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Lug 17, 2018
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Helsinki: Trump e Putin, i Gianni e Pinotto del Russiagate

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I due sovranisti in capo, i due leader della post-globalizzazione, i due fari di tutti i neo-nazionalismi, s’incontrano a Helsinki, in un contesto con reminiscenze vagamente sovietiche, e si confermano più alleati che rivali, alla faccia dei loro alleati, che Donald Trump scarica e che Vladimir Putin non ha: se non fosse per la gente in piazza, che denuncia i voltafaccia dell’americano su clima e liberismo e le violazioni del russo dei diritti umani, saremmo in un 1984 senza più speranza, dove Eurasia e Oceania hanno blindato gli interessi delle loro oligarchie in un patto saldato dall’illusione popolare.
In realtà, come rileva sul proprio sito l’Istituto affari internazionali, dell’incontro privato tra Trump e Putin poco trapela e, forse, poco resterà di concreto, alla prova dei fatti. Ma l’immagine servita alle opinioni pubbliche in conferenza stampa è quella di un rapporto basato sull’intreccio d’interessi politico-personali ed economico-energetici e sulla disponibilità a “mettersi..

I due sovranisti in capo, i due leader della post-globalizzazione, i due fari di tutti i neo-nazionalismi, s’incontrano a Helsinki, in un contesto con reminiscenze vagamente sovietiche, e si confermano più alleati che rivali, alla faccia dei loro alleati, che Donald Trump scarica e che Vladimir Putin non ha: se non fosse per la gente in piazza, che denuncia i voltafaccia dell’americano su clima e liberismo e le violazioni del russo dei diritti umani, saremmo in un 1984 senza più speranza, dove Eurasia e Oceania hanno blindato gli interessi delle loro oligarchie in un patto saldato dall’illusione popolare.

In realtà, come rileva sul proprio sito l’Istituto affari internazionali, dell’incontro privato tra Trump e Putin poco trapela e, forse, poco resterà di concreto, alla prova dei fatti. Ma l’immagine servita alle opinioni pubbliche in conferenza stampa è quella di un rapporto basato sull’intreccio d’interessi politico-personali ed economico-energetici e sulla disponibilità a “mettersi d’accordo”, senza slanci d’idealismo a mettere i bastoni fra le ruote. Come invece faceva quel babbeo di Obama, che permetteva ai principi d’inquinare il pragmatismo, nota gongolando Trump.

Certo, restano contrasti irrisolti, o almeno contraddizioni irrisolte, la Siria con l’egemonia dell’Iran e le paure d’Israele; l’Ucraina, con le rigidità dell’Europa e le ansie dei “pretoriani” degli Usa baltici ed est-europei; la Cina di Xi riavvicinatasi alla Russia di Putin e capace di tenere testa all’America di Trump; gli armamenti, dove Donald fa il mercante di morte e Vladi non ha i mezzi per affrontare una corsa al riarmo; cioè, praticamente, l’intera agenda della politica internazionale, ad eccezione, forse, della Corea del Nord, dove “denuclearizzazione” e “de-escalation” vanno a tutti bene. Così come la guerra al terrorismo, che ti consente, tra l’altro, di eliminare i tuoi nemici senza che nessuno abbia troppo a ridire.

Ma non c’è problema. Basta dirne poco di concreto in pubblico, magari trincerandosi dietro frasi che suonerebbero “kennediane” se non fossero “trumpiane”: “Preferisco prendermi il rischio politico di perseguire la pace, piuttosto che mettere a rischio la pace per perseguire fini politici”. E mettere in piedi qua e là un “gruppo di lavoro”, che è come un’aspirina: non si nega mai a nessuno e non fa male.

Certo, il fastidio è che la stampa americana s’attacca solo al Russiagate e s’interessa solo di quello. E lì quei due dietro i loro podii diventano Gianni e Pinotto: è la terza volta che si vedono, la prima in un Vertice tutto loro, ed è la terza volta che ripetono la stessa sceneggiata. “Vladi, ti sei ingerito nelle elezioni americane e mi hai favorito?”. “Assolutamente no, Donald”. “Grazie, ti credo. Sai, te lo chiedo solo perché quelli della mia Intelligence e chi indaga sostengono il contrario. Ma io so che è tutta una ‘caccia alle streghe’, una ‘fake news’”.

E, comunque, lui non c’entra: è tutta colpa di Barack Obama. Prima dell’incontro aveva già detto che i rapporti tra Mosca e Washington “non sono mai stati peggiori”, a causa “di anni di follie e stupidità americane e del Russiagate”. Vecchia tattica: se la vigilia affermi che le tue aspettative sono “basse” e che la situazione è disastrosa, tutto quello che esce è grasso che cola.

Che il nervo del Russiagate sia scoperto lo si capisce quando i giornalisti incalzano – “Presidente, lei di chi si fida di più, della sua Intelligence o di Putin?” – e Trump va fuori giri, mentre il russo dimostra di sapere usare l’arma dell’ironia: “In politica, meglio non fidarsi di nessuno: ciascuno persegue i suoi interessi”; anche se lui – ammicca -, vecchia volpe del Kgb, sa come si fabbricano certi dossier.

Fosse nel suo reality, Trump licenzierebbe tutti quei giornalisti e assumerebbe quel russo “smart”. Che lo manda definitivamente “nel pallone” consegnandogli un pallone del Mondiale. Lui lo soppesa tra le mani sorpreso: è rotondo, non ovale, e non ha gli spicchi. La prossima volta, scommetteteci, inviterà Putin in un suo club e gli regalerà una pallina da golf: di quelle se n’intende.

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