Lug 23, 2018
436 Views
0 0

Migliori album 2018 / primi sei mesi. Le considerazioni di Fernando Rennis

Written by

«The world is changing»: ce lo ricorda W’Kabi in Black Panther, uno dei film più chiacchierati dell’anno, supportato da una colonna sonora in cui le stelle non mancano (da Re Kendrick Lamar ad Anderson Paak e molti altri). Il mondo sta cambiando e lo stiamo vivendo sulla nostra pelle. Non posso non partire da questa frase – così inflazionata eppure così veritiera – per descrivere questa prima parte del 2018. Su queste pagine ho avuto modo di intervistare un po’ di artisti (Moby, Django Django) che, assieme alle chiacchierate fatte per la compianta versione cartacea del Mucchio Selvaggio, mi hanno convinto a scrivere il mio secondo libro. Ovviamente non parlerò qui di Politics, la musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit, ma ci devo passare perché grazie a questa esperienza ho avuto modo di capire meglio uno dei dati più chiari di quest’anno: la latitanza della musica politica in Italia.
Per farla breve; Brexit, Trump e tutta una serie di avvenimenti a essi collegati hann..

Ypsilon Black

«The world is changing»: ce lo ricorda W’Kabi in Black Panther, uno dei film più chiacchierati dell’anno, supportato da una colonna sonora in cui le stelle non mancano (da Re Kendrick Lamar ad Anderson Paak e molti altri). Il mondo sta cambiando e lo stiamo vivendo sulla nostra pelle. Non posso non partire da questa frase – così inflazionata eppure così veritiera – per descrivere questa prima parte del 2018. Su queste pagine ho avuto modo di intervistare un po’ di artisti (Moby, Django Django) che, assieme alle chiacchierate fatte per la compianta versione cartacea del Mucchio Selvaggio, mi hanno convinto a scrivere il mio secondo libro. Ovviamente non parlerò qui di Politics, la musica angloamericana nell’era di Trump e della Brexit, ma ci devo passare perché grazie a questa esperienza ho avuto modo di capire meglio uno dei dati più chiari di quest’anno: la latitanza della musica politica in Italia.

Per farla breve; Brexit, Trump e tutta una serie di avvenimenti a essi collegati hanno spinto un numero impressionante di artisti britannici e statunitensi a esporsi. Nel Belpaese, eccezion fatta per qualche caso sparuto, nessun musicista ha alzato un dito. Eppure di occasioni ce ne sarebbero state: i populisti al governo, un ministro degli interni piuttosto discutibile, un paese diviso su vari livelli. Il 2018 ci ha consegnato Amanda Palmer e Jasmine Power, alle prese con Mr. Weinstein Will See You Now, Brexit Blues della Brexit Big Band, i riferimenti alla drammatica situazione degli immigrati negli Stati Uniti in Get It dei Black Eyed Peas e il poco ispirato Complicit dei Gang Of Four, chiaramente influenzato dalla gaffe etimologica di Ivanka Trump. L’elenco sarebbe chilometrico ma credo che questa manciata di episodi bastino per comprendere come il mondo musicale angloamericano sia cosciente del suo ruolo sociale.

A proposito di società, tra un Corbyn che continua a essere il baluardo del grime e il governo Putin che minaccia di censura il rapper russo Face, uno dei nomi di quest’anno per chi scrive sono certamente i Cabbage: il loro primo Lp, Nihilistic Glamour Shots, arriva dopo una serie di Ep esaltanti e live che in Gran Bretagna sono sulla bocca di tutti. I mancuniani suonano come dei Fall sopravvissuti alla grande truffa del Rock ‘n’ Roll, coscienti del loro stato di post-qualcosa-forse-tutto, e lo mettono in musica tra temi sociali, come la disastrosa questione delle ferrovie britanniche, politica, minacce di morte a Trump comprese, e istantanee di quello che hanno attorno (Tell Me Lies About Manchester). Consigliatissimi, non solo perché bravi, ma anche perché punta dell’iceberg di un movimento di giovani post punk britannici di tutto rispetto. Dall’altra parte dell’Oceano ci hanno pensato i Tune Yards (adesso duo a tutti gli effetti) a matematizzare i coriandoli del passato, messi in riga da drum machine e synth 80’s al servizio di quell’uragano vocale che è Merril Garbus. Un po’ più a nord, dal prolifico Canada per la precisione, gli Ought hanno sfornato un disco che comincia a sintetizzare le lunghe registrazioni a metà strada tra post punk, Talking Heads e improvvisazioni jammate a presa diretta che li hanno fatti conoscere oltre i confini della foglia d’acero. Anche qui, esortazioni all’ascolto assicurate. Lì dove i Gorillaz hanno un po’ perso di brillantezza, la scintilla ha premiato gli italianissimi Coma Cose: a mio avviso una delle cose più interessanti emerse ultimamente nel panorama nostrano. Anni Novanta, hip hop, melodie che ricordano la migliore Madchester e un filo di allegria in stile Primal Scream (Post Concerto) sono gli ingredienti che hanno contribuito all’interessante parabola del duo. In attesa del debutto su Lp, applausi a scena aperta.

Sul fronte vecchie glorie possiamo dire che il ritorno di David Byrne è tutto sommato un episodio interessante nella sua vasta discografia, ma nulla di più. Il carismatico artista di origine scozzese ha però saputo controbilanciare America Utopia con un live che è sulla bocca di tutti per teatralità ed eclettismo, come lo stesso Byrne aveva preannunciato. Non possiamo considerarli vecchie glorie, ma di certo non sono musicisti di primo pelo gli Editors, che faticano ancora a trovare la loro forma migliore, al di là di alcuni ritornelli riusciti e strofe accattivanti del loro Violence. Anche i Wild Beasts non sono certamente emergenti, anzi ci hanno salutato (pare per sempre) con l’appendice Last Night All My Dreams Came True: un addio con stile che ce li farà certamente rimpiangere. Chiude la categoria l’interessante Call The Comet di Johnny Marr, ulteriore dimostrazione delle ottime capacità di scrittura dell’ex Smiths.

Personalmente, promozioni a pieni voti anche i ritorni dei Django Django e The Soft Moon, con un ennesimo bravo agli Everything Everything – precisamente al loro EP A Deeper Sea – loro rimangono un gruppo ancora sottovalutato dalle nostre parti, ma giustamente osannato in terra natia. Ottimo anche il disco di Ezra Furman, una «saga» sognante che si fa metafora della discriminazione omofoba ancora radicata nella nostra società. Lasciano un po’ l’amaro in bocca invece i Superorganism, visto che i loro ottimi singoli facevano sperare in un album di debutto più potente. Tornando ancora all’Italia: per un Cosmo che si conferma eterodosso corpo celeste del mainstream, l’esordio dei Nu Guinea ci ricorda la ricchezza che Napoli rappresenta per il sound made in Italy.

Anche quest’anno ci tocca parlare (per fortuna) di Kendrick Lamar: il suo Pulitzer per la musica – primo artista non compositore o jazzista a vincerlo – serve a sottolineare come l’arte non sia solo un divertissement, anche nell’era della musica e delle società liquide. La motivazione dell’organizzazione parla chiaro e i «nuovi linguaggi» usati dal rapper di Compton sono l’equivalente dell’incastro musicale tra jazz, avanguardia e pop di Kamasi Washington, altro nome che da qualche anno non sbaglia un colpo. A chiudere l’elenco degli assi c’è ovviamente Childish Gambino: la sua This Is America, con tutti i significati che soggiaciono al video del singolo e l’ermetismo del testo, ci ricollega direttamente alle righe iniziali. Da qualche anno la musica angloamericana, e non solo, si sta riscoprendo politicamente impegnata. Peccato che anche in questo caso, come per gli investimenti sulla cultura, siamo lontani anni luce dalla possibilità di dire la nostra.

Nella scorsa carellata di consigli musicali scrivevo che la speranza è un appiglio fondamentale a cui far riferimento per attraversare i periodi bui: mi conforta in questo senso Matt Berninger dei National quando dice che siamo nella fase del «buio profondo prima dell’alba». Se lo dice lui, che non è certo un autore di sprizzante allegria, c’è da credergli. Speriamo.

Ascolti 2018 (gennaio – luglio)

  • Tune Yards – I Can Feel You Creep Into My Privat…
  • Wild Beasts – Last Night All My Dreams Came True
  • Aa Vv – Black Panther
  • Django Django – Marble Skies
  • Ought – Room Inside the World
  • Cabbage – Nihilistic Glamour Shots
  • The Soft Moon – Criminal
  • Nu Guinea – Nuova Napoli
  • Cosmo – Cosmotronic
  • Kamasi Washington – Heaven and Earth
  • Ezra Furman – Transangelic Exodus
  • David Byrne – American Utopia
  • Johnny Marr – Call The Comet

23 luglio 2018 di Fernando RennisFonte articolo

Article Categories:
Sentireascoltare
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:

Su questo sito utilizziamo strumenti nostri o di terze parti che memorizzano piccoli file (cookie) sul tuo dispositivo. I cookie sono normalmente usati per permettere al sito di funzionare correttamente (cookie tecnici), per generare statistiche di uso/navigazione (cookie statistici) e per pubblicizzare opportunamente i nostri servizi/prodotti (cookie di profilazione). Possiamo usare direttamente i cookie tecnici, ma hai il diritto di scegliere se abilitare o meno i cookie statistici e di profilazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti ad offrirti una esperienza migliore con noi. Cookie policy