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Nov 12, 2018
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Legge di Bilancio, Istat: “Rischio flessione pil nel 4° trimestre 2018. Dal reddito di cittadinanza impatto 0,2-0,3 per cento”

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Dubbi sulle stime di crescita e sui saldi della legge di Bilancio vengono espressi in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato da Istat, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di bilancio. Inizia l’Istituto di statistica con appunti sul reddito di cittadinanza e l’avviso sulle possibili difficoltà nel mettere a segno quest’anno la crescita dell’1,2% del pil indicato nella Nota di aggiornamento al Def, oltre al rischio che aumentino le tasse per le piccole imprese. Continua la Corte dei conti che, nella stessa sede, ha illustrato i propri calcoli, secondo i quali la “polarizzazione” degli investimenti su alcune misure si “traduce in una carenza di risorse per affrontare nodi irrisolti“. I giudici contabili hanno anche avvertito sulla possibilità che il “ricorso a nuove strutture organizzative da avviare” e la “necessità di ridisegnare il funzionamento dei nuovi strumenti” possa incidere “non solo sul costo” ma “anche sui tempi di avvio, e, in definitiva, sulla effi..

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Dubbi sulle stime di crescita e sui saldi della legge di Bilancio vengono espressi in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato da Istat, Corte dei Conti e Ufficio parlamentare di bilancio. Inizia l’Istituto di statistica con appunti sul reddito di cittadinanza e l’avviso sulle possibili difficoltà nel mettere a segno quest’anno la crescita dell’1,2% del pil indicato nella Nota di aggiornamento al Def, oltre al rischio che aumentino le tasse per le piccole imprese. Continua la Corte dei conti che, nella stessa sede, ha illustrato i propri calcoli, secondo i quali la “polarizzazione” degli investimenti su alcune misure si “traduce in una carenza di risorse per affrontare nodi irrisolti“. I giudici contabili hanno anche avvertito sulla possibilità che il “ricorso a nuove strutture organizzative da avviare” e la “necessità di ridisegnare il funzionamento dei nuovi strumenti” possa incidere “non solo sul costo” ma “anche sui tempi di avvio, e, in definitiva, sulla efficacia degli interventi”. Poi è toccato all’Ufficio parlamentare di bilancio, secondo cui il deficit “si posizionerebbe nel 2019 al 2,6%“, più alto del 2,4% messo nero su bianco dal governo gialloverde anche se inferiore al 2,9% previsto dalla Commissione, e “il rallentamento congiunturale già sottolineato in occasione della presentazione della Nadef si è ulteriormente accentuato” e quindi risulta ancora più “ambizioso” l’obiettivo dell’aumento del pil del 1,5 per cento.

“Per rispetto target serve 0,4% nell’ultimo trimestre”
Per quanto riguarda i prossimi mesi, l’Istituto nazionale di statistica ha sottolineato che per raggiungere gli obiettivi prefissati nella Nota di aggiornamento del Def (ovvero una crescita dell’1,2% nel 2018) sarà necessaria “in termini meccanici una variazione congiunturale del Pil pari a +0,4%“. Il presidente facente funzioni Maurizio Franzini ha ricordato alle commissioni che la crescita è stata nulla nel terzo trimestre e che l’indicatore anticipatore “registra un’ulteriore flessione” prefigurando una persistente “fase di debolezza del ciclo economico”.

Aumentano tasse per un terzo delle imprese
Stando ai calcoli dell’Istat, nel complesso, i provvedimenti fiscali previsti in legge di Bilancio per le imprese generano una riduzione del debito di imposta Ires per il 7%, mentre per più di un terzo tale debito risulta in aumento. L’aggravio medio di imposta è pari al 2,1%: l’introduzione della mini-Ires (-1,7%) non compensa gli effetti dell’abrogazione dell’Ace (+2,3%) e della mancata proroga del maxi-ammortamento (+1,5%). L’istituto spiega che l’effetto complessivo è legato alla maggiore selettività della mini-Ires rispetto all’Ace e al maxi-ammortamento: il beneficio dovuto alla detassazione prevista dalla mini-Ires riguarderebbe, infatti, una platea più ristretta di imprese. Tuttavia, rispetto al numero di beneficiari potenziali la quota di imprese totalmente incapienti risulterebbe estremamente contenuta (1,8 punti percentuali). L’aggravio fiscale, rispetto alla normativa vigente, è maggiore tra le imprese fino a 10 dipendenti.

La simulazione sull’impatto del reddito: 0,2-0,3% del pil
Mentre per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, se corrisponderà “a un aumento dei trasferimenti pubblici pari a circa 9 miliardi”, avrà un impatto dello 0,2% sul pil secondo il risultato della simulazione fornita dall’Istituto di statistica nella relazione presentata durante l’audizione sulla legge di Bilancio. “Sotto l’ipotesi che il Reddito di cittadinanza corrisponda a un aumento dei trasferimenti pubblici pari a circa 9 miliardi, secondo le simulazioni effettuate il Pil registrerebbe un aumento dello 0,2% rispetto allo scenario base – ha spiegato Franzini- Questa reattività potrebbe essere più elevata, e pari allo 0,3%, nel caso in cui si consideri l’impatto del reddito di cittadinanza come uno shock diretto sui consumi delle famiglie”.

Corte dei conti: “Tante risorse su alcuni interventi. Preservare vecchie misure”
In audizione è giunte anche la relazione della Corte dei conti, nella quale si sottolinea che, dato il rallentamento della crescita del pil, “l’obiettivo della crescita dell’1,5% per il 2019 richiederebbe una ripartenza particolarmente vivace, e una ripresa duratura”. Il documento, illustrato dal presidente Angelo Buscema, focalizza la sua attenzione sulla “polarizzazione” delle risorse su ”limitati interventi”, decisa dal governo per la manovra del 2019, che si “traduce in una carenza di risorse per affrontare nodi irrisolti e garantire un adeguato livello di servizi in comparti essenziali per la collettività”. Delle maggiori spese previste dalla legge di Bilancio, secondo i calcoli della Corte, “circa 22,6 miliardi, più dell’80% spese correnti“, circa “il 40% è destinato agli interventi per l’inclusione sociale – il reddito di cittadinanza – il 30% alle misure relative alle pensioni e poco meno del 17% al sostegno degli investimenti delle amministrazioni centrali e quelle locali”. Buscema invita anche a “preservare alcune misure di incentivazione” previste negli anni passati, che “hanno mostrato una elevata efficacia”.

L’avviso sui “tempi” dei centri per l’impiego e la flat tax
A questo proposito, la Corte dei conti avverte che il “ricorso a nuove strutture organizzative da avviare e la necessità di ridisegnare il funzionamento dei nuovi strumenti può incidere non solo sul costo” ma “anche sui tempi di avvio, e, in definitiva, sulla efficacia degli interventi” in una fase “in cui il successo delle scelte assunte con la manovra è strettamente legato alla capacità di stimolare l’economia“. Buscema ha ricordato anche che si ricorre “a cambiamenti di strumenti piuttosto che di obiettivi” ma servirebbero “analisi” del mancato funzionamento dei vecchi strumenti. Riguardo alla flat tax, spiega Buscema, bisogna “valutare attentamente gli effetti negativi” dell’ampliamento sia “in termini di rinvio della fatturazione, allo scopo di non superare la soglia di legge o, peggio, spingendo all’occultamento tout court delle prestazioni effettuate” sia per gli effetti sul “mercato del lavoro”. L’ampliamento “può o indurre i nuovi contribuenti e le imprese datoriali a preferire l’assoggettamento a tale regime” piuttosto che “costituire nuovi rapporti di lavoro dipendente“.

L’Upb: “Per noi deficit al 2,6%. Aumento pil? L’1,5% nel 2019 è ambizioso”
Nelle valutazioni più recenti dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che incorporano la manovra al suo valore facciale, il deficit “si posizionerebbe nel 2019 al 2,6% del Pil”, ha spiegato il presidente dell’Upb Giuseppe Pisauro. In audizione sulla manovra, Pisauro ha aggiunto che “le divergenze rispetto alla stima della Nadef e a quella recentemente diffusa dalla Commissione europea sono imputabili alla diversa previsione sulla crescita economica e all’impatto dell’aumento dello spread sulla spesa per interessi“. In particolare “le grandezze della finanza pubblica programmate dal Governo appaiono soggette a rischi (indebolimento del quadro macroeconomico e impatto dell’evoluzione recente dei tassi di interesse) e incertezze (l’efficacia delle misure di razionalizzazione della spesa, i tempi di attuazione delle norme sul ‘reddito di cittadinanza’ e sulla riforma del sistema pensionistico, l’effettiva realizzazione dei valori programmatici della spesa per investimenti)”.
Il rallentamento congiunturale “si è ulteriormente accentuato” e “ne risulta confermata la previsione, indicata in sede di validazione dello scenario tendenziale di una crescita dell’1,1 per cento del Pil 2018, mentre emergono ulteriori rischi al ribasso” sul 2019. Secondo le stime di breve termine, ha aggiunto l’Ufficio parlamentare di Bilancio, inoltre, “la crescita del 2019 già acquisita risulterebbe pari allo 0,1 per cento, rendendo l’obiettivo” dell’1,5% del Pil per il 2019 “ancora più ambizioso di quanto già rilevato in precedenza”.
L’authority indipendente ha anche sottolineato, riguardo alla quota 100 per superare la riforma Fornero, che “chi optasse per quota 100 subirebbe una riduzione della pensione lorda rispetto a quella corrispondente alla prima uscita utile con il regime attuale da circa il 5 per cento in caso di anticipo solo di un anno a oltre il 30 per cento se l’anticipo è di oltre 4 anni”. La platea potenziale per il 2019 sarebbe di “437.000 contribuenti attivi”. Se uscissero tutti ci sarebbe un “aumento di spesa lorda per 13 miliardi”.

L’effetto del beneficio sul pil terminerà in 5 anni
Tornando alle previsioni dell’Istat, le risorse effettive per il reddito partendo dal Fondo da 9 miliardi “di cui 2,2 miliardi corrispondenti ai precedenti stanziamenti per il Reddito di Inclusione“, sono di “8 miliardi” perché un miliardo è destinato ai centri per l’impiego. Il modello utilizzato dall’Istat, ha spiegato Franzini, “stima un incremento del Pil pari allo 0,7% in corrispondenza di un aumento della spesa pubblica pari all’1% del Prodotto interno lordo”. L’effetto del beneficio sul Pil terminerebbe “dopo 5 anni, quando la riduzione dell’output gap e il conseguente aumento dei prezzi annullerebbero gli effetti positivi della spesa pubblica“. Gli effetti positivi, dice ancora l’Istat, di questo scenario sono raggiunti “sotto l’ipotesi che nello stesso periodo non si verifichino peggioramenti delle condizioni di politica monetaria, ovvero che non ci siano aumenti dei tassi di interesse di breve termine”.

“Problemi di equità, tenere conto della casa di proprietà”
Franzini si è soffermato anche sulla questione legata al reddito di cittadinanza e alla proprietà di una casa. Vi è un “problema di equità” che “potrebbe essere risolto in diversi modi, ed in particolare fissando soglie di accesso che tengano conto, oltre che dei diversi livelli di reddito, anche delle condizioni di godimento dell’abitazione“, che può essere di proprietà (migliorando la situazione economica) o in affitto (peggiorandola). In particolare, si legge nella relazione, quattro famiglie su 10 sotto la soglia di povertà (il 40,7%) vivono in case di proprietà, sulle quali una su 5 paga un mutuo medio di 525 euro, mentre il 15,6% in abitazioni in uso o usufrutto gratuito. Il 43,7% vive invece in affitto, quota che è “particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per l’affitto è di 310 euro”.

Nel 2019 previsti 51mila terzi figli
L’Istat ha parlato anche del numero di terzi figli previsti nel 2019, a proposito dell’incentivo previsto in manovra. Ipotizzando costanti sia i tassi di fecondità osservati nel 2017 per ordine di nascita, sia la popolazione femminile residente tra i 15 e 49 anni al 1 gennaio 2018, si stima “circa 51mila” nascite nel prossimo anno. Questo numero, ha spiegato Franzini, “era intorno ai 53mila tra il 2013 e 2015 e intorno a 51mila tra il 2016 e 2017”.

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