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Ott 16, 2018
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Decreto fisco, M5S chiede le dimissioni del capo di Gabinetto. Ma il ministro Tria difende lui e la norma per la Croce Rossa

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“Garofoli spieghi, o si dimetta“. Poche righe, lapidarie quanto un cartello: il M5S chiede la testa del capo di Gabinetto del ministro Tria, Roberto Garofoli, presunto autore della norma che destina risorse alla Croce Rossa apparsa alla vigilia del Decreto fiscale, senza che nulla sapessero il premier Conte e tutti i suoi ministri, che pure erano chiamati a firmarlo. Ma in serata è proprio al ministro Tria a difendere quel testo e il dirigente finito nel mirino dei Cinque Stelle. In una nota, il titolare di via XX Settembre spiega che “quei soldi sono per pagare il Tfr ai dipendenti” e che “l’esigenza era stata condivisa con il ministero della Salute e sottoposta alla valutazione della Presidenza del Consiglio“.
Una versione difficilmente compatibile con quelle, convergenti, fornite da chi era presente al pre-consiglio dei ministri di domenica scorsa, con il premier Giuseppe Conte che a un certo punto si imbatte in un “articolo n.23” che non aveva mai letto prima, come pure i suoi min..

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“Garofoli spieghi, o si dimetta“. Poche righe, lapidarie quanto un cartello: il M5S chiede la testa del capo di Gabinetto del ministro Tria, Roberto Garofoli, presunto autore della norma che destina risorse alla Croce Rossa apparsa alla vigilia del Decreto fiscale, senza che nulla sapessero il premier Conte e tutti i suoi ministri, che pure erano chiamati a firmarlo. Ma in serata è proprio al ministro Tria a difendere quel testo e il dirigente finito nel mirino dei Cinque Stelle. In una nota, il titolare di via XX Settembre spiega che “quei soldi sono per pagare il Tfr ai dipendenti” e che “l’esigenza era stata condivisa con il ministero della Salute e sottoposta alla valutazione della Presidenza del Consiglio“.

Una versione difficilmente compatibile con quelle, convergenti, fornite da chi era presente al pre-consiglio dei ministri di domenica scorsa, con il premier Giuseppe Conte che a un certo punto si imbatte in un “articolo n.23” che non aveva mai letto prima, come pure i suoi ministri e sottosegretari. Il testo assegna 28 milioni di euro di fondi l’anno per tre anni alla gestione commissariale della Croce Rossa, ente ufficialmente in liquidazione coatta da gennaio, a valere sul Fondo Sanitario Nazionale. Sono tanti soldi, atteso che meno di un mese fa un decreto ha sbloccato 117 milioni per questa partita.

Conte chiede l’origine della disposizione, nessun ministro la rivendica, neppure quello della Salute Giulia Grillo, che pure ha compiti diretti di vigilanza sulla Cri. Il giallo si scioglie solo quando Garofoli, grand commis di molti governi, spiega che effettivamente quel testo è stato scritto in sede di Ragioneria Generale dello Stato dopo un’interlocuzione con l’ente. Versione ribadita a sera in una nota del Mef che difende bontà e necessità della norma.

Spiega che l’articolo incriminato in parte nasce dall’esigenza di rimediare a “profili di ambiguità” e “lacune” nel decreto che nel 2012 ha fissato in 117,13 milioni di euro la “dote” massima per la riorganizzazione della Croce Rossa, somma poi effettivamente stanziata a metà settembre: all’Associazione CRI è assegnato l’importo di 60.089.085 euro per il finanziamento della convenzione fra Mef e ministero della Salute, alle regioni 24.004.637 euro a titolo di finanziamento per l’anno 2018 dei trattamenti economici del personale trasferitosi presso gli enti del Servizio sanitario nazionale; all’ente in liquidazione sono arrivati 15.190.765 di euro per analoga voce.

Avanzavano 17.845.706 euro che sono stati accantonati, rinviandone a successivi atti l’eventuale assegnazione. E l’atto di assegnazione è prontamente arrivato, con la Ragioneria dello Stato e il Mef che intravedono nel Decreto Fiscale la prima occasione utile, e scrivono – qui il punto delicato di tutta la storia – la norma che destina altri 28,1 milioni l’anno per tre anni proprio alla gestione commissariale.

Ora il ministro dell’Economia in persona assicura che “la proposta normativa in questione che, come sempre accade, è stata sottoposta alla valutazione della Presidenza del Consiglio, è volta, quindi, a dare soluzione a un’esigenza rappresentata al MEF in modo ripetuto dal Commissario liquidatore e dal Ministero della Salute“. Ma né il capo del governo, né il ministro della Salute – evidentemente – sapevano che la “soluzione” si sarebbe materializzata all’ultimo nel decreto fiscale su cui avrebbero messo la firma l’indomani.

In una nota i sindacati Fp Cigil, Cisl Fp e Uilpa rimarcano come quei fondi non siano un “regalo” all’ente in liquidazione, ma “una soluzione tecnica, ad invarianza di spesa per la finanza pubblica, individuata dai competenti uffici del Mef per garantire la tutela previdenziale dei lavoratori”. Anche se, in vero, il riparto delle somme diceva chiaramente che sei milioni di euro l’anno per i prossimi tre anni, cioé 18 milioni, sarebbero stati destinati a copertura delle “spese di gestione” della struttura commissariale. Il punto, in ogni caso, è che la “soluzione tecnica” – posto che di questo si tratti – è stata così condivisa con chi doveva solo firmarla che il premier Conte ha deciso di non farlo.

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