolamento quando la commissione è in sede referente. La trasmissione tramite web tv non è ammessa neanche con voto all’unanimità. La pubblicità dei lavoratori è prevista solo per le audizioni. Se Pd e Fi pensano di poter cambiare le regole così come pensavano di cambiare la Costituzione italiana si sbagliano di grosso”, hanno replicato dal M5S.

Il capogruppo del Partito Democratico al Senato Andrea Marcucci ha fatto sapere invece che è iniziata “oggi la raccolta di firme del gruppo parlamentare del Pd del Senato per il ricorso alla Corte Costituzionale, per conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato. Secondo il nostro giudizio, il governo Conte ha palesemente violato la Carta con le modalità usate per approvare la legge di bilancio. Modalità che peraltro si stanno ripetendo anche alla Camera”. “Il collegio difensivo al quale ci siamo rivolti – aggiunge Marcucci – è composto dai professori Caravita, Cecchetti, De Vergottini, Falcon, Lucarelli, Onida e Randazzo. Il ricorso sarà depositato domani 28 dicembre”. Immediata la risposta del M5S: “Le polemiche sul maxi emendamento ci lasciano esterrefatti – hanno detto i membri della commissione -. Il Partito Democratico è chiaramente in preda al delirio. Dopo anni finalmente viene presentato un maxi emendamento che al suo interno contiene solamente norme depositate in Commissione Bilancio. È finita l’epoca dei Governi precedenti che inserivano norme mai viste, marchette e soliti aiuti per gli amici degli amici”.

“Perché approviamo la manovra il 29 dicembre? Perché dopo anni c’è un governo che ha trattato con l’Europa ed ha combattuto. In passato le approvavano prima perché tagliavano e Bruxelles era contenta. Noi con questa manovra rimettiamo quasi 20 miliardi di euro nelle tasche degli italiani”. Matteo Salvini motiva così i tempi – lunghi – dell’approvazione della legge di bilancio, che dopo il voto di fiducia al Senato – arrivato dopo continui rinvii e sospensioni dei lavori tra aula e commissione – approda alla Camera. Ancora due giorni e i giochi saranno chiusi definitivamente a Montecitorio per consegnare il testo alla firma del Capo dello Stato e alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Comunque in tempo utile per evitare l’esercizio provvisorio.

Restano le polemiche su un testo fatto e disfatto troppe volte negli ultimi giorni, prima del sofferto ok del Senato. Ma soprattutto l’incognita di quelli che nella sostanza rappresentano i due provvedimenti portanti di tutta la sessione di bilancio: il reddito di cittadinanza di Luigi Di Maio e la riforma della legge Fornero, con il varo di “quota 100” del leader della Lega. Due capisaldi che però vedranno la luce solo a gennaio, con due distinti decreti. E che fino all’ultimo saranno al centro di un balletto di cifre che, almeno nelle ultime settimane, sembra averne cambiato gli originari obiettivi. Con strascichi che hanno tenuto altissima la tensione nella maggioranza gialloverde. Il deficit a 2.04 concordato con Bruxelles – si attacca in ambienti della maggioranza – rischia di ridurre il potenziale peso specifico delle due misure.

“Quota 100” paga sulla carta un prezzo alto e vede scendere i fondi a disposizione per il 2019 da 6,7 miliardi a poco meno di 4. La riforma della legge Fornero dovrebbe partire con la primavera, assicura l’esecutivo. Resta il fatto che questo decreto e quello sul reddito di cittadinanza (che ha subito un taglio di 1,9 miliardi e può contare su 7,1 miliardi) non sono ancora definiti nei dettagli. E la rincorsa al 2.04 ha fatto circolare più di una indiscrezione su ulteriori limature, mirate alla riduzione delle platee e alla ridefinizione della tempistica. Solo la lettura dei testi svelerà i dettagli, soprattutto per la misura pentastellata. Che, sempre nell’ottica del rispetto dello 2.04, potrebbe essere operativa – secondo alcune ricostruzioni – non prima del giugno 2019. Anche se i Cinque stelle assicurano che sarà confermato nelle linee generali quanto promesso: partenza a fine marzo, con un impegno fino ai 780 euro per i redditi più bassi. Sia pure con paletti precisi: “Stiamo incrociando tutte le banche dati, stiamo incrociando i redditi, ovviamente se uno ha due o tre case, o due o tre macchinoni, non vedrà un centesimo di euro”, spiega netto Salvini.

Quanto alla riforma della Fornero, il taglio di 2,7 miliardi, contro i 2 annunciati nelle settimane scorse, non comporta secondo il sottosegretario al Mef leghista Massimo Garavaglia modifiche sostanziali o ulteriori paletti: “Non c’è nessun problema né per quota 100 né per le altre misure esistenti”, vale a dire Ape social, che si dovrebbe finanziare con alcuni fondi ‘avanzati’, e Opzione donna, il cui costo è relativamente oneroso. Vengono così confermati i capisaldi della riforma della legge Fornero, che però sarà triennale: potrà andare in pensione, tra il 2019 e il 2021, chi ha almeno 62 anni e 38 di contributi con una finestra trimestrale se lavoratore privato (la prima scatta ad aprile) e semestrale se pubblico. In questo caso l’uscita sarà a ottobre.
Intanto Luigi Di Maio lancia l’operazione “mani di forbice” per “continuare ad individuare gli sprechi, tagliando e razionalizzando la spesa inutile” . E tra le priorità per i prossimi sei mesi inserisce anche il taglio del numero dei parlamentari“.

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Manovra, alla Camera per ok definitivo. Pd e Fi chiedono streaming commissione, M5s: “Non è nel regolamento”
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