Nov 21, 2018
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Uccidere comporta una scelta e non sempre c’entra la depressione

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L’uccisione dei figli da parte di Marisa Charrère, che poi si toglie la vita, ripropone il tema dell’utilizzo massiccio, a uso soprattutto mediatico, del termine depressione. Da più parti, anche autorevoli, si è infatti avvalorata la tesi che il terribile infanticidio sia originato da uno stato depressivo della madre, testimoniato da alcune parole stralciate dalla sua ultima lettera: “non ce la faccio più”, individuando in ciò “una condizione depressiva particolarmente subdola o improvvisa”. Nulla so del caso della signora Charrère, ovviamente. Ma l’eco con la quale questo termine si va ripetendo, unito alla tendenza dei media a usare termini clinici senza il necessario approfondimento, ha come effetto quello di una semplicistica equiparazione tra stato depressivo e pulsione omicida.
“Stermina la famiglia, era in cura per depressione”, ci ricorda ogni tanto la tv a proposito di qualche caso eclatante, che poi si scopre nulla avere a che vedere col male di vivere. La ricerca di una pat..

Ypsilon Black

L’uccisione dei figli da parte di Marisa Charrère, che poi si toglie la vita, ripropone il tema dell’utilizzo massiccio, a uso soprattutto mediatico, del termine depressione. Da più parti, anche autorevoli, si è infatti avvalorata la tesi che il terribile infanticidio sia originato da uno stato depressivo della madre, testimoniato da alcune parole stralciate dalla sua ultima lettera: “non ce la faccio più”, individuando in ciò “una condizione depressiva particolarmente subdola o improvvisa”. Nulla so del caso della signora Charrère, ovviamente. Ma l’eco con la quale questo termine si va ripetendo, unito alla tendenza dei media a usare termini clinici senza il necessario approfondimento, ha come effetto quello di una semplicistica equiparazione tra stato depressivo e pulsione omicida.

“Stermina la famiglia, era in cura per depressione”, ci ricorda ogni tanto la tv a proposito di qualche caso eclatante, che poi si scopre nulla avere a che vedere col male di vivere. La ricerca di una patologia che avrebbe minato un individuo sino a quel momento “normale” assolve al compito di far rientrare azioni indicibili nell’alveo delle variabili sulle quali è possibile esercitare un controllo, umano o chimico. Uccidere senza un “vizio” di mente, magari con premeditazione, non può appartenere al senso comune senza spaventare. Si deve individuare una torsione dell’animo, una turba della psiche. Insomma, qualcosa che ci permetta di non fare i conti con quella normalità entro la quale si muove l’assassino.

La depressione post-partum è un elemento di forte rischio, che colpisce molte donne poco dopo aver dato alla luce il figlio. Patologia diversa è la psicosi puerperale, una condizione che travalica lo stato melanconico per sfociare in un buco nero capace di risucchiare ogni forma di energia psichica, creando un orizzonte nel quale la disperazione del vivere opacizza e sfuma le cose e gli affetti più cari. Se non riconosciuta e trattata, questa può portare la madre a porre fine a una vita ormai priva di senso e prospettiva. Tuttavia il chiamarsi fuori non comporta, sic et simpliciter, il desiderio di uccidere il figlio. Non c’è quella consequenzialità che molti media vanno avallando. Uccidere comporta una scelta.

C’è un precedente in occasione del quale assistemmo al fiorire di diagnosi improvvisate che misero in ombra quella che poi venne stabilito essere una chiara volontà di uccidere: il caso della signora Panarello, che uccise il piccolo Loris. In un discusso articolo di una nota scrittrice si sosteneva che “La depressione che colpisce le madri e che a vari livelli riguarda tutte è la causa di ciò che è avvenuto”. I periti e la legge invalidarono qualsiasi ipotesi di “incapacità di intendere”, individuando nella donna una chiara determinazione omicida. Nel caso della signora Charrère, come già detto, non so. Ciò nonostante mi permetto di far notare – mentre impazzano le diagnosi di depressione equiparata a uno stato che ingloba de facto l’atto omicida, attenuando le responsabilità della madre – che oltre al suo disagio esistenziale la suddetta lascia scritto al marito “mi hai tolto il sorriso, ora lo tolgo a te”. Il che potrebbe aprire altri scenari, chiamando in causa una scelta deliberata, qualcosa che ricorda la storia di Medea, assassina dei suoi figli per infliggere dolore al loro padre. Nella depressione non viene invece estinta la capacità di scegliere.

Nel buio della melanconia camminano ogni giorno padri e madri prostrati da questo stato i quali, nonostante una vita difficile alla quale fa spesso da sfondo lo psicofarmaco, resistono alla scelta di chiamarsi fuori in nome di un figlio, di un caro, un essere al quale hanno delegato, amandolo, la funzione di punto di tenuta nel legame sociale. “Io non mi uccido perché non voglio lasciarlo solo” è una frase ricorrente in seduta, àncora di appiglio che molti genitori depressi lanciano al di là del mare nero. Sono tanti quelli che vivono in stati melanconici da anni, lottando ogni giorno, scegliendo di non cedere al buio in nome di chi hanno generato, o di chi hanno scelto di amare.

L'articolo Uccidere comporta una scelta e non sempre c’entra la depressione proviene da Il Fatto Quotidiano.

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