Giu 15, 2018
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Russiagate, giudice Usa: “Paul Manafort deve andare in carcere”. Revocati gli arresti domiciliari

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Paul Manafort, l’ex manager a capo della campagna elettorale di Donald Trump, andrà in carcere. A stabilirlo è il giudice federale di Washington Amy Berman Jackson, revocando gli arresti domiciliari disposti nell’ottobre scorso su pagamento di una cauzione di 10 milioni di dollari nell’ambito dell’inchiesta sul Russiagate. Un provvedimento richiesto la scorsa settimana dai magistrati che fanno parte del team del procuratore speciale Robert Mueller, con l’accusa di aver tentato di influenzare due potenziali testimoni dei processi in cui è coinvolto.
L’ex braccio destro del tycoon (cui si deve parte della vittoria di Trump alle presidenziali), infatti, è accusato insieme al suo socio in affari di allora Rick Gates di dodici reati, fra cui quello di “cospirazione” contro gli Stati Uniti d’America. In particolare Manafort è finito nel mirino del procuratore del Russiagate Mueller per i suoi sospetti contratti di consulenza con l’ex presidente filorusso ucraino Viktor Yanukovych. Una vera ..

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Paul Manafort, l’ex manager a capo della campagna elettorale di Donald Trump, andrà in carcere. A stabilirlo è il giudice federale di Washington Amy Berman Jackson, revocando gli arresti domiciliari disposti nell’ottobre scorso su pagamento di una cauzione di 10 milioni di dollari nell’ambito dell’inchiesta sul Russiagate. Un provvedimento richiesto la scorsa settimana dai magistrati che fanno parte del team del procuratore speciale Robert Mueller, con l’accusa di aver tentato di influenzare due potenziali testimoni dei processi in cui è coinvolto.

L’ex braccio destro del tycoon (cui si deve parte della vittoria di Trump alle presidenziali), infatti, è accusato insieme al suo socio in affari di allora Rick Gates di dodici reati, fra cui quello di “cospirazione” contro gli Stati Uniti d’America. In particolare Manafort è finito nel mirino del procuratore del Russiagate Mueller per i suoi sospetti contratti di consulenza con l’ex presidente filorusso ucraino Viktor Yanukovych. Una vera e propria attività di lobbying illecita che, dicono gli inquirenti, si è concretizzata con l’emergere di alcuni documenti da un libro paga segreto del partito di Yanukovych. Documenti che provano come la società di consulenze collegabile all’ex manager ha ricevuto oltre 12 milioni da Kiev tra il 2012 e il 2014. Secondo le nuove accuse, Manafort (insieme a un suo stretto collaboratore, Konstantin Kilimnik) ha contattato due testimoni tentando di convincerli di non aver mai svolto attività di lobbying negli Stati Uniti per l’ex presidente ucraino Yanukovych, fuggito in Russia dopo la sollevazione popolare del 2014.

Manafort è di fatto il primo uomo “di peso” vicino a Trump a finire in carcere. A suo carico sono pendenti due processi: il primo inizierà a luglio in Virginia, mentre il secondo è previsto a Washington per settembre. Un’ulteriore tegola per il presidente statunitense, reduce da un duro braccio di ferro con il procuratore Mueller che rischia di sfociare in un vero e proprio scontro costituzionale, con Trump che si è detto disposto ad “auto-assolversi” qualora dovesse essere direttamente coinvolto nell’inchiesta.

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