Sex Story, il più grande tabù in un documentario: dal cinema ai caroselli, dai quiz alle fotografie

Si parte da Grace Jones a Stryz che balla in bikini uscendo da una tazza di bolle e si arriva a disinvolti studenti delle medie che si esprimono sui primi approcci al sesso. In mezzo mille e una suggestione della nostra tv “che fu” nei suoi primi 35 anni di vita, tutto rigorosamente archiviato da Rai Teche. Ecco a voi Sex Story, generoso documentario di montaggio fra show, cinema, caroselli, inchieste, quiz, fotografie sul racconto del più grande tabù del Belpaese acutamente assemblato dallo sguardo di Cristina Comencini e Roberto Moroni.

Già, quasi un ossimoro se si pensa alle censure d’ingessamento dei costumi voluto dal Codice Guala per cui – con grande ironia – presentatori del calibro di Mike Bongiorno commentavano le (mini)gonne di Sabina Ciuffini con l’autocritica del “vorremmo ma non possiamo”, naturalmente “inquadrare”. Ed è proprio la Ciuffini, presente con gli autori al Torino Film Festival, a ricordare quei tempi andati “che non esistono più in ogni senso” specie dopo l’entrata di Berlusconi in tv “tutto ha perso eleganza, cultura, e l’esibizione è diventata dirompente”.

Il documentario prodotto da Gianandrea Pecorelli con Rai Cinema e Rai Teche è solo apparentemente una storia del rapporto fra sesso e tv pubblica, nella realtà del suo risultato è una intelligente riscrittura della nostra Storia attraverso un sussidiario audiovisivo anziché scritto: sono i volti, i corpi e le parole dei vari Mike, Walter Chiari, Gianni Boncompagni, Raffaella Carrà, Alberto Lupo e via discorrendo a “farci scuola”. Insomma, una riesplorazione diversamente narrata attraverso il montaggio sapiente (di Edoardo Morabito) e la firma di due registi DOC che in tempi di #metoo apre un dibattito (retro)attivo di indubbio interesse sul ruolo della donna nell’immaginario maschile filtrato dal mezzo televisivo. La domanda viene spontanea: cosa è rimasto di quel modo di narrare e di quelle riflessioni sull’attualità? “Assolutamente nulla” dichiara senza mezzi termini Cristina Comencini.

“Oggi la televisione non è più capace di raccontare come faceva allora, di raccontarci oserei dire. E difatti non ci saranno prossimi archivi televisivi a cui attingere per le generazioni successive per capire chi eravamo, come vivevamo e pensavamo. La tv contemporanea è fatta solo di talk show politici e non si potrà montare perché la politica cambia troppo velocemente senza darci il tempo di riflettere. Questo documentario, quindi, nasce come un’urgenza rivolta al sistema televisivo affinché riprenda a mostrarci come siamo, a raccontarci per il futuro. Sarebbe infatti interessante avere puntate simili a questo doc sul presente, su come si considera il sesso oggi nella sua espressione mediatica”. Ed è sempre la regista romana ad accusare il fatto che oggi “il discorso di Gregoretti sulle molestie sessuali non si potrebbe più fare perché non siamo più liberi, c’è una paura di sbagliare – sì una nuova forma di autocensura – che una volta non c’era, si era più genuini, forse inconsapevoli, ma di certo coraggiosi e vitali”.

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