Ott 17, 2018
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Greta Van Fleet – Anthem of the peaceful army

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ANTHEM OF THE PEACEFUL ARMY Greta Van Fleet Republic (CD)
Voto Rockol: 4.0 / 5 di Claudio Todesco
Certi dischi sollevano domande. Quella che sorge dopo aver ascoltato “Anthem of the peaceful army” è questa: che cos’è il rock nel 2018? Un suono da replicare? Una tradizione da rispettare? Una sfida all’esistente? Emersi suppergiù un anno fa con “Highway tune”, una canzone che nella scrittura, nell’esecuzione, nell’arrangiamento e nella produzione era ispirata spudoratamente ai Led Zeppelin, gli americani Greta Van Fleet sono diventati rapidamente un caso. Per alcuni sono il simbolo di quel che il rock era e che dovrebbe tornare ad essere. Per altri sono una band irrilevante, figlia di questo tempo in cui il rock sembra aver perso la capacità di rinnovarsi e somiglia sempre più a una seduta spiritica. Forse “Anthem of the peaceful army” non vi farà cambiare idea sui Greta Van Fleet, ma dovrebbe togliere di dosso al gruppo la fama di clone dei Led Zeppelin.
Il punto è che “Anthem of th..

Ypsilon Black

ANTHEM OF THE PEACEFUL ARMY Greta Van Fleet Republic (CD)
Voto Rockol: 4.0 / 5

di Claudio Todesco

Certi dischi sollevano domande. Quella che sorge dopo aver ascoltato “Anthem of the peaceful army” è questa: che cos’è il rock nel 2018? Un suono da replicare? Una tradizione da rispettare? Una sfida all’esistente? Emersi suppergiù un anno fa con “Highway tune”, una canzone che nella scrittura, nell’esecuzione, nell’arrangiamento e nella produzione era ispirata spudoratamente ai Led Zeppelin, gli americani Greta Van Fleet sono diventati rapidamente un caso. Per alcuni sono il simbolo di quel che il rock era e che dovrebbe tornare ad essere. Per altri sono una band irrilevante, figlia di questo tempo in cui il rock sembra aver perso la capacità di rinnovarsi e somiglia sempre più a una seduta spiritica. Forse “Anthem of the peaceful army” non vi farà cambiare idea sui Greta Van Fleet, ma dovrebbe togliere di dosso al gruppo la fama di clone dei Led Zeppelin.

Il punto è che “Anthem of the peaceful army” è un gran bel disco, prodotto benissimo (Marlon Young, Al Sutton, Herschel Boone) mandando a memoria le lezioni dei classici. Sono 46 minuti e non ce n’è uno di troppo. I Greta Van Fleet sanno suonare. Scrivono bene, seppure in modo niente affatto originale. Evocano un pezzo di storia del rock con l’entusiasmo che i grandi di quell’epoca fatalmente non hanno più ed è questa energia che fa la differenza. I riff chitarristici e i vocalizzi dei fratelli Jake e Josh Kiszka sono la cosa più appariscente, ma i groove creati col terzo fratello Sam al basso (e alle tastiere) e Danny Wagner alla batteria sono la spinta che rende alcune di queste esecuzioni elettrizzanti. Finalmente i quattro mostrano un altro lato di sé, quello epico e hippie, se non “cosmico”, che fa il paio con le foto scattate in mezzo alla natura e postate dal gruppo su Instagram, accompagnate da frasi come “Possano le montagne donarci una parte del loro splendore”. Se avete ascoltato solo “Highway tune” o “Safari song”, potreste scoprire una band parzialmente diversa e non così ancorata al modello Led Zeppelin. È un bene.

Chiaro che ci sono ancora gli Zeppelin – si ascolti “Cold wind”, tanto derivativa quanto eccitante –, ma è evidente l’influenza di certo folk immaginifico (l’apertura in crescendo di “Age of man”, rito iniziatico col suono di quello che potrebbe essere un Mellotron), della power ballad con tocchi freak (“Watching over”), della psichedelia (lo special di “Lover, leaver”), del blues (lo stile slide che sta alla base di “Mountain of the sun”), ma anche del southern rock e del prog. Canzoni come “Brave new world” hanno un respiro narrativo più ampio, mentre “You’re the one” dimostra che la band sa scrivere ballate acustiche e che Josh Kiszka le sa interpretare con una vitalità formidabile, trasformando parole risapute in piccole celebrazioni. Il suo timbro vocale si trasforma qua e là in un acuto nasale e penetrante, allontanandosi un po’ dal modello di Robert Plant. “Anthem of the peaceful army” fotografa un gruppo in marcia verso uno stile più sfaccettato, carico ed eccitante anche in mancanza di composizioni memorabili. Del resto, i quattro sono giovani. Se sapranno fare leva sui loro talenti – che sono evidenti, al di là di ogni discorso sull’originalità – i Greta Van Fleet non potranno che crescere. La domanda è: hanno qualcosa di personale e interessante da dire?

Aleister Crowley e J.R.R. Tolkien possono riposare in pace – ok, Crowley sta probabilmente bruciando tra le fiamme dell’inferno. I Greta Van Fleet usano l’impatto muscolare e i timbri metallici dell’hard rock non per trasmettere vibrazioni oscure, ma per diffondere messaggi di pace e amore. È il vecchio flower power riletto da quattro ragazzi nati quando quella stagione era finita da un quarto di secolo. Nell’immaginario della band del Michigan la musica è un rito magico. Nei testi ci sono alcune “evil women”, probabile retaggio dei dischi blues che i quattro hanno ascoltato negli anni della formazione. Ci sono montagne, grandi cieli, fuoco, tanto fuoco. C’è uno spirito pacifista e ambientalista che porta all’inno che chiude l’album, un invito corale molto freak e piuttosto naïf a unire le forze e aprire la mente per salvare il mondo. Non sono grandi testi, ma dato l’impatto della musica non è necessario che lo siano.

E insomma, i Greta Van Fleet devono una parte consistente della loro fortuna al vuoto lasciato dal vecchio rock. Lo riempiono benissimo e con un entusiasmo contagioso. Facendolo, dimostrano d’essere paradossalmente figli del loro tempo ovvero di un’epoca di retromania in cui ogni giorno c’è una ricorrenza rock da santificare e un litania da recitare sui bei tempi passati. In chiave evolutiva, “Anthem of the peaceful army” non vale granché, eppure ha la vitalità che manca ai big che riempiono i festival estivi. I Greta Van Fleet non fanno la storia, la ripropongono. In questo, non somigliano ai Led Zeppelin che non si limitarono a scrivere canzoni in uno stile in voga mezzo secolo prima, ma presero quella materia e la trasformarono in qualcosa di nuovo. I quattro del Michigan prendono in eredità un patrimonio storico senza rielaborarlo e lo passano a ragazzi che riescono ad ascoltare questi suoni con nuove orecchie. Ricordano a una generazione che il rock credeva perduta il valore di una musica a rischio estinzione. E questo sì che potrebbe essere un merito.

TRACKLIST
Age Of Man
The Cold Wind
When The Curtain Falls
Watching Over
Lover, Leaver (Taker, Believer)
You're The One
The New Day
Mountain Of The Sun
Brave New World
Anthem

TRACKLIST

01. Age Of Man – (06:06)
02. The Cold Wind – (03:16)
03. When The Curtain Falls – (03:42)
04. Watching Over – (04:27)
05. Lover, Leaver – (03:34)
06. You're The One – (04:26)
07. The New Day – (03:44)
08. Mountain Of The Sun – (04:30)
09. Brave New World – (05:00)
10. Anthem – (04:41)
11. Lover, Leaver (Taker, Believer) – (06:01)

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