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Nov 20, 2018
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Tav e Tap, i ‘popoli’ delusi chiedono un segnale politico. Ma nessuno risponde

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di Paolo Bagnoli
La retorica di questa stagione politica si basa sul popolo e così abbiamo sia il “governo del popolo” che la “manovra del popolo”. E quale sia il popolo che ha generato questa classe governante, non è difficile capirlo: solo si pensi al pugno alzato del ministro delle Infrastrutture nell’aula del Senato dopo l’approvazione del decreto Genova. Pugno alzato, ma quello del tragico ministro somigliava di più al gesto dell’ombrello: un brand da vaffa puro e duro.
Già, chi ha generato questa classe governante? Il disfacimento del sistema politico – dell’idea stessa di politica, di democrazia, di Stato, di socialità – e lo smarrimento decoattivo che ha colpito l’Italia – in una progressione non poi tanto lenta, a ben vedere – dall’inizio degli anni Novanta fino a oggi. L’acuirsi della crisi è sfociata nell’antica formula del cesarismo: di fare il bene del popolo senza il popolo.
È la ricetta classica del populo-demagogismo, ma il popolo prima blandito e poi esaltato, quand..

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di Paolo Bagnoli

La retorica di questa stagione politica si basa sul popolo e così abbiamo sia il “governo del popolo” che la “manovra del popolo”. E quale sia il popolo che ha generato questa classe governante, non è difficile capirlo: solo si pensi al pugno alzato del ministro delle Infrastrutture nell’aula del Senato dopo l’approvazione del decreto Genova. Pugno alzato, ma quello del tragico ministro somigliava di più al gesto dell’ombrello: un brand da vaffa puro e duro.

Già, chi ha generato questa classe governante? Il disfacimento del sistema politico – dell’idea stessa di politica, di democrazia, di Stato, di socialità – e lo smarrimento decoattivo che ha colpito l’Italia – in una progressione non poi tanto lenta, a ben vedere – dall’inizio degli anni Novanta fino a oggi. L’acuirsi della crisi è sfociata nell’antica formula del cesarismo: di fare il bene del popolo senza il popolo.

È la ricetta classica del populo-demagogismo, ma il popolo prima blandito e poi esaltato, quando ha cominciato ad aprire gli occhi sulle prime avvisaglie del pacco colossale che gli è stato fatto, si è fatto avanti, ha alzato la voce. In Puglia, a Melendugno, sulla vicenda Tap e a Torino su quella Tav. Due voci molto diverse, ma due segnali che ci dicono come il risultato elettorale che ha portato a questo governo non sia così blindato quanto la retorica e le invettive consegnate ai social media vogliono rappresentare il popolo che ha prodotto il consenso.

La paura ci sembra tanta poiché il popolo, così come applaude, altrettanto facilmente gira le spalle. Sancire il consenso ricevuto blindandolo in due aree geografiche, una di pertinenza leghista – il Nord – e una pentastellata – il Sud – non appare tanto facile. Che si tratti di comportamenti che producono grandi danni non sembra interessare nessuno. Quello più grande è rifiutarsi di pensare l’Italia come un tutt’uno, certificando l’esistenza di due distinte cittadinanze. Non occorrono tante parole per capire quanto la fragilità praticamente endemica di cui soffriamo fin dalla nascita dello Stato unitario ne risulti piagata e quanto il motivo culturale e morale della nostra unità ne risulti profondamente ferito. Tanto di più quanto più si cerca di contrapporci irresponsabilmente all’Europa.

Le proteste del popolo pugliese e di quello torinese hanno, tuttavia, valenze diverse. Quella del primo è l’esplosione della rabbia nel movimento della rabbia: un popolo che si scopre tradito dopo aver creduto a chi aveva promesso amenità in libertà. Quella del secondo è di tutt’altra cifra. Coloro che sono scesi in piazza a Torino sono una campionatura non uniprofilata di popolo, per la diversità delle categorie sociali presenti. Un popolo spinto a manifestare da una richiesta di politica, un popolo caratterizzato da un profilo civico e non astrattamente rappresentante una cittadinanza derivata dalla rabbia, dall’odio sociale, dall’ideologia dei vaffa. Il civismo ne è l’esatto contrario poiché sulla rabbia e sull’odio non si costruisce una società e, alla fine, è anche difficoltoso scomporla.

Ora, a ben vedere, un qualcosa in comune lega Melendugno e Torino: una richiesta di politica. Le proteste pugliesi la reclamano dai 5stelle, da cui si sentono traditi: quindi la circoscrivono a una questione di coerenza dentro il Movimento e le logiche che lo sovrintendono. Quelle torinesi si pongono, invece, nelle dinamiche democratiche e fisiologiche del suo governo. C’è, quindi, una bella differenza. Entrambe testimoniano un identico vuoto: quello della politica intendendo con il termine tutto quanto attiene al governo dello Stato.

Non solo. I primi si sentono traditi dalla loro classe dirigente. I secondi invocano invece una classe politica degna di questo nome. I primi legano il loro destino al Movimento, i secondi chiedono il ritorno della politica democratica. È drammatico che nessuno abbia colto tutto questo, ma lo è ancora di più che non sia emerso alcun segnale “politico” che abbia raccolto l’interlocuzione richiesta dalla piazza torinese. A testimonianza di quanto il vuoto di classe politica sia ampio senza che vi sia nemmeno la consapevolezza del problema.

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