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Dic 10, 2018
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Global Compact, tutti i dubbi dei Paesi che hanno detto no al documento Onu

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Il Global Compact on Migration, il patto delle Nazioni unite sulle migrazioni, è stato adottato a Marrakesh, davanti ai leader di 164 Paesi. L’adozione è arrivata durante la conferenza Onu, nonostante le critiche di forze nazionaliste e contrarie alle migrazioni e dopo che vari Paesi si sono opposti o sfilati, tra cui gli Stati Uniti e l’Italia. Il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration contiene 23 linee guida con cui “evitare sofferenze e caos” nelle migrazioni nel mondo.
Dopo 18 mesi di colloqui, l’accordo non vincolante era stato raggiunto a luglio dai Paesi Onu, fatta eccezione per gli Stati Uniti. In seguito varie altre nazioni si sono ritirate e hanno annunciato l’assenza alla conferenza, tra cui Australia, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Cile. Si erano invece detti indecisi altri Paesi, tra cui l’Italia che ha fatto dietrofront sull’adesione, e Bulgaria, Estonia, Israele, Slovenia e Svizzera. Ecco i punti contestati dell’accord..

Il Global Compact on Migration, il patto delle Nazioni unite sulle migrazioni, è stato adottato a Marrakesh, davanti ai leader di 164 Paesi. L’adozione è arrivata durante la conferenza Onu, nonostante le critiche di forze nazionaliste e contrarie alle migrazioni e dopo che vari Paesi si sono opposti o sfilati, tra cui gli Stati Uniti e l’Italia. Il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration contiene 23 linee guida con cui “evitare sofferenze e caos” nelle migrazioni nel mondo.

Dopo 18 mesi di colloqui, l’accordo non vincolante era stato raggiunto a luglio dai Paesi Onu, fatta eccezione per gli Stati Uniti. In seguito varie altre nazioni si sono ritirate e hanno annunciato l’assenza alla conferenza, tra cui Australia, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Cile. Si erano invece detti indecisi altri Paesi, tra cui l’Italia che ha fatto dietrofront sull’adesione, e Bulgaria, Estonia, Israele, Slovenia e Svizzera. Ecco i punti contestati dell’accordo.

IL TITOLO
“Il termine compact – scrive la Missione USA – non ha un significato condiviso nel diritto internazionale”. Perplessità in merito vengono espresse anche da esperti di vedute politiche opposte all’America di Trump come Elspeth Guild, docente di diritto presso il Queen Mary University di Londra e una carriera spesa a favore della libera circolazione dei migranti: “Le Nazioni Unite solitamente non usano la parola “global compact” per gli accordi e la novità di questo termine rende poco chiaro che tipo di documento sarà dal punto di vista legale”. Di fatto, il termine “compact” si riferisce ad un accordo che non è “binding”, cioè non vincolante dal punto di vista legale come ricordato dallo stesso Ministro degli Esteri Moavero Milanesi lo scorso 21 novembre rispondendo ad un’interrogazione di Fratelli d’Italia.

“NOT BINDING”
L’articolo 7 lo dice chiaramente (“This Global Compact presents a non-legally binding, cooperative framework that builds on the commitments agreed upon by Member States in the New York Declaration for Refugees and Migrants”): l’accordo non è vincolante. Ma questo è uno degli aspetti che ha creato più interrogativi perché se da un lato il documento non ha valore di legge e dunque non è impugnabile di fronte a convenzioni o in un’aula di tribunale, può però fungere da cornice di riferimento per nuovi trattati o ispirare sentenze. In pratica avere un effetto di “moral suasion” o fungere da “soft law”. Louise Arbour, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani fino al settembre 2008, l’ha paragonato ai Sustainable Development Goals previsti per il 2030, non sono vincolanti ma fungono da bussola tanto che il Global Compact è cruciale per realizzare il Goal della riduzione delle disparità economiche e sociali nel mondo.

Collocandosi però in un’area grigia dal punto di vista legale, secondo Matthias Herdegen, direttore dell’Institute of International Law dell’Università di Bonn ed ex candidato alla guida della Cdu di Angela Merkel, “il rischio è quello di rappresentare una falsa promessa nei confronti di chi ha intenzione di intraprendere un processo migratorio”. Sebbene le parole “commit” o “commitment” che in inglese implicano un preciso senso di responsabilità, ricorrano 86 volte, il documento potrebbe finire per creare “aspettative che per il momento non hanno riscontro nella realtà ma solo sulla carta”.

“DIRITTO A MIGRARE”
Una delle argomentazioni portate avanti dalle voci più critiche, da Nigel Farage a Giorgia Meloni, è che il Global Compact introduca una sorta di “diritto universale a migrare cancellando la distinzioni tra migranti e rifugiati”. Nel documento in realtà non vi è scritto nulla di simile. La distinzione è inoltre rimarcata dal fatto che in realtà, i Global Compact sono due, uno sui rifugiati e uno per la migrazione regolare. La distinzione viene ribadita anche dall’articolo 4 (art. 4 “migrants and refugees are distinct groups governed by separate legal frameworks. Only refugees are entitled to the specific international protection as defined by international refugee law. This Global Compact refers to migrants…”), secondo il quale “rifugiati e migranti sono due gruppi distinti governati da diverse cornici normative”.

Il perché di tanta paura potrebbe però rintracciarsi nel report Making migration work for all del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres da cui il Global Compact prende le mosse, in cui la migrazione viene affrontata come un fenomeno di massa necessario e continuativo “per ridurre le disparità economiche” e “anticipare i trend demografici futuri nonché future necessità di lavoratori”.

A suscitare ulteriori dubbi nei governi ostili all’immigrazione l’articolo 25, che impegna “ad assicurare che i migranti non siano perseguibili penalmente per il fatto di essere oggetto del traffico o per altre violazioni della legge nazionale” perché farebbe intravedere la possibilità di superare eventuali differenze dello status migratorio suggerendo un’estensione dei diritti ai migranti indipendentemente dalla condizione di legalità compreso l’accesso all’accoglienza. Concetto ribadito anche dall’articolo 31: “Ci impegniamo ad assicurare che tutti i migranti, qualsiasi sia il loro status migratorio, possano esercitare i loro diritti umani attraverso un accesso sicuro ai servizi di base”.

OBJECTIVE 4: Ensure that all migrants have proof of legal identity and adequate documentation
Dito puntato anche contro l’articolo 20 con cui si dà forma all’obiettivo 4, quello che “prevede che vengano forniti documenti di identità per dare una dignità legale a tutti i migranti” senza distinguere tra regolari e irregolari.

Il problema però discenderebbe dal fatto che mentre la definizione di “rifugiato” è sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1951, quella di “irregolare” non ha una definizione internazionale. Non sarebbe dunque chiaro in che modo il Global Compact intenda promuovere la migrazione “regolare” a scapito di quella “irregolare” dato che la distinzione pertiene agli Stati la cui sovranità in materia peraltro resta riconosciuta dall’articolo 15: “Within their sovereign jurisdiction, States may distinguish between regular and irregular migration status, including as they determine their legislative and policy measures for the implementation of the Global Compact…”.

A trovare il documento non particolarmente chiaro in merito, era stato già a febbraio Joao Vale de Almeida, capo della delegazione UE presso le Nazioni Unite, che aveva chiesto che il documento indicasse più chiaramente la distinzione tra migranti regolari e irregolari evitando qualsiasi linguaggio che possa essere interpretato come una giustificazione o incentivo per l’immigrazione irregolare.

ASSISTENZA UMANITARIA IN ZONE SAR
L’articolo 24 recita: “We commit to cooperate internationally to save lives and prevent migrant deaths and injuries through individual or joint search and rescue operations, standardized collection and exchange of relevant information, assuming collective responsibility to preserve the lives of all migrants, in accordance with international law”.

Con questo articolo i Paesi si impegnano allo sviluppo di procedure finalizzate alla ricerca e al soccorso dei migranti fino alla necessità di aumentare le capacità di accoglienza e di assistenza assicurando che l’offerta di assistenza umanitaria non sia considerata illegale. Proprio questo punto potrebbe essere uno dei motivi per cui la Lega ha più volte espresso la propria contrarietà al documento data la decisione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini di chiudere i porti alle navi delle ong e di rivedere il piano operativo della missione Sophia il cui mandato scade il 31 dicembre.

LIBERTA’ DI STAMPA
L’obiettivo 17 prevede che vengano eliminate tutte le forme di discriminazione promuovendo un discorso pubblico basato sui fatti che formi la percezione della migrazione. Nell’articolo 33 (“Promote independent, objective and quality reporting of media outlets…stopping allocation of public funding or material support to media outlets that systematically promote intolerance, xenophobia, racism and other forms of discrimination towards migrants, in full respect for the freedom of the media”) però si chiede il blocco dei fondi pubblici per quelle testate giornalistiche che promuovono intolleranza, xenophobia e altre forme di discriminazione nei confronti dei migranti.

Anche se l’articolo dice chiaramente di preservare la libertà di stampa, secondo l’Europarlamentare danese Marcel de Graaf del partito conservatore Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà, aderendo al Global Compact si finirebbe per criminalizzare chiunque abbia una visione critica dell’immigrazione attraverso il reato di hate speech. Paura condivisa anche da Iain Lees-Galloway, del partito laburista della Nuova Zelanda e dal leader dei conservatori canadesi Andrew Scheer.

L’IMPOSTAZIONE DELLA IOM
Il documento è privo di riferimenti numerici. Non ci sono previsioni di flussi migratori né una stima di eventuali costi di implementazione del progetto. A differenza della Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951 non sono previste responsabilità o doveri da parte del migrante. Non sono affrontate le problematiche relative a sicurezza e terrorismo e il fenomeno migratorio viene visto in termini essenzialmente positivi, scevri di sfide o complicazioni.

Secondo Giuseppe Masala di Cooperazione Italiana allo Sviluppo intervenuto ad una discussione alla Camera promossa dal Centro Machiavelli il perché di questa impostazione poco pragmatica è da rintracciarsi nell’origine del documento che per quanto scritto da un network di agenzie ONU e rappresentanti della società civile, di fatto è stato impostato dalla IOM in qualità di ispiratore e coordinatore dei lavori. La IOM, è un’agenzia che di fatto non appartiene all’ONU ma che è ad esso collegata dal 2016. Lo scopo della IOM (International Organization for Migration) lo dice la parola stessa, è facilitare i flussi migratori mentre quello delle Nazioni Unite riguarda in primo luogo il mantenimento della pace e della sicurezza globale.

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