Set 12, 2018
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Parole, maneggiare con cura. Il vocabolario al tempo degli hater

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Dalla strada al web: la sociolinguistica Vera Gheno spiega che «quelli che prima prendevano la parola al bar ora lo fanno sulla piazza digitale. Ma c’è anche una moltitudine silenziosa che legge senza cercare la lite»
L’unica cosa che ci differenzia dagli animali è aver sviluppato quel codice variegato e complesso che prende il nome di linguaggio. Se per John Searle «non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza», Ludwig Wittgenstein si spinge ad affermare che i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Che in sostanza vuol dire che siamo quello scegliamo di dire (e di non dire) e che il nostro modo di esprimerci riflette il nostro modo di pensare.
La lingua italiana è incredibilmente e meravigliosamente viva grazie a un vocabolario sconfinato, impreziosito da miriadi di sfumature dialettali, contaminato da prestiti da altre lingue, arricchito da neologismi, ma è importante tenere a mente che ogni parola ha un peso spe..

Ypsilon Black

Dalla strada al web: la sociolinguistica Vera Gheno spiega che «quelli che prima prendevano la parola al bar ora lo fanno sulla piazza digitale. Ma c’è anche una moltitudine silenziosa che legge senza cercare la lite»

Dalla strada al web: la sociolinguistica Vera Gheno spiega che «quelli che prima prendevano la parola al bar ora lo fanno sulla piazza digitale. Ma c’è anche una moltitudine silenziosa che legge senza cercare la lite»

L’unica cosa che ci differenzia dagli animali è aver sviluppato quel codice variegato e complesso che prende il nome di linguaggio. Se per John Searle «non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza», Ludwig Wittgenstein si spinge ad affermare che i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. Che in sostanza vuol dire che siamo quello scegliamo di dire (e di non dire) e che il nostro modo di esprimerci riflette il nostro modo di pensare.

La lingua italiana è incredibilmente e meravigliosamente viva grazie a un vocabolario sconfinato, impreziosito da miriadi di sfumature dialettali, contaminato da prestiti da altre lingue, arricchito da neologismi, ma è importante tenere a mente che ogni parola ha un peso specifico in un determinato contesto. Tullio De Mauro si era preso la briga di censire tutte quelle «parole per ferire», non tanto le offese tout court, ma quelle di per sé innocue che col nostro piglio italico abbiamo colorato di sfumature ingiuriose.

E le abbiamo pescate tra i vegetali (finocchio, testa di rapa, broccolo), gli animali (cagna, maiale, lucciola, capra: anche ripetuto all’infinito), le etnie (crucco, mongoloide, zulù, bulgaro), i mestieri (lavandaia, accademico, scolastico, portinaia). La lista potrebbe essere infinita. Per cui è sempre necessario selezionare con estrema cura le parole che pronunciamo o scriviamo, soprattutto in questi tempi di visibilità accelerata dal web.

«Gli insulti, un’illusoria dimostrazione di forza, rompono le regole del reciproco rispetto»

«Gli insulti, un’illusoria dimostrazione di forza, rompono le regole del reciproco rispetto»

«Su internet siamo come dei neopatentati alla guida di una Ferrari» dice Vera Gheno, sociolinguista dell’Università di Firenze, specializzata in comunicazione mediata dal computer, nonché gestrice dell’account Twitter dell’Accademia della Crusca (ultimo libro Social-linguistica. Italiano e italiani dei social network, Franco Cesati Editore). «Tendiamo a esprimerci come faremmo in presenza di persone che ci conoscono, che possono vedere i nostri gesti e le nostre espressioni mentre parliamo. Ma una battuta che fa ridere i nostri interlocutori soliti, sul web può trasformarsi in una trappola: ho battezzato questo fenomeno “effetto tinello” ».

Il progetto Parole O_Stili, di cui Gheno fa parte, intende diffondere pratiche virtuose della comunicazione per sensibilizzare, educare e responsabilizzare gli utenti della rete. «Su internet e sui social ci si sente più disinibiti perché non si può vedere in faccia l’interlocutore. Il primo passo verso un cambiamento del paradigma è pensare che “virtuale è reale”, così come comprendere che “anche il silenzio comunica” e che non è necessario avere sempre un’opinione su tutto. Quelli che prima prendevano la parola al bar ora lo fanno sulla piazza digitale e continueranno a farlo, ma è bene avere fiducia in quella moltitudine silenziosa che legge e approfondisce senza cercare la lite».

Il web della comunicazione non virtuosa è il terreno su cui proliferano i nuovi movimenti politici, spesso facendo della parola scorretta il proprio cavallo di battaglia. Pare, scrive il Boston Globe, che lo staff di Donald Trump inserisca errori in maniera intenzionale nei tweet del Presidente per far più presa sul suo elettorato. «La parolaccia, l’insulto, lo strafalcione funzionano proprio perché infrangono le regole del reciproco rispetto, fornendo un’illusoria dimostrazione di forza, sincerità, indipendenza. Ma si tratta solo di forme di violenza verbale tese alla costruzione di un conflitto e di un nuovo conformismo identitario» sostiene Giuseppe Antonelli che insegna Linguistica italiana all’Università degli Studi di Cassino e ha approfondito questi temi nel libro Volgare eloquenza.

Su quanto il linguaggio possa influenzare la vita delle persone (e delle donne in particolare) ruotano i racconti Brave con la lingua curati da Giulia Muscatelli.

Su quanto il linguaggio possa influenzare la vita delle persone (e delle donne in particolare) ruotano i racconti Brave con la lingua curati da Giulia Muscatelli.

Come le parole hanno paralizzato la politica (Laterza). «La propaganda è sempre più o meno scollata dalla realtà: crea, attraverso il linguaggio, una verità alternativa. Se parlo di “crociera” a proposito di una nave che trasporta gente disperata, ho rovesciato la realtà con un solo termine. Se per definire un compromesso di governo uso “inciucio” quando a farlo sono gli altri, “contratto” quando sono io, ho creato una polarizzazione positivo/negativo giocando solo sulle parole. E con esse ho mascherato la mia incoerenza. I social facilitano quel dialogo diretto tra il leader e il popolo che è sempre stato alla base della demagogia. E all’elettore non resta che credere, compiacere, condividere».

Su quanto il linguaggio possa determinare la vita delle persone sono incentrati i racconti Brave con la lingua (Autori Riuniti) curati da Giulia Muscatelli, copywriter e insegnante di scrittura creativa: «Ho chiesto a 14 donne di raccontare qual è stata l’espressione che le ha definite nel corso della loro vita, per esempio: “Che fai, piangi? Sei troppo permalosa”, oppure “Stai calma”. Ne è venuto fuori un libro che è il risultato di tante riflessioni, a volte anche dolorose, attorno a una singola affermazione, nonché la dimostrazione di come sia possibile uscire dalle gabbie linguistiche».

In ufficio, in famiglia, sui mezzi pubblici, a scuola, in palestra: chi di noi non ha mai utilizzato depresso invece di triste, handicappato al posto di incapace, gay per riferirsi a una carente (nonché fantomatica) virilità, femmina per denotare poca praticità (o poca dimestichezza con la guida), ebreo per tirchio, marocchino per nero? Non possiamo, per superficialità e noncuranza, scegliere espressioni che rischiano di offendere intere categorie, celando altresì un pregiudizio. Le parole possono ferire, ma anche sanare perché, come scriveva Raymond Carver «in definitiva, sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste».

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